Importava l'anticipare queste notizie al mio leggitore, altrimenti si sarebbe trovato nell'imbroglio, non meno di quanto lo era stato io, per indovinare che cosa avessero per la testa quei galantuomini quando mi conduceano per quelle gradinate sino alla cima dell'isola e di lì al palazzo del re. Mentre salivano, accadea loro di volta in volta il dimenticarsi che cosa stessero facendo, onde mi lasciavano abbandonato a me stesso, finchè i lor battitori non aveano tolte da quel letargo le loro memorie; chè del resto non recavano ad essi la menoma curiosità o meraviglia nè la foggia straniera del mio vestire nè il mio fare diverso dal loro nè le grida messe dal volgo, le cui menti erano assorte in minori meditazioni al vedermi.

Entrati finalmente nel palazzo del re, mi trovai con essi nella sala delle presentazioni, e vidi il re seduto sul suo trono e fiancheggiato da personaggi di prima sfera. Innanzi al trono stava una tavola piena di globi e sfere e stromenti matematici di tutte le qualità. Non parve che sua maestà s'accorgesse menomamente di noi, benchè il nostro ingresso fosse stato accompagnato da un sufficiente strepito, tanto era il concorso d'individui attenenti alla corte che la curiosità ci aveva tratti d'intorno. Ma in quel momento la lodata maestà sua era tutta immersa con la mente nel meditare un problema, onde ci convenne aspettare un'ora, sinchè finalmente lo ebbe sciolto. Stavano uno per banda al monarca due paggi, ciascuno munito della sua vescica, un de' quali, appena gli parve che il re avesse comodo di darmi udienza, gli percosse dilicatamente la bocca, mentre l'altro adempiva la stessa funzione sul suo orecchio destro. Scosso d'improvviso da que' due picchi e, data un'occhiata a me ed alla mia comitiva, si ricordò subito del motivo della nostra venuta, cosa di cui lo aveano dianzi informato. Disse alcune parole, nè ebbe cominciato a pronunziarle, che già uno de' due paggi venutomi immediatamente a fianco avea percossa leggermente con la sua vescica la mia destra orecchia, benchè io avessi fatti quanti cenni seppi per dargli a capire ch'io non aveva bisogno di quella sveglia; la qual cosa, come seppi da poi, fece concepire a sua maestà ed all'intera corte una ben trista opinione della mia intelligenza. Il re, da quanto potei congetturare, mi fece moltissime interrogazioni alle quali risposi in tutte le lingue che mi erano note. Poichè fu ravvisata l'impossibilità ch'io intendessi e che fossi inteso, venni condotto per ordine dello stesso re in un appartamento del suo palazzo, ove m'aspettavano due servi assegnati a mia disposizione, perchè quel sovrano si distinguea sommamente da tutti i suoi predecessori nell'usare ospitalità agli stranieri. Venne imbandito il mio banchetto, al quale ebbi per commensali quattro personaggi notabili del paese, i quali io mi ricordava benissimo aver veduti in grande vicinanza alla persona del re. Avemmo due portate, ciascuna di tre piatti. Formavano la prima una spalla di castrato ridotta in forma di triangolo, una fetta di manzo conformata a romboide, una torta fatta a cicloide; la seconda portata, tutta d'apparenza musicale, presentava due anitre foggiate a violini, manicaretti che aveano l'aspetto di arpe e oboè, una punta di petto di vitello che pareva un'arpa. Gli scalchi nel tagliare il nostro pane gli davano forme variate di coni, cilindri, parallelepipedi e d'altre figure regolari della geometria solida.

Durante il pranzo, mi feci il coraggio di chiedere ai miei nobili commensali il nome che diverse cose aveano nel loro idioma, ed essi, coll'intervento sempre dei loro servi proveduti di vesciche, si degnavano rispondermi, e si leggea nè lor volti la speranza di eccitare la mia meraviglia per la loro abilità di scendere al mio livello per conversare con me. Non andò guari che fui in istato di domandare del pane, da bere, o altre cose delle quali abbisognassi.

Levata la mensa, que' signori se ne andarono, e venne a trovarmi, accompagnato dal servo battitore, un altro individuo speditomi dal re. Questi, che portava con sè carta, penne, un calamaio e due o tre libri, mi diede a capire per cenni di essere mandato per insegnarmi la lingua del paese. La nostra sessione fu di ben quattro ore, durante le quali scrissi giù molte parole in colonna, e contro a ciascuna la spiegazione di queste in mia lingua. M'ingegnai parimente di ritenere parecchie corte frasi e scriverle immantinente, al qual fine il mio precettore ordinava ad uno dei miei servi, ora di andargli a cercar qualche cosa, ora di moversi in giro, di fare una riverenza, di sedere, di star fermo, di camminare, e simili. Egli mi mostrò pure in uno de' suoi libri le immagini del sole, della luna, delle stelle, del zodiaco, de' tropici, de' circoli polari e molte figure matematiche piane e solide con le loro denominazioni in lingua laputiana, a canto. Mi diede in oltre i nomi e le descrizioni di tutti gli stromenti musicali dell'isola ed i termini generali dell'arte tratti dai sonatori di ciascun d'essi. Dopo che ci fummo disgiunti, disposi tutte le mie parole in ordine alfabetico con le loro spiegazioni a fianco di esse.

La parola che corrisponde in lingua europea ad isola volante o galleggiante è Laputa, della qual parola non potei mai conoscere con sicurezza la vera etimologia. Lap in vecchio disusato linguaggio laputiano significa alto, ed untuh vuol dire governatore, donde, essi dicono, è derivata la corrotta parola Laputa in vece di Lapuntuh. Confesso che mi garba poco una tale etimologia, a parer mio stiracchiata. Mi arrischiai offrire a que' dotti una congettura mia propria. Nel loro linguaggio più moderno lap vuol dire danze de' raggi del sole, e uted corrisponde ad ala. Dunque, diss'io Laputa sarà una specie di ala del sole. Non mi ostino per altro in questa opinione, che unicamente sottopongo al giudizio degl'ingegnosi miei leggitori.

I regii miei curatori, al vedermi sì mal vestito, mandarono per un sartore che nella successiva mattina venne a prendermi la misura per un finimento di abiti. Questo manifattore faceva in ciò le sue cose ben diversamente dai suoi colleghi d'Europa. Presa prima la mia altezza con un quadrante, si valse di riga e compasso per rilevare le dimensioni di ogni piega esterna del mio corpo ignudo, poi tutte le disegnò su la carta; e sol di lì a sei giorni mi portò i miei abiti malissimo fatti e tutti sformati a motivo di uno sbaglio trigonometrico occorsogli nel calcolare una dimensione. Mi consolai non ostante al vedere che tali equivoci si ripeteano sovente, e che poco ci si badava.