Il desinare era quasi al suo termine, quando comparve la balia portandosi in braccio un bambino d'un anno, il quale appena mi vide, cominciò a mettere strillamenti che gli avreste uditi dal ponte di Londra all'ospitale degl'Invalidi, perchè con la solita insistenza de' fanciulli voleva impadronirsi del bestiolino che aveva veduto, e il bestiolino era io. La moglie del fittaiuolo, per un tratto di materna condiscendenza, mi prese su e mi pose dinanzi al fanciullo, la cui prima operazione fu afferrarmi a mezza vita e mettermi in bocca.

Le mie urla furono sì spietate, che il ragazzo avendone avuto paura, mi lasciò cascare, e mi rompevo l'osso del collo sicuramente, se la madre non era presta nel farsi sotto a raccogliermi entro il suo grembiale. La balia per quietare il bambino fece uso d'uno di quei giocherelli da ragazzi che chiamiamo tamburini. Era questo una botte carica di sassi che avea per manubrio una pertica raccomandata con una gomona alla cintura di quel bambinello. Ma ci voleva altro a farlo tacere; onde la balia fu obbligata ricorrere all'ultimo degli espedienti, che si usano in simili casi, quello di dargli la tetta. Confesso non aver mai veduto al mondo alcun oggetto più ributtante di quelle mostruose zinne, per cui non trovo termini di confronto adeguato ad offrire alla curiosità del leggitore un'idea della loro forma e del loro colore. Lo sporto d'ognuna era di sei piedi, nè meno di sedici poteva esserne la circonferenza. Il capezzolo era grosso la metà almeno della mia testa, e il color d'entrambi e delle poppe era sì sgraziatamente screziato di macchie, pustole e lentiggini, che la cosa più nauseosa non poteva immaginarsi sopra la terra; e v'assicuro che ho avuta tutta l'opportunità di guardarle, perchè per allattare meglio il fanciullo, si era seduta verso la tavola ove io stava in piedi. Ciò m'indusse a fare una considerazione su le carnagioni delle nostre gentildonne, che ne sembrano tanto belle sol perchè le proporzioni loro sono ancora le nostre, nè i loro difetti possono esser veduti se non per traverso ad una lente che ingrandisca di molto gli oggetti; l'esperienza ha provato che guardate con una di queste lenti, le più dilicate e candide carnagioni ne appariscono ruvide, screpolate e d'ingrato colore.

Mi ricordo che, quando io era a Lilliput, le carnagioni di quella popolazione di burattini viventi mi sembravano le più belle di quante ve ne fossero al mondo; e che un giorno espressi tal mio sentimento ad un personaggio liliputtiano fornito di grande intelligenza e mio intimo amico. Egli mi disse a tale proposito che la mia faccia eragli sembrata assai più dilicata e gentile finchè mi guardò da stare interra, ma che quando, essendomelo preso in mano, gli fu dato osservarmi più da vicino, la mia figura (mi chiese scusa nel confessarmelo) parvegli qualche cosa di strambo assai; trovava le impronte fatte dalla mia barba dieci volte più moleste di quelle delle setole d'un cignale, e le mie carni una tavolozza di quanti brutti colori si potevano immaginare; e sì, mi sia permesso senza taccia di vanità l'affermarlo, le mie fattezze possono andar del pari con quelle di qualunque mio concittadino che passi per bello e, ad onta de' tanti miei viaggi, la mia cute non è stata gran che abbronzata dal sole. Per altra parte, il medesimo personaggio venendomi a parlare delle dame della sua corte imperiale, solea dirmi che la tale era piena di verruche, la tal altra aveva una bocca che non finiva più, un'altra il naso grosso in guisa deforme, tutti difetti de' quali io non mi era accorto menomamente. Ognuna di tali considerazioni, per dir vero, è ovvia anzichè no; ma non ho potuto esimermi dal farle in questo luogo, perchè non vorrei che il mio leggitore prendesse per creature assolutamente deformi quelle di cui sto ora parlandogli. Al contrario, devo render loro questa giustizia: guardandole dal punto donde vogliono esser guardate, formano una tra le avvenentissime schiatte umane; particolarmente le fattezze del mio ospite, benchè non fosse niente più d'un uom di contado, contemplate dal sotto in su d'un'altezza di sessanta piedi, apparivano ottimamente proporzionate.

Terminato il desinare, il mio padrone uscì di stanza per andare a trovare i suoi lavoranti; e, da quanto mi fecero congetturare le inflessioni della sua voce ed i suoi gesti, mi raccomandò premurosamente a sua moglie partendo. Io era da vero molto stanco e disposto a dormire, del che accortasi la mia padrona, mi portò nel suo letto medesimo ove mi coperse col suo fazzoletto bianco, non men largo o men ruvido della vela dell'albero maestro di un vascello da guerra.

Dormii circa due ore sognando di trovarmi ancora a casa mia fra gli amplessi di mia moglie e de' miei figliuoli, circostanza che non aggravò di poco i miei cordogli, allorchè nello svegliarmi mi vidi solo in una stanza ampia fra i dugento ed i trecento piedi ed alta circa dugento, giacente in un letto della larghezza di venti braccia. La mia padrona nell'andarsene per attendere ai suoi affari di casa mi aveva inchiavato in quella camera. Il letto era alto otto braccia dal pavimento, ed alcune naturali necessità mi faceano sentire il bisogno di scenderne; io non ardivo chiamare, e quand'anche avessi avuto questo coraggio, sarebbe stato inutile con una voce siccome la mia e ad una distanza sì grande quanta ve n'era dalla camera da letto assegnatami alla cucina ove rimaneva il restante della famiglia. Mentre io mi stava fra queste angustie, sbucarono fuori dalle cortine due sorci che andavano fiutando innanzi e addietro per il letto. Un di questi m'era venuto quasi su la faccia, onde saltai su tutto spaventato, e diedi mano al mio coltello per difendermi. Questi orribili animali ebbero l'insolenza di assalirmi ai fianchi, e un d'essi m'avea già piantata una zampa sul collo; ma per buona sorte arrivai a squarciargli il ventre con la mia arma prima che avesse il tempo di farmi alcun male. Mi cadde ai piedi, e l'altro atterrito dal destino del suo camerata, se la battè, non per altro senza avere riportata su la schiena una ferita che gli vibrai mentre fuggiva, onde se ne andò malconcio e stillando sangue. Compiuta questa impresa, mi diedi a camminare su e giù lungo il letto per riavermi dal mio smarrimento. Ciascuno di que' due animali era della misura circa d'un nostro mastino, ma più agile e feroce, di modo che se mi fossi levata la mia cintura prima di mettermi a dormire, io rimaneva indubitatamente sbranato e divorato. Misurai la coda del sorcio ucciso, e vidi che era lunga due braccia meno un dito. Io non ebbi cuore d'insudiciare il letto di più col trascinarvi sopra per buttarnela giù quella sanguinente carogna. Accortomi che non era per anche morta del tutto, le diedi una buona tagliata di collo e la spedii.

Pochi momenti appresso, giunse nella stanza la mia padrona che vedendomi tutto immerso nel sangue, accorse e mi prese caritatevolmente in mano. Le additai il sorcio morto sorridendo e facendo altri segni per darle a capire ch'io non avea sofferto alcun male; del che mostratasi grandemente gioiosa, chiamò la fantesca ordinandole di pigliar su con un paio di molle il sorcio morto e gettarlo fuori della finestra. Poi mi pose sopra un tavolino ove le feci vedere il mio insanguinato coltello, poi rasciugatolo ad una falda del mio giustacuore, lo riposi entro il fodero. Ma intanto io mi sentiva sempre più pressato a fare tal cosa che niun altro poteva fare per me; onde m'ingegnai e m'aiutai tanto a furia di cenni che la mia padrona comprese la necessità nella quale io era di essere messo giù dal tavolino. Ottenuto questo intento, la mia verecondia non mi permettea spiegarmi con maggior chiarezza dell'additare alla stessa padrona l'uscio e del farle molti supplichevoli inchini. Molta fatica ci volle, ma finalmente la buona donna mi capì, e presomi in mano mi portò nell'orto, ove mi pose giù. Quivi dopo averle indicato di non guardarmi o seguirmi, mi ritirai in aiuola ad una distanza di duecento braccia, ove, nascostomi fra due foglie d'insalata, terminai la faccenda che da tanto tempo mi dava sì gravi pensieri.