Oh! allora mi venne proprio a schifo la storia moderna, perchè dopo avere scandagliati ben bene i personaggi che ebbero più grido nelle corti da un secolo in qua, m'accorsi come il mondo sia stato tratto da prostituti scrittori ad attribuire i più luminosi successi nella guerra ai codardi, le più savie risoluzioni ai matti, la sincerità agli adulatori, le virtù romane a chi tradiva il proprio paese, la pietà agli atei, la castità ai pederasti, la lealtà alle spie. Gran mercè a questi storici, il mondo non sa poi quanti uomini innocenti ed integerrimi sono stati condannati alla morte o al bando per le pratiche operate dai primi ministri or su la venalità de' giudici, or su la malizia delle fazioni; non sa quanti ribaldi vennero esaltati alle più sublimi cariche di confidenza, al potere, alle dignità, allo splendore delle ricchezze; non sanno quanta parte nei grandi avvenimenti dello stato, nelle risoluzioni de' consigli e de' senati appartenne ai mezzani, alle donne di mala vita, ai parassiti, ai buffoni. Come m'andò giù di credito ciò che chiamasi saggezza e rettitudine umana, poichè fui bene informato delle origini e de' motivi delle grandi imprese e rivoluzioni di questa terra, e degli spregevoli incidenti cui dovettero il loro buon successo!

Mi convinsi allora della ribalderia o dell'ignoranza di coloro che si danno l'aria di scrivere aneddoti, o storie segrete; che mandano al sepolcro tanti re con una tazza di veleno; che vi ripetono discorsi seguiti contra un re ed un primo ministro senza esserne stati sicuramente testimoni d'udito; che schiavano a lor talento i gabinetti degli ambasciatori e segretari di stato; e che hanno la perpetua disgrazia di non indovinarne non una per il diritto. Allora io scopersi la vera cagione di tanti avvenimenti che hanno reso attonito il mondo e con qual leggiadria la donna di partito padroneggi la scala segreta, la scala segreta un consiglio, il consiglio un senato. Un generale confessò in mia presenza ch'egli avea guadagnata una battaglia a furia di vigliaccheria e di spropositi, un ammiraglio che per mera svista avea battuto il nemico, mentre s'apparecchiava a consegnargli a tradimento la flotta. Tre capi di nazioni protestarono che durante l'intero loro governo non aveano mai preferita una sola persona di merito se non era stato per equivoco, o per frode d'un primo ministro in cui poneano la loro fiducia, e del quale non si sarebbero fidati più se fossero tornati in vita; poi mi dimostrarono, e con che convincenti ragioni! che un governo non potrebbe tirar innanzi senza uomini corrotti, perchè quello spirito giusto, fermo, pertinace che caratterizza l'uomo incontaminato, è un perpetuo intoppo all'andamento de' pubblici affari.

Fui curioso di sapere con quali metodi certuni si fossero procacciati sublimi titoli d'onore e sterminati possedimenti; e limitai le mie ricerche ad un'era moderna sì, ma che non intaccasse troppo da vicino la presente, perchè m'avrebbe spiaciuto troppo il dover raccontar cose odiose nemmeno agli stranieri; chè già quanto ai miei concittadini il lettore s'immagina, anche senza una mia protesta, ch'essi non sono compresi nè poco nè assai in quanto dico su tale proposito. Furono dunque chiamati molti di que' morti che potevano appagare la mia curiosità. Dopo un brevissimo interrogatorio scopersi tali scene d'infamia che non so pensarci sopra senza raccapricciare. Lo spergiuro, l'oppressione, le maligne istigazioni, la frode, il pandarismo[47] e simili debolezze furono l'arti più innocenti di cui mi confessarono essersi valsi; e sin qui volli anche compatirli fino ad un certo segno. Ma quando altri vennero confessandomi che doveano la grandezza e le ricchezze loro, chi ad incesti e colpe contro natura, chi all'aver prostituito la propria moglie o le figlie, chi a tradimenti commessi contra la lor patria e il loro sovrano, chi ad avvelenamenti, chi all'assassinio dell'innocente commesso sotto il manto della giustizia; mi perdonerete, spero, se queste scoperte fecero in me calare un pochetto quella profonda venerazione che d'altra parte son proclive a tributare ai personaggi posti in alto grado, e che, per un riguardo alle dignità di cui sono insigniti, devono prestar loro tutte le persone poste più a basso di essi.

Ho spesso letto d'alcuni grandi servigi resi ai principi ed agli stati, onde pregai perchè mi fossero fatti conoscere i personaggi cui s'avea l'obbligazione di tali servigi. Mi fu risposto che i nomi di questi tali erano andati in dimenticanza, tranne pochi che la storia ha dipinti come i più abbietti dei cialtroni e dei traditori. Di tutti gli altri io non avea mai udito far menzione prima d'allora. Li vidi scoraggiati in cera e mal vestiti; alcuni di loro mi dissero d'essere morti nella povertà e nella disgrazia; i più morti su d'un palco o sospesi ad una forca.

Fra gli altri ve n'era uno il caso del quale mi parve anzi che no singolare. Gli stava a fianco un giovinetto di circa diciotto anni, quando mi disse che nella battaglia navale d'Azzio ebbe la buona sorte di rompere la fila nemica, di mandare a fondo tre navi di primo ordine, e d'impadronirsi della quarta, il che fu la sola cagione della fuga d'Antonio e della vittoria della parte ottaviana. «Questo giovinetto, soggiunse, che mi sta da presso, è mio figlio; lo vidi cader morto a miei piedi in quella giornata. Credevo essermi fatto qualche merito; ed essendo terminata la guerra, venni a Roma per sollecitare da Augusto la grazia di avere a preferenza d'altri il comando di una nave di primo ordine, il cui capitano era morto in battaglia; ma senza alcun riguardo alla mia inchiesta, questo comando fu conferito ad un ragazzo che non avea mai veduto il mare, ma che aveva il pregio d'essere figlio di Libertina, fantesca di una favorita d'Augusto. Tornatomene addietro sul mio primo bastimento, mi si trovò trascurato ne' miei doveri per levarmi anche quel comando e darlo ad un paggio favorito di Valerio Publicola che era il vice-ammiraglio. Mi ritirai in una mia casetta di campagna, ove ho finiti oscuramente i miei giorni». Mi sembrò tanto incredibile il fatto che domandai fosse chiamato Agrippa, quello che divenne poi genero d'Augusto, e che fu ammiraglio, come sapete, nella nominata battaglia. Marco Agrippa mi confermò punto per punto le cose narratemi da quel povero capitano; e sol ne aggiunse molt'altre che tornavano a maggiore onore di questo, e che la modestia di lui gli avea suggerito tacere.

Mi fece maraviglia che la corruttela fosse divenuta tanto smisurata ed operosa in un impero presso cui il lusso si era introdotto così di recente; laonde si diminuì in me lo stupore per la moltitudine dei casi simili che si vedono in altri paesi ove i vizi di tal natura regnano da più lungo tempo, ed ove è tanto cresciuta la prodigalità delle lodi e del bottino al generale in capo, che forse ad entrambe queste cose ha i minori diritti.