Presentai Didimo ed Eustazio[43] ad Omero, e tanto feci che li trattò meglio forse di quanto lo avrebbero meritato, benchè non si stesse dal dire che mancavano di genio per potere entrare nello spirito di un poeta. Ma Aristotele perdè affatto la pazienza quando imparò a conoscere Scoto e Ramus[44] che gli presentai. Basta dire che fece loro questa domanda: «Il resto de' miei comentatori è tutto una mano di balordi come voi due?»

Allora pregai il governatore a far venir lì Cartesio e Gassendi, che indussi a spiegare i loro sistemi ad Aristotele. Questo grande filosofo confessò ingenuamente gli abbagli in cui cadde egli stesso parlando di filosofia naturale, perchè in molti casi gli bisognava fondarsi su mere congetture, come accade a tutti i galantuomini; ma disse poi come tanto l'epicureismo che Gassendi avea reso saporoso fin dove potè nella sua Filosofia d'Epicuro quanto i vortici di Cartesio fossero ugualmente da scartarsi. Predisse lo stesso destino all'attrazione, di cui i dotti de' nostri giorni si mostrano partigiani così zelanti[45]. Aggiunge che i nuovi sistemi della natura non sono altro che nuove mode, le quali variano in ciascun secolo; e che anche coloro i quali pretendono dimostrarli co' principii della matematica, sarebbero rimasti in voga per ben poco tempo, e che cadrebbero in discredito quando verrebbe la loro ora.

Passai cinque giorni conversando con molt'altri dotti dell'antichità. Vidi pure diversi fra i primi imperatori romani. Ottenni dal governatore che chiamasse i cuochi di Eliogabalo, perchè ne imbandissero una mensa; ma non poterono far grande mostra di loro abilità per mancanza di materiali. Un iloto del re Agesilao ci fece un brodo alla spartana, non fui buono di mandarne giù una seconda cucchiaiata.

I due personaggi che mi aveano condotto nell'isola, erano stimolati da alcuni particolari loro affari a partirne di lì a tre giorni che furono da me impiegati nel vedere alcuni de' morti moderni, i quali aveano più splenduto o nel nostro paese od in altre contrade europee da due o tre secoli in qua; ed essendo io stato sempre ammiratore delle antiche illustri dinastie, pregai il governatore a chiamarmi una dozzina o due di re seguendo l'ordine di otto o nove generazioni. Ma mi accadde cosa inaspettata che non vi so dir quanto mi facesse restare stordito ed allocco. Io mi aspettava vedere un lungo codazzo di monarchi; in vece trovai in una famiglia due sonatori di violino, tre bellimbusti ed un prelato; in un'altra un barbiere, un abate e due cardinali. Ho in troppa venerazione le teste coronate per fermarmi a lungo sopra un sì meschino argomento. Ma quanto ai marchesi, conti, duchi e cose simili non fui così scrupoloso; anzi confesso che non mi spiacque il trovarmi in posizione atta a scandagliare su i primi loro tipi le particolari fattezze che caratterizzano certe famiglie.

Intesi pienamente come possa essere che tutti d'una certa discendenza abbiano il mento lungo; come un'altra abbia abbondato di ribaldi per due generazioni, di matti per altre due; donde deriva uno de' proverbi profferito da Polidoro Virgilio[46] intorno a certa gran casa: Nec vir fortis, nec foemina casta. Compresi perchè la crudeltà ereditaria in alcune famiglie, la codardigia o la falsità in altre, sieno divenute lor distintivi come gli stemmi; capii chi primo avesse portata in certa nobile casa la sifilide tramandatasi poi in sempre rinascenti scrofole ai discendenti. Nè di tutte queste cose potei maravigliarmi oltre, quando fui certo che quelle lunghe serie di famiglie erano state interpolate da paggi, staffieri, cocchieri, biscazzieri, sonatori di violino, commedianti, marinai e tagliaborse.