Dopo molto tempo impiegato dall'animale nello spiare, nel ghignare, nel battere i denti, finalmente mi scoperse. Allora cacciò una zampa dentro allo sportello, come avrebbe fatto un gatto nel dare la caccia ad un sorcio. Io aveva un bello scansarmi cambiando sempre di posto, venne l'istante che afferrò il lembo del mio giustacuore, che, essendo di seta di quel paese, era resistente e forte abbastanza per non lacerarsi, onde, padrone di quel lembo, riuscì a tirarmi fuori dello sportello. Presomi tosto con la sua zampa destra d'avanti, mi alzò su come una nutrice che voglia dare il latte ad un bambino, e come ho veduto praticare ad altre scimie in Europa con qualche gattino. Facendo io sforzi per liberarmi, mi dava sì poderose strette che giudicai più prudente partito il rassegnarmi alla sua volontà. Ho buone ragioni per credere che la scimia m'avesse preso per un fanciullo della sua specie, ed infatti con l'altra zampa d'avanti mi accarezzava spesse volte la faccia nella più gentile maniera. Ma, in mezzo a questi suoi spassi, venne interrotta da un strepito fatto alla porta del gabinetto come da qualcuno che volesse aprirlo, onde spiccò un salto su la finestra dond'era entrata, e di lì su i piombi e le grondaie, poi s'arrampicò sul tetto contiguo al nostro, ma camminando con tre zampe e continuando sempre a tenermi stretto con l'altra. Udii l'acuto grido della Glumdalclitch nel momento ch'io veniva portato via. Quella povera creatura non sapeva che cosa fare dalla disperazione; tutta quella parte di palazzo era sossopra; i servi corsero in cerca di scale a mano. La scimia intanto si faceva vedere da un centinaio di persone che stavano nel cortile, seduta su l'orlo del tetto e sempre tenendomi a guisa d'un bambino con una delle sue zampe d'avanti, e con l'altra cacciandomi a forza in bocca cibi biasciati che si traeva fuori dalle sue ganasce; e siccome io non appetiva gran che tal genere di pietanze, mi batteva s'io mi mostrava schifiltoso a mangiarle. Figuratevi il ridere che facea quella gentaglia da basso; e non so da vero se si potesse con giustizia darle torto, perchè la mia posizione di quel momento era tale da far ridere ogni galantuomo, eccetto me. Alcuni di quei del cortile si diedero a lanciar sassi insù con la speranza di far venire a basso la scimia, ma fortunatamente vi fu chi vietò loro questo espediente; era infatti il più bello e sicuro per farmi fracassar le cervella.
Si corse con scale a mano, e diversi uomini le salivano quando la scimia, vedendo ciò e ridotta quasi affatto alle strette perchè non poteva speditamente involarsi con sole tre zampe, mi lasciò andare sopra una tegola, e fece da sè la sua ritirata. Stetti per qualche tempo seduto su la mia tegola ad un'altezza di cinquecento braccia da terra aspettandomi ad ogn'istante di essere soffiato via dal vento o, siccome non mi girava poco la testa, di ruzzolare le cento volte da una tegola all'altra sinchè finalmente precipitassi da una grondaia. Per fortuna, un buon figliuolo, staffiere della Glumdalclitch, arrampicatosi fino a quel tetto, e postomi in un borsellino de' suoi calzoni, mi portò sano e salvo a terra.
Io era quasi soffocato dalle porcherie di cui m'aveva ingozzato la scimia, ma la mia cara balietta me le trasse fuori di bocca con un piccolo spillo, il che, promosso in me il vomito, mi portò qualche sollievo. Ma ero sì debole ed avevo sì affrante le coste per le strette datemi da quella maladettissima bestia, che dovetti rimanermene in letto un buon paio di settimane. Il re, la regina, tutta la corte mandavano ogni giorno ad informarsi su lo stato di mia salute, ed il primo anzi mi onorò di parecchie visite finchè durò la mia malattia. La scimia venne accoppata, e messo un editto affinchè nessuno di questi animali potesse più essere tenuto entro i recinti dell'imperiale palazzo.
Quando, rimesso affatto in salute, mi presentai al re onde attestargli la mia gratitudine per le bontà usatemi, egli se la godè un buon pezzetto alle mie spalle sul casetto occorsomi. Mi chiedea quali fossero i miei pensieri, le mie risoluzioni quando mi tenea con una delle sue zampe la scimia; se m'aveano gradito i manicaretti che m'avea somministrati quell'animale; se mi parea che facesse buona tavola; se la fresca aria del tetto non avesse giovato ad aguzzarmi l'appetito. Mi domandò indi come mi sarei levato d'impaccio nel mio paese se un incidente simile mi fosse avvenuto. Risposi a sua maestà che in Europa non conoscevamo d'altre scimie fuor quelle che venivano portate da altri paesi, poi tanto piccole, che io bastava contra una dozzina di esse se lor fosse venuto il ghiribizzo di prendersi meco delle libertà. Soggiunsi di più che nemmeno l'enorme scimione con cui io aveva avuto che fare (per dir vero era grosso come un elefante), nemmen quello mi avrebbe dato fastidio se lo smarrimento dell'istante mi avesse lasciato pensare a far uso del mio coltello quando ficcò una zampa nella mia camera. — «Altrimenti» dissi facendo il fiero e battendomi la mano su l'impugnatura dell'arma che nominai, «avrebbe avuta da me tal lezione da non parergli vero di fuggir di lì più presto che non ci era venuto.» Proferii queste frasi col fermo accento d'uom geloso della propria fama, e che non vorrebbe per tutto l'oro del mondo veder revocato in dubbio il proprio coraggio. Ciò non ostante tutto il mio bel dire non mi fruttò altro che una sonora risata de' circostanti, i quali, ad onta di tutto il rispetto inspirato loro dalla presenza di sua maestà, non se ne seppero rattenere; la qual cosa mi condusse a fare una considerazione, quanto cioè perda il tempo e la fatica quell'uomo che s'immagina farsi ammirare da chi è fuor d'ogni sfera di confronto con lui. Tuttavia, dopo il mio ritorno in Inghilterra, mi è toccato spesse volte veder rinovato il caso della presente parabola, allorchè qualche spregevole galuppo, senza il menomo titolo di nascita, di forma, d'ingegno o almeno di senso comune, ha voluto darsi aria d'importanza e mettersi a pari co' più grandi personaggi del regno.
Non passava giorno ch'io non provedessi la corte di casetti per farla ridere, e la stessa Glumdalclitch, benchè mi volesse un bene dell'anima, non si stava, la briccona, di far noti a sua maestà que' miei scerpelloni che la potessero divertire. Mi ricordo d'un giorno che non essendo ella di servigio a corte e condotta dalla sua aia a prendere aria ad un'ora di distanza, o sia una trentina di miglia lontano dalla città, smontò di carrozza con l'aia, e posò la mia cassettina da viaggio dinanzi al sentiere d'un campo. Quivi, uscito della mia nicchia portatile, mi posi a passeggiare, e trovandomi inciampato il passo da una bovina, mi prese il ghiribizzo di far prova della mia agilità col varcarla di un salto. La misura del mio salto fu tolta con tanta aggiustatezza che mi trovai sprofondato nel mezzo di essa. Uscitone al guado, non senza qualche difficoltà, toccò ad uno staffiere lo sgradevole incarico di nettarmi alla meglio col suo fazzoletto, perchè vi lascio immaginare com'ero concio. La mia balia poi mi confinò tosto entro la mia gabbia; ma fosse qui finita la cosa! Appena tornati a casa, la regina venne esattamente informata di quanto era occorso; gli staffieri divulgarono l'avvenimento per ogni dove; quanti giorni si continuò in corte ridendo sempre a mie spese!