Giunti al termine del nostro viaggio, il re giudicò a proposito passare alcuni giorni in un suo palazzo situato in vicinanza di Flanflasnic, città non più distante di diciotto miglia dalla spiaggia. La Glumdalclitch ed io ci sentivamo poco bene; quanto a me, m'avea sol preso un piccolo raffreddorre, ma la povera giovinetta era in sì mal essere che dovea rimaner confinata nella sua camera. Io non ne potea più dalla voglia di veder l'oceano, unica sperabile scena della mia liberazione, se pure era possibile. Finsi star peggio ancora di quello ch'io stava in realtà, e chiesi la permissione di andar a prendere l'aria fresca del mare in compagnia d'un paggio, cui m'ero grandemente affezionato, ed alla custodia del quale io veniva sovente affidato. Non mi scorderò più mai la renitenza della Glumdalclitch a lasciarmi andare, e il dirompimento di pianto in cui diede, quasi fosse presaga di quanto era per accadere. Il paggio, presomi seco entro la mia cassetta, fece un passeggio di circa mezz'ora verso la riva del mare, ove, quando fummo, gli ordinai che mi ponesse a terra; quivi, alzata una delle mie saracinesche, mandai un'occhiata ansiosa all'oceano; poi, sentendomi proprio male, dissi al paggio di voler dormire un sonnicello che capivo m'avrebbe giovato. Gettatomi sul mio letto pensile, il paggio ne chiuse le finestre per tenermi riparato dall'aria. Non tardai ad addormentarmi, ed il mio custode ed il paggio, non s'immaginando mai che verun pericolo mi sovrastasse, andarono a girare fra quegli scogli in cerca d'uova d'uccelli, così almeno io congetturo, perchè poco prima io gli avea veduti dalla mia finestra coglierne due o tre da una crepaccia. Desto d'improvviso da una furiosa strappata data all'anello attaccato per la comodità del trasporto alla mia cassetta, mi sentii levato in aria a grandissima altezza, indi portato in avanti con sorprendente velocità. La prima scossa era stata sì violenta, che mancò poco non mi balzasse fuori del letto, ma in appresso il moto della mia prigione divenne bastantemente uniforme. Mandai ripetute grida con quanto di voce io aveva, ma tutto indarno. Guardando verso le finestre io non vedeva altro che nubi e firmamento. Finalmente, udito uno strepito su la mia testa simile ad un battere d'ali, cominciai a capire in qual tristissima posizione io mi trovassi, e che sicuramente un qualche uccello aveva afferrato col rostro l'anello della cassetta, e mi portava sì in alto per lasciarmi cadere sopra uno scoglio, a guisa di testuggine entro il suo guscio, poi trarne fuori le povere mie carni e divorarsele; perchè l'accorgimento e l'odorato di quegli uccelli li fa atti a scoprire la loro preda a grandi lontananze ed ancor meglio riparata che nol fossi io da due dita di parete di legno.
Di lì a poco sentii aumentarsi con grande celerità lo strepito e lo sbattimento dell'ali, onde la mia casa portatile si sventolava per tutti i versi come un'insegna di bottega quando spira più gagliardo il vento. Udii un suono come di bôtte menate sul volatile mio rapitore, perchè io era certo non poter essere nient'altro fuorchè un uccello che si tenesse col rostro l'anello della mia gabbia; poi in un subito, mi sentii cadere perpendicolarmente all'ingiù per la durata circa d'un minuto, ma con tale incredibile prestezza che perdei quasi del tutto la respirazione. La mia caduta fu fermata da un tremendo tonfo, che rintronò più romoroso al mio orecchio della cateratta del Niagara[24], dopo di che rimasi affatto al buio per un altro minuto; poi la mia casa tornò ad alzarsi quanto bastava perchè potessi vedere la luce dalla cima delle finestre. Allora m'accorsi di essere caduto nel mare. La mia cassetta vi galleggiava, ma, grazie al peso del mio corpo, alle mie suppellettili che conteneva e alle larghe bande d'acciaio fermate ai quattro angoli della cima e del fondo per rinforzarla, pescava cinque piedi sott'acqua. Io supposi allora, e tuttavia continuo a supporlo, che l'augello volato via con la mia casa fosse stato inseguito da due o tre altri e costretto lasciarmi cadere per difendersi contra gli altri ansiosi di divider seco la preda. Le bande di ferro fermate sul fondo, chè erano quelle le più forti, mantennero senza dubbio l'equilibrio della cassetta mentre cadeva, onde non andò ad infrangersi obbliquamente con la superficie del mare. Ogni parte di essa ottimamente connessa e le imposte della porta tanto ben serrate che non avevano altro moto fuor del piccolo alzarsi ed abbassarsi dei cardini, tennero sì mondo il mio gabinetto che ben poc'acqua ci potè penetrare. Io venni a grande stento fuor del mio letto pensile, dopo essermi prima riuscito tirare addietro quell'asse scorrevole, congegnata, come vi dissi, in modo di lasciare passar l'aria; senza di ciò io rimanea pressochè soffocato. Oh! come mi augurava io in quel momento di essere con la mia cara Glumdalclitch da cui una sola ora mi avea diviso per tanta lontananza! E posso dire con verità che, in mezzo anche a tanta disgrazia, non seppi starmi dal pensare alla mia povera balietta e dall'angosciarmi all'idea del rammarico ch'ella sentirebbe. Probabilmente nessun viaggiatore ha gemuto sotto il peso di calamità e rischi maggiori di quelli che mi premevano in tal congiuntura: io era esposto da un istante all'altro a veder fatta in pezzi la mia cassetta, o per lo meno capovolta dal primo soffio di vento o dal primo cavallone che si sollevasse. Il rompersi d'una sola lastra delle mie finestre era una morte immediata per me; nè null'altro potea salvarle fuor delle forti grate di ferro postevi al di fuori per andar contro agl'incidenti del viaggio. Io vedea già l'acqua stagnare in più d'una fenditura e ne atterriva, benchè le falle non fossero considerabili e m'ingegnassi turarle il meglio ch'io potea. Io non era buono d'alzare il coperchio del mio gabinetto, il che avrei certamente fatto se mi fosse stato possibile, perchè, sedendomi su la cima, mi sarei salvato almeno alcune ore di più, che restando confinato, per così esprimermi, nella stiva. Ma quand'anche mi fossi sottratto a que' pericoli per un giorno o due, che cosa poteva io aspettarmi fuor d'una miserabile morte? Rimasi quattro ore in questa agonia, aspettandomi, e per dir vero augurandomi, che ciascun momento fosse l'ultimo della mia vita.
Devo aver descritto altrove al mio leggitore, come due forti caviglie fossero infitte a quel lato della mia cassetta che non aveva finestre, e come lo staffiere solito a portarmi con la mia casa sopra le spalle raccomandasse a queste la coreggia che reggea tutto il peso, affibbiandosela indi alla cintura. In quel mio stato di desolazione, parvemi udire un romore come di raschiamento alla parte dov'erano infitte le caviglie; e poco dopo principiò a parermi che la mia piccola casa fosse spinta o rimorchiata per traverso al mare, perchè a quando a quando io m'accorgea di certa altalena che faceva ora abbassare, ora alzar l'acqua al di sopra della cima delle mie finestre onde io rimaneva quasi affatto all'oscuro, la qual cosa infuse in me alcune vaghe speranze di un soccorso, ch'io per altro non sapea figurarmi nè come nè donde mi potesse venire. Mi provai a spacciare dalla vite, che le fermava sempre al pavimento, una delle mie scranne, poi non senza fatica tornai a stabilirla con la sua vite direttamente sotto l'asse scorrevole di cui vi ho parlato, e che, come dissi, io avea prima tirata addietro. Montato su quella scranna ed accostato il volto quanto potei al pertugio, mi diedi ad implorare aiuto con tutta la forza della mia voce ed in quante lingue io sapeva parlare. Legato indi il mio fazzoletto al bastone ch'io avea sempre con me, passai fuor del pertugio questo stendardo, e lo feci sventolare molte volte, affinchè, se qualche bastimento o naviglio fosse stato lì in vicinanza, i marinai avessero potuto congetturare che qualche povero sgraziato era chiuso entro quella cassetta.
Benchè le mie grida rimanessero senza risposta, io m'accorgea per altro che la mia cassetta continuava a moversi in una costante direzione, finchè, trascorsa una buon'ora, dalla parte delle caviglie, quella cioè che era sguarnita di finestre, sentii che la mia casa urtò in qualche cosa di resistente. Temei fosse uno scoglio, chè il conquassamento della cassetta era divenuto più gagliardo; indi ascoltai uno strepito come di una gomona al di sopra del coperchio, e tal raschiamento come se qualcuno la facesse passare entro l'anello della cassetta ch'io sentii alzarsi gradatamente ad un'altezza per lo meno tre volte maggiore di quella della prima sua posizione. Allora tornai a mandar fuori quel mio stendardo ch'io m'era fatto con un fazzoletto e un bastone ed a gridare Aiuto! sì spietatamente, che la mia voce era divenuta non vi so dir quanto rauca. In risposta ascoltai un grido ripetuto tre volte che m'empiè di tale esultanza qual può concepirla soltanto chi l'ha provata. Udii allora un calpestio di piedi su la mia testa, ed una voce sonora che dal pertugio parlava in inglese:
— «Se v'è qualche creatura umana laggiù, parli!
— «Sono un Inglese, gridai; condotto dalla mia trista fortuna alla più orrenda fra quante calamità possano succedere ad una creatura umana. Deh! per quanto avete di più sacro, o di più caro, liberatemi da questo carcere!