«Io lascio alla vostra prudenza il prendere quegli espedienti che giudicherete i più opportuni, e per sottrarmi ad ogni sospetto, me ne torno via subito nella stessa celata guisa con cui sono venuto».
Così sua signoria fece lasciando me agitato fra mille dolorose perplessità.
Sotto il presente sovrano ed il suo ministero era invalsa una pratica ben diversa, come ne fui assicurato, da quella tenutasi sotto i monarchi suoi predecessori, ed era quella che quando la corte avea decretato qualche barbaro atto, o fosse per blandire un sovrano risentimento o per condiscendere alla malvagità d'un favorito, l'imperatore tenea sempre in prevenzione una parlata all'intero consiglio pompeggiando della sua ineffabile clemenza e tenerezza per l'umanità, siccome qualità in lui conosciute e confessate dall'universo. Poi questo discorso veniva subito pubblicato e diramato per tutto il regno, nè v'era cosa che atterrisse tanto la popolazione quanto questi pomposi elogi della clemenza di sua maestà, perchè si era notato che quanto più si calcava su questi encomi, quanto più venivano amplificati, tanto più crudele era il decreto che li seguiva, tanto più innocente chi rimanea la vittima di questo decreto.
Circa a me, devo confessare che non essendo mai stato fatto nè dalla mia nascita nè dalla mia educazione alla vita del cortigiano, io era cattivo giudice delle cose al segno di non sapere ravvisare questa grande clemenza o questo prelibato favore di sua maestà nel farmi cavare gli occhi, anzi la trovava (mi sarò ingannato) piuttosto una bricconata che una gentilezza. Per un momento mi saltò in testa di domandare il mio processo; perchè, se bene non potessi negare diversi dei fatti allegati a mio pregiudizio in quell'atto d'accusa, mi parea che potessero essere presentati sotto un aspetto assai meno brutto. Ma avendo letto in mia vita molti processi di delitti politici, e notato che vanno sempre a finire conforme alla prima piega che lor diedero i giudici, non m'arrischiai a rimettermi ad una così pericolosa prova in circostanze sì nuvolose ed avendo contra me sì possenti nemici. Un altro momento mi sentii fortemente tentato a resistere, perchè, finchè io rimaneva in libertà, l'intera forza di questo reame non bastava a soggiogarmi, e ad un bisogno avrei mandato all'aria a furia di sassate l'intera metropoli; ma feci presto a respignere con orrore un tale disegno; mi ricordai del giuramento che io aveva dato all'imperatore, dei favori che io ne aveva ricevuti e dell'alto titolo di nardac da lui conferitomi; chè non aveva io sì presto imparata la riconoscenza dei cortigiani per persuadermi che la presente severità del sovrano mi francasse da tutte le passate obbligazioni.
Finalmente mi determinai ad una risoluzione per cui forse potrò incorrere qualche censura. Confesso di aver dovuto la salvezza de' miei occhi e per conseguenza la libertà alla mia grande sconsigliatezza e mancanza di esperienza, perchè se avessi allora pensato al fare di certi principi e ministri che ho conosciuti in altre corti, ed alla maniera con cui hanno trattati altri individui men colpevoli di me, mi sarei rassegnato con tutta alacrità a questa sì tenue punizione. Ma trascinato da precipitazione giovenile, profittai allora della licenza che sua maestà imperiale m'avea già accordato dì portarmi a Blefuscu per tributare i miei omaggi a quel sovrano, e spedii al segretario di gabinetto, quel mio grande protettore che per effetto di sua benevolenza volea vedermi cavati gli occhi e morto di fame, la lettera d'avviso di tal mia risoluzione, fondata sopra un concedimento sovrano; poi subito, senza aspettare, come potete credere, la risposta, mi trasferii a quel lato dell'isola ove stanziava la flotta. Impadronitomi di una grande nave da guerra, alla cui prora attaccai una corda, e levatene l'ancore, mi spogliai, e postivi entro i miei panni e la mia coperta da letto che m'era portata sotto il braccio, poi trattomi dietro il mio bastimento, parte guadando, parte nuotando, arrivai al porto di Blefuscu, ove quella popolazione m'aspettava da lungo tempo. Mi furono tosto date due guide che mi scortassero alla metropoli, la quale ha il medesimo nome dell'intero reame. Mi portai le mie scorte nelle mani finchè fossimo ad una distanza di duecento braccia dalle porte; allora le misi a terra pregandole andare a notificare il mio arrivo ad un segretario di gabinetto per avvertirlo ch'io stava lì fuori aspettando i comandi di sua maestà. Circa un'ora dopo, ebbi in risposta che sua maestà, accompagnata dalla sua reale famiglia e dai grandi uficiali della corona, era in via per venirmi a ricevere.