Fatto al nostro palazzo di Belfaborac nel duodecimo giorno della novantunesima luna del nostro regno.

Giurai, e mi sottoscrissi a tutti questi articoli di tutta buona voglia, e con grande contento, se bene alcuni di essi non fossero onorevoli come mi sarei augurato: tutto effetto della malizia del grande ammiraglio Skyresh Bolgolam. Le mie catene dunque vennero sciolte, e rimasi in pienissima libertà. L'imperatore volle egli stesso onorarmi di assistere in persona all'intera cerimonia. Gli feci i debiti ringraziamenti prostrandomi a' suoi piedi, ma egli mi comandò che m'alzassi; poi, dopo molte clementissime espressioni che, per fuggire la taccia di vanaglorioso, non vi ripeterò, soggiunse com'egli sperasse che me gli mostrerei colle opere un utile servo, e che mi renderei sempre più meritevole dei favori di cui mi aveva colmato o di cui avrebbe potuto colmarmi nell'avvenire.

Voglia il leggitore riportarsi all'ultimo articolo dei patti per la ricuperazione della mia libertà, laddove mi viene accordata una quantità di vettovaglie corrispondente al sostentamento di milleottocentosettantaquattro Lilliputtiani. Qualche tempo dopo, avendo chiesto ad un amico con che principio si fosse stabilito questo determinato numero, mi rispose che i matematici di sua maestà aveano misurata l'altezza del mio corpo col mezzo di un quadrante, e che, trovato eccedere questa l'altezza de' corpi loro nella proporzione di dodici ad uno, conclusero dalla qualità omogenea delle nostre nature, dovere il mio corpo contenerne almeno mille settecentoventiquattro de' loro, e conseguentemente abbisognare di altrettanto cibo quanto ce ne voleva a sostentare un tal numero di Lilliputtiani; donde il leggitore può formarsi un'idea dell'ingegno di quel popolo e della prudente ed esatta economia di un così grande monarca.

CAPITOLO IV.

Si descrivono Mildendo, metropoli di Lilliput, e l'imperiale palazzo. — Conversazione concernente gli affari dell'impero avutasi dall'autore con uno de' principali segretari. — L'autore s'offre all'imperatore per servirlo nelle sue guerre.

La prima inchiesta ch'io feci divenuto libero, si fu per ottenere la permissione di vedere Mildendo; metropoli dell'impero. Sua maestà acconsentì di buona voglia, ingiugnendomi per altro l'obbligo di una diligenza la più scrupolosa per non danneggiare gli abitanti o le case. Una grida notificò al popolo ch'io era per portarmi entro le mura della metropoli. I baloardi che la circondavano erano alti due piedi e mezzo, ed aveano per lo meno una larghezza di undici dita che dava abilità alle carrozze ed agli uomini a cavallo di diportarvisi all'intorno. Aggiugnevano forza a questo baloardo le gagliarde torri che ad ogni distanza di due piedi lo fiancheggiavano. Entrato per la grande porta occidentale, mi portai con tutta dilicatezza e camminando di fianco lungo le due strade principali, vestito della sola mia camiciuola per paura che i cantoni del mio giustacuore dessero danno ai tetti o alle grondaie. Ebbi nel mio passeggiare la massima circospezione per non montare addosso a qualche viandante che fosse rimasto lungo la via, benchè gli ordini dati indistintamente a tutti di confinarsi entro le proprie case fossero spiegati in modo, che se alcuno si trovava sopra la strada, ci si trovava a proprio rischio e pericolo. Tutte le finestre dei primi, secondi, terzi, quarti piani, delle soffitte, persino i tetti erano affollati di tanti spettatori ch'io non credo in tutti i miei viaggi aver veduta una più popolata città. Essa è un quadrato perfetto, chè ciascuno de' suoi quattro bastioni è lungo cinquecento piedi. Le due strade principali che, incrocicchiandosi perpendicolarmente, dividono la città in quattro grandi quartieri uguali, sono larghe cinque piedi. Le contradelle ed i vicoli, ove non mi era possibile l'entrare, e cui diedi solo un'occhiata in passando, erano larghi da dodici a diciotto dita. La città è capace di contenere un mezzo milione di anime; le case sono di diversi piani, dai tre ai cinque; ben forniti di tutto i mercati e le botteghe.