La regina, avvezza ad udirmi parlare spesse volte de' miei viaggi di mare, e sollecita di procurarmi divagamenti ogni qual volta vedeami malinconico, mi domandò se io sapessi come si faccia a maneggiare una vela od un remo, e se un piccolo esercizio di remigare non sarebbe stato utile alla mia salute. Le risposi sapere io ottimamente maneggiare e remi e vele, perchè, se bene la mia professione fosse quella di chirurgo e medico d'armata, pur sovente in casi d'urgenza avea dovuto prestarmi agli ufizi di comune marinaio. Ma le dissi ad un tempo ch'io non vedeva come ciò potesse farsi negli stati di sua maestà, ove la più piccola barchetta superava in grandezza uno de' nostri bastimenti da guerra di primo ordine; che per conseguenza una navicella, qual io avrei potuto governarla, non avea mai avuta esistenza ne' loro fiumi. Sua maestà soggiunse che, ove avessi voluto dare il disegno d'un bastimento, il suo regio ingegnere me lo avrebbe costrutto, ed ella poi s'incaricava di provedermi d'un luogo ove metterlo all'acqua. Quell'ingegnere era un abilissimo meccanico pratico e, ben istrutto da me, ebbe fabbricata in tre giorni una navicella di diporto con tutto il suo sartiame, atta a trasportar comodamente otto Europei.
Quando vide finita la navicella, la regina ne fu sì esultante che postasela in grembo la portò al re, il quale, in via d'esperimento, la fece tosto varare entro un rinfrescatoio pieno d'acqua. Ma quivi io non potea maneggiare i miei due remi per mancanza di spazio. Fortunatamente la regina avea già prima di ciò formato un altro divisamento, ed ordinato all'ingegnere di fabbricarle un truogolo di legno lungo trecento piedi, largo cinquanta, e profondo otto. Questo truogolo, incatramato a dovere per assicurarlo dalle falle, fu posto sul pavimento e rasente la parete di una stanza terrena che guardava la parte esterna del palazzo. Era proveduto verso il fondo d'una cannella per farne uscir l'acqua, allorchè questa infracidiva, e bastavano due servi a tornarlo entro una mezz'ora ad empire. Entro questo truogolo, remai spesse volte, tanto per diporto mio quanto per dar sollazzo alla regina ed alle sue dame che credettero impiegate bene le loro ore nell'ammirare la mia abilità e perizia navale. Qualche volta io metteva la mia vela, nè in tal caso aveva altro a fare che governare il timone, intantochè le dame mi procuravano una brezza co' loro ventagli. Quando erano stanche, venivano in vece alcuni paggi che spigneano la vela col fiatarci sopra, intantochè io dava saggi della mia abilità marinaresca governando come più mi piaceva la mia nave e di tribordo e di babordo. Terminato il mio nautico esercizio, la Glumdalclitch si portava la nave nel suo gabinetto, ove la attaccava ad un chiodo tanto che si rasciugasse.
In tale diporto mi occorse un caso che non mi costò per poco la vita; perchè un de' paggi avendo già posta entro al suo truogolo la mia nave, l'aia della Glumdalclitch pensò usare atto grazioso alla sua pupilla ed a me col prendermi su con le sue mani e mettermi entro al mio legno. Il diavolo fece che ella, senza averne, come potete credere, l'intenzione, mi lasciasse schizzar fuori delle sue mani, e sarei caduto da un'altezza niente altro che di quaranta piedi se, per vero miracolo, non mi avesse fermato uno spillo puntato al busto della buona signora e conficcatosi con la capocchia tra il legaccio de' miei calzoni e la mia camicia sì che stetti sospeso a mezza vita in aria finchè venne la balietta a levarmi d'angoscia.
Un'altra volta il servitore, che avea l'incarico di rinovare l'acqua del mio truogolo ogni tre giorni, fu poco avveduto al segno di non accorgersi d'un rospo che si era cacciato nel suo secchio e di lasciarlo penetrare insieme con l'acqua entro alla conca. L'animale rimase appiattato finchè fossi messo a bordo; ed allora, trovato che quella barca sarebbe stata una comoda nicchia per lui, ci si arrampicò per di sotto facendola pendere tanto da una banda, ch'io, senza conoscere il motivo di un tale sbilancio, dovetti tirarmi con tutta la persona dall'altro lato per far contrappeso e non andar capovolto con la mia nave nell'acqua. Finalmente il brutto rospaccio ci fu dentro, e fatta a saltelloni mezza la lunghezza della barca, mi saltò su la testa e le spalle imbrattandomi e faccia e panni con l'odiosa sua bava. Sapete che brutti animali sono i nostri rospi; ingranditene le proporzioni, ed avrete un'idea del mostro con cui avevo che fare. Ciò non ostante non permisi alla buona Glumdalclitch d'intromettersi in questa lotta, ed a furia di bastonar la bestiaccia, la costrinsi a saltar di nuovo giù della barca.
Ma il più grave pericolo ch'io m'abbia corso in quel regno, mi derivò da una scimia, di cui era proprietario un guattero delle reali cucine. La Glumdalclitch mi avea serrato entro al suo gabinetto intanto che andò fuori di casa o per affari propri o per far qualche visita. La stagione in quel tempo essendo caldissima, erano state lasciate aperte le finestre del gabinetto e quelle ancora dello sportello della mia gabbia più grande, ove io preferiva rimanere e per la sua ampiezza e per le sue maggiori comodità. Mentre io sedeva quietamente meditando al mio tavolino, udii uno strepito alla finestra del gabinetto, poi qualche cosa che saltellava su e giù per la stanza. Ancorchè tutto ciò mi ponesse in qualche apprensione, pure m'arrischiai a metter la testa fuor della finestra più vicina della mia gabbia, senza per altro movermi dalla scranna, ed allora vidi un bizzarro animale che facea qua e là strani salti, finchè finalmente venne vicino alla mia stanza che pareva eccitasse in lui grande curiosità e vaghezza, perchè faceva capolino allo sportello ed a tutte le finestre di essa. Io mi rannicchiai al più rimoto angolo di quel mio appartamento o gabbia, ma la paura mi avea tanto preoccupato che non ebbi assai prontezza di spirito per nascondermi sotto al mio letto come avrei facilmente potuto.