Era all'incirca mezzogiorno, quando un famiglio portò il desinare. Consistea questo unicamente in un piatto di sostanziosa vivanda: quel genere di mangiar casalingo che si conveniva alla condizione di un fittaiuolo; il piatto aveva un diametro di circa ventiquattro piedi; i commensali erano il fittaiuolo e sua moglie, tre fanciulli e la vecchia avola. Poichè furono tutti seduti, il fittaiuolo mi pose in qualche distanza da lui su la tavola, che era alta trenta piedi dal pavimento. Vi lascio dire che razza di paura io avessi di cadere, e come mi tenessi lontano dall'orlo di quella tavola.
La signora, dopo avere preparato un tondo con un poco di vivanda e non so quante briciole di pane, me lo porse dinanzi. Le feci un'umile riverenza, poi, tratti a mano il mio coltello e la mia forchetta, mi posi a mangiare, la qual vista li divertì non vi so dir quanto. La padrona diede ordine alla fantesca che le portasse un bicchierino (era della capacità di otto boccali), ed empiutolo di propria mano, me lo presentò. Con grande difficoltà, e adoprando tutt'a due le mani, levai il bicchierino, e rispettosissimamente bevei alla salute della signora, gridando forte quanto potei delle parole inglesi, la qual cosa fece ridere sì di cuore la brigata de' commensali, che mancò poco non mi rendessero sordo del tutto collo strepito dei loro sghignazzamenti. Quella bevanda somigliava alcun poco al sidro leggiero, nè era spiacevole. Il padrone indi mi fe' cenno d'avvicinarmi al suo tondo, ma nella confusione che mi prese in tutto quel tempo (e il leggitore se lo immaginerà facilmente, e vorrà perdonarmela), intoppai in una crosta di pane e cascai lungo disteso con la faccia sopra la tavola; non mi feci per altro alcun male. Saltato subito in piedi, e accortomi che quella buona gente era in pena per la mia caduta, presi il mio cappello, che, come vuole la buona creanza, io mi tenea sotto il braccio, lo agitai al di sopra della mia testa, e feci tre viva per dare a comprendere che la mia caduta non mi era stata fatale.
Ma mi sopravvenne un'altra disgrazia nell'accostarmi al mio padrone, chè d'ora in poi chiamerò con tal nome quel fittaiuolo. Il più giovine di quei tre figli, seduto a canto a suo padre, un diavoletto d'un ragazzo di dieci anni appena, mi prese per le gambe e mi alzò sì alto che tremavo come una foglia in ogni mia fibra. Ma suo padre me gli strappò di mano, e gli menò tal pugno su l'orecchio sinistro, che avrebbe atterrata una mezza compagnia di dragoni europei; ordinò indi che fosse levato da tavola. Io temetti tosto che quel ragazzo me la giurasse, e ben mi ricordai come tutti i nostri fanciulli europei abbiano per natura il mal vezzo di martoriare i passeri, i conigli, i cagnolini e i gattini; laonde inginocchiatomi ed accennando il delinquente fanciullo, feci capire quanto meglio potei al padre il mio desiderio che perdonasse a suo figlio. Infatti il padre mi compiacque, ed il ragazzo tornò al suo posto; io poi andai tosto a trovarlo, e gli baciai la mano che il mio padrone gli prese, ordinandogli di accarezzarmi gentilmente con essa.
A mezzo del desinare, il gatto favorito della mia padrona le saltò in grembo, sicchè udii dietro me uno strepito qual lo farebbe una dozzina di telai della bottega d'un calzettaio che si movessero tutti in una volta, e girato il capo, m'accorsi dallo sbalzo precipitoso di quell'animale grosso tre volte quanto un bue, se non m'ingannò il conto di proporzione da me istituito nel guardarne la testa ed una delle zampe, intantochè la padrona gli dava da mangiare e lo accarezzava. La fisonomia feroce di quella bestia mi avea sconcertato affatto, benchè me ne stessi all'orlo della tavola, alta, come vi ho detto, trenta piedi da terra, e benchè la mia padrona lo tenesse fermo per paura che spiccasse un salto, e m'afferrasse coll'unghie. Ma il caso portò che fossero inutili tutte le paure, perchè il gatto non s'accôrse per nulla di me, nemmen quando il padrone mi pose a tre braccia di distanza da esso; laonde, avendo sempre udito dire, e trovato anche vero, che il fuggire o il dar a conoscere timore alla presenza di una fiera è il modo sicuro di farsi assaltare o inseguire da essa, in tal pericolosa circostanza presi la determinazione di non mostrar di pigliarmene la menoma briga. Camminai intrepidamente, e per cinque o sei volte, verso la testa stessa del gatto al segno di non esserne lontano un mezzo braccio, e la bestia si fece addietro, quasi avesse avuto più paura essa che non ne aveva io. Minore apprensione poi mi diedero i cani, tre o quattro dei quali erano nella stanza stessa, come si usa nelle case de' fittaiuoli, fra i medesimi era un mastino della grossezza di quattro elefanti, ed un levriere un pochino più alto del mastino, ma non tanto grosso.