Nel sito, ove la macchina si arrestò, aveavi un antico Tempio, riputato pel maggiore del Regno; che essendo stato da alcuni anni addietro profanato da un omicidio che fa orrore alla Natura, se gli erano tolti tutti i suoi ornamenti, e più non serviva ad usi sacri. Si trattò che quegli fosse l’alloggio mio. La porta maggiore che riguardava a Tramontana, era alta da quattro piedi, e al più de’più, due ne aveva di larghezza; di modo che agiatamente io poteva introdurmivi. Da cadaun lato della porta era costrutta una piccola finestra alta da terra sei grosse dita; e a quella del lato sinistro vi erano novanta ed una catena, somiglianti a quelle che pendono dagli oriuoli delle Dame in Europa, e quasi così larghe, che furono attaccate alla sinistra mia gamba con trenta e sei catenacci. Rimpetto di questo Tempio, e in distanza di venti piedi, aveavi una Torre, alta di cinque piedi per lo meno; ove l’Imperadore erasi trasferito con un gran numero de’principali Signori di sua Corte, per contemplarmi a suo bell’agio. Secondo il calcolo che ne fu fatto, più di cento mila abitatori, pel suggetto medesimo uscirono della Capitale; ed io scommetterei, che al dispetto de’miei custodi, col benefizio di molte scale, più di dieci mila successivamente me ne son montati sul corpo. Ma una tale sfrontatezza ben presto restò repressa da un Editto, che sotto pena di morte la proibiva. Vistasi dagli Operaj l’impossibilità del mio scampo, recisero essi tutti i leggacciuoli che servivano ad attaccarmi. Mi levai con un’aria la più svogliata, e la più malinconica, che in mia vita non ebbi mai. Non può esaggerarsi abbastanza lo stordimento del Popolo nel vedermi in piedi, e che un momento dopo me ne stessi spasseggiando. Le catene onde era la mia gamba avvinta, aveano due verghe, o circa di lunghezza, e mi lasciavano, non solo la libertà di muovermi avanti, e indietro in semicircolo, ma raccomandate in distanza di quattro grosse dita dalla porta, permettevano eziandio che tutto disteso nel Tempio mi coricassi.
CAPITOLO II.
L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone ragguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore dei linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilita. Formasi l’inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.
RIto in piedi che fui, risguardai d’intorno a me, e negar non posso che in verun tempo non mi si affacciò prospettiva più vaga. Mi sembrava tutto il Distretto un sol giardino; ed ogni campo, d’un fiorito letto portava l’aria. Eran que’campi, il cui maggior numero stendevasi a quaranta piedi in quadrato, framescolati di boschi; e gli alberi più minuti, per quanto io poteva giudicarne, erano dell’altezza di sette piedi. Vidi alla mia sinistra la Città Capitale, la quale, da quel lato ond’io la ravvisava, non malamente appariva che una di quelle Città, che si ambiranno delle Teatrali rappresentazioni. Erano già molte ore che estremamente mi trovava incomodato da non so quali necessità; il che poi non è gran maraviglia; essendo che per quasi due interi giorni non vi aveva io soddisfatto. Fieramente dunque contrastavano insieme la necessità, ed il rossori. Miglior espediente non potei immaginarmi, quanto ritirarmi carpone nella mia Casuccia; e di fatto l’eseguj. Chiusi la porta dietro di me; e allontanandomi per quanto potea accordarmelo la mia catena, mi scaricai d’un peso molto importuno. Ma l’unica volta questa si è, che per tutta la mia vita rimprocciar mi deggio una somigliante impulitezza; di cui tuttavia ne spero il perdono da chiunque ragionevole Leggitore, che senza parzialità di sorta bilancerà le circostanze che mi strignevano. Da quel tempo in poi, immediate che mi era levato, fu mio costume di fare la cosa medesima a Cielo scoperto, il più lungi dal mio domicilio che m’era possibile; e ogni mattina, pria che sopravvenisse compagnia, due servidori, di cui una tal incombenza era peculiare, non mancavano mai di togliere tutto ciò che offendere poteva l’odorato di chi mi onorava delle sue visite. Si a lungo non averei insistito sopra un particolare, che forse a primo aspetto non sembrerà di molta conseguenza, se creduta non avessi cosa indispensabile di formar l’apologia della mia pulitezza, che alcuni de’miei invidiosi, cogliendo l’opportunità dell’accidente or or narrato, ebbero l’audacia di rivocare in dubbio.
Sbrigatomi da una tal avventura, uscj della mia casa per prender l’aria. Era già calata dalla torre Sua Imperial Maestà, e a Cavallo portavasi alla mia volta; cosa che stette per costarle caro; atteso che l’animale montato da lei, ancorchè, per altro, ben disciplinato, non avvezzo a vedere una creatura di mia fatta, che parer gli doveva un mobile monte, s’inalberò. Ma il Principe, perfettissimo Cavaliere, non perdè staffa, e vi si mantenne finchè il suo seguito mettesse mano sulla briglia della bestia, e ch’ei poscia ne discendesse. Posto piede a terra, mi contemplò da tutti i lati; sempre però fuori di mia portata. Comandò a’Cucinieri, e a’Bottiglieri, ivi già lesti, di recarmi a mangiare, e a bere; il che essi effettuarono, col ripporre l’imbandigione, ed i liquori, sopra una spezie di macchine a ruote, ch’eglino spignevano fin al segno che vi giugnessero le mie mani. Diedi l’assalto a queste macchine, e in un batter d’occhio le lasciai nette. Venti n’erano riempiute di vivande, e dieci di pozioni: cadauna delle prime mi valeva due o tre boccate; e riguardo alla bevanda, n’era molto ben osservata la proporzione. Sopra seggj d’appoggio, e in certa distanza, stavano assisi l’Imperadrice, i Principi, e le Principesse del sangue: ma veduto l’accidente che minacciò l’Imperadore a cagione del Cavallo di lui, levaronsi, e se gli accostarono. Ecco com’è fatto questo Monarca. Egli supera in Matura chiunque della sua Corte, una buona grossezza d’una delle mie unghie; il che solo, è sufficiente per inspirar rispetto in chi lo risguarda. Sono maschili i suoi delineamenti; le labbra grosse, ed olivastra la sua carnagione; si tiene molto diritto, ha le sue membra assai ben proporzionate, abbonda di graziosità, ed è maestisissimo in tutte le sue azioni. Lasciavasi egli allora addietro la primavera della sua età, avendo ventott’anni, e alcuni mesi, onde sette ne avea regnato compiutamente felice. Affin di ravvisarlo a mio piacere, mi corcai sull’uno de’miei fianchi, lungi da lui lo spazio di tre Verghe; attitudine tale, che precisamente costituì il mio capo, paralello a tutto il di lui corpo. Non può darsi, per altro, che non sia esatta la descrixion che quì faccio: giacchè da quel tempo avanti, più d’una fiata l’ebbi nelle mie mani. Èra positiva la sua vestitura; e per quanto può spettare alla moda, ei ritenea una spezie di mezzanità fra gli Asiatici, e gli Europei Abitatori; in sulla testa pero portava egli una celata d’oro leggerissimo, ornata di giojelli, e guarnita d’una piuma. Teneva in mano una sorta di spada nuda, che dovea servirgli di difesa in caso che da’legami mi fossi sciolto: ella era lunga tre pollici al più, e l’impugnatura, e la guaina n’erano d’oro, arricchito di diamanti. Era sottile, ma molto chiara la sua voce; cosicché distintamente poteva io intenderla tutto che me ne stessi in piedi. Con tanta magnificenza comparivano abbigliate le Dame, ed i Cortigiani, che il luogo da essi occupato avea la mina d’una sottana distesa a terra, e di diverse figure d’argento e di oro ricamata. Sua Maestà Imperiale non di rado m’impartì l’onore di parlar meco; e dal mio canto non si mancò di renderla appuntino soddisfatta con le risposte; ma ella nè pur parola potè capire di quanto io le diceva; come altresì, per parte mia, potestar posso, che del discorso di lei non ho compresa silliba. Stavan presenti (per quanto fummi lecito di conghietturare dalle vestimenta) alcuni Sacerdoti, ed uomini di Legge, cui fu ingiunto di attaccar meco conversazione. Parlai loro tutti i linguaggj che mi erano noti; ed eziandio quegli, ond’io ne aveva una tintura men che superficiale; voglio dire il Tedesco, il Fiamengo, il Latino, il Franzese, lo Spagnolo, e l’Italiano: Tutto vi rimescolai, perfino alla lingua Franca, ma senza riuscimento. Due ore dopo, la Corte si ritiro, e mi lasciò sotto una huona guardia, con l’oggetto di prevenire l’impertinenza, e verisimilmente la malizia della canaglia, che moriva di voglia d’avvicinarmisi; avendo alcuni, in tempo che me ne stava sedendo sull’uscio della mia casa, avuta l’insolenza di lanciarmi molte saette, una delle quali poco vi volle che non mi cavasse un occhio. Ma il Colonello comandò che si arrestassero sei de’principali complici dell’attentato, e che in pena del loro delitto fossero rimessi in mio potere; il che fu eseguito dalla milizia, che gl’incalzò colle sue picche, finchè fossero alla mia portata. Tutti gli presi colla destra mano; e cinque d’essi ne riposi nella tasca del mio giubbone, facendo sembiante per lo stesso, di volermelo assorbere vivo vivo. Il meschino misesi a gridare orribilmente; e del pari al Colonnello, da terribili dolori di ventre furono sopraffatti gli altri Ufficiali, spezialmente quando mi videro a dar di mano al mio temperino. Poco tuttavia tardai a togliere lor l’affanno, conciosiachè prendendo io un’aria di piacevolezza, e tagliando di là a un instante le funi che il teneva no legato, il rimisi pianamente a terra, ed egli in un subito si dileguò. Dopo di aver tratti ad uno ad uno dalla tasca gli altri miei prigionieri, mi contenni con esso loro nella guisa medesima: ed osservai che i Soldati, ed il popolo, furono incantati da un sì clemente procedimento, che in un modo, al segno maggiore vantaggioso per me, fu riferito alla Corte.
Sull’imbrunir del giorno m’introdussi, strisciando, nella mia abitazione, ed a terra mi vi corricai: altro letto non ebbi pel corso di quindici giorni; ma dopo questo tempo, uno ne ottenni per ordine dell’Imperadore. Secento materasse d’una misura comune, furono trasferite, ed adagiate nel mio Palazzo. La lunghezza, e la larghezza del mio letto eran composte di cinquanta de’loro ricuciti insieme, e l’altezza di quattro; e pure ciò non impediva che io male non me ne trovassi, perchè il pavimento era di pietra. Lo stesso calcolo si osservò riguardò alle lenzuola, e alle coperte. Per dir vero, non n’era io per niente pago; ma accostumato di lunga mano a’patimenti, dovetti mettermi in pace. Sparsa che fu pel Regno la nuova del mio arrivo; affin di vedermi, portossi alla Capitale un infinito numero di scimuniti; e sì prodigiosa funne la quantità, che i più de’villaggj rimasero senza campajuoli, non ostante il sommo pregiudizio de’domestici loro affari, e altresì dell’agricoltura. Ma diversi editti di Sua Imperial Maestà provvidero a un tal disordine; comandato avendo, che quei, che mi avessero di gia veduto, tornassero alle loro case, e non si accostassero per cinquanta verghe alla mia, senza una permissione della Corte: ristrignimento, che a Segretarj di Stato profittò riguardevoli somme.
Furono frequenti le Consulte tenutesi dall’Imperadore per deliberare della mia persona: e seppi da poi da uno de’migliori amici che io abbia avuto in quel paese, uomo di primaria qualità, e che senz’altro potea aver mano negli affari: seppi, dico, che la Corte stavasene enormemente imbarazzata a mio riguardo. Vi si temeva che mi riuscisse spezzare una volta le mie catene; o che la mia voracità cagionasse una orribile carestia. Tal fiata vi si risolveva di lasciarmi morire di fame; ed altre, di ferirmi le mani, e la faccia con frecce vennate; il che, ben presto, tratto mi avrebbe di briga. Nessuno pero di tali divisamenti fu postò in esecuzione: riflettutosi che il puzzo d’un cadavero sì smisurato come il mio, avrebbe, senza alcun dubbio, infettata l’aria, e prodotta nella Dominante qualche contagiosa malattia che seguitamente si sarebbe dilatata per tutto il Regno. Nel forte di queste deliberazioni, furono alla porta della Sala del Consiglio molti Uffiziali delle Soldatesche, ed ottenutone l’ingresso due di loro, fecero il riferto del modo che io avea tenuto in proposito a’sei criminosi, di cui, non e guari che si è parlato. Non solo nell’animo del Monarca, ma eziandio di tutto il suo Senato produsse sì fatte impressioni il rapporto degli Uffiziali, che tutti i Villaggi fin alla distanza di novecento Verghe dalla Città, ebber ordine di somministrare cadaun giorno, sei buoi, quaranta castrati, ed alcune altre vittuaglie pel mio nutrimento; con pane, vino, ed altri liquori a proporzione. Il pagamento di tutto questo, era loro assegnato sull’Erario di Sua Maestà; essendo che questo Principe sussiste colle rendite de’suoi Dominj, non esigendo che molto di rado, e in congiunture eccessivamente strignenti, sussidj da’suoi Suggetti, quali, dal canto loro, sono obbligati a servire nelle guerre di lui, a proprie loro spese. Cogli stipendi Imperiali eran pagate secento persone scelte in miei domestici, e furon loro piantate delle tende a cadaun lato della mia porta. Comandossi pure che trecento Sarti travagliassero per mio servigio un compiuto assortimento di vestimenta alla foggia del Paese: Che sei de’primarj Letterati del Imperio avessero la cura d’ammaestrarmi nel loro idioma: e finalmente, che le Guardie dell’Imperadore; e stessamente i suoi Cavalli, e que’della Nobiltà, frequentemente mi passassero d’avanti, perchè si avvezzassero della mia vista. Furono eseguiti tutti questi ordini con la più esatta precisione; e nello spazio di tre settimane feci gran progressi nella lingua del Paese. Nel frattempo, parecchie volte mi onorò il Monarca di sue visite; e insino mi giuntò la grazia di mescolar sovente le sue instruzioni con quelle de miei Precettori. Cominciavamo già a strignere insieme una spezie di conversazione; e co’primi termini da me appresi, mi sforzai d’esprimere la brama che m’incalzava di conseguire la libertà, e ginocchione gliene ripeteva ogni giorno la supplica. Per quanto pote comprendere, ei rispondeva: che la mia dimanda esigeva tempo; e che senza il parere del suo Consiglio non era cosa neppur da badarvi: che prima di tutto, io doveva, Lumos Kelmin pesso desmar lon Emposo; cioè a dire, giurarli, che io vivrei in pace con esso lui, e con tutti i suoi sudditi: che frattanto, ben trattato io sarei. Consigliommi, per altro, a procurar di guadagnarmi la sua benevolenza, e quella de’suoi Suggetti, col mio sofferimento, e con la mia discretezza. Mi pregò non perdere in mala parte, se egli ingiugnesse ad alcuni de’suoi Uffiziali di far revisione alle mie tasche; poichè era verisile che io avessi sopra di me qualche arme, che al certo dovea straordinariamente pericolosa, se ella corrispondeva all’immensità della mia corporatura. Io replicai che Sua Maestà sarebbe ubbidita, e che io stava pronto ad ispogliarmi, e a rovesciare le mie saccocce; il che espressi a forza di contrassegni, mancandomi per allora i termini. Soggiunse l’Imperadore: che per le leggi del Regno, due Uffiziali dovevano visitarmi: che egli non ignorava che era impossibile il potersi ciò effettuare senza la mia cooperazione: che vantaggiosamente egli era prevenuto della mia generosità, e della mia giustizia, perchè affidar potesse nelle mie mani le persone loro: che tutto mi fosse stato tolto, mi sarebbe renduto al mio staccarmi dal Paese, oppur pagato secondo il prezzo che io medesimo tassato avessi. Presi dunque i due Ufficiali nelle mie mani, e a prima giunta gli messi nelle tasche del mio giubbone, e poscia in tutte l’altre; eccettuatine i due borsellini, e un’altra tasca ancora contenente alcune bagattelluzze, che solo valevano per lo speziale mio uso. In uno de’miei taschetti aveavi un oriuolo d’argento; e nell’altro alcune monete d’oro in una borsa. Que’Signorini che tenevano con esso loro carta, penna, ed inchiostro, formarono, di tutto ciò che vi rinvennero, un’inventario esattissimo; e compiuto il fatto loro mi pregarono di mettergli a terra, perchè all’Imperadore farne potessero il riferto. Tempo dopo trasportai in Inglese quest’Inventario; ed eccone parola per parola la traduzione. Primieramente; nella saccoccia a parte dritta del Giubbone del grand’Uomo-Montagna, (che così sembrami si abbiano a tradurre i vocaboli Quibus Flestrim,) dopo la più diligente visitazione, vi trovammo solamente un drappo di estensione sì enorme, che servir potrebbe di tappeto per la maggior Sala del Palazzo di Vostra Maestà. Nella tasca sinistra vi abbiani veduto un esorbitante forziere, tutto d’argento. Avendo chiesto fosse aperto, uno di noi vi entro, e sprofondovvisi per fino a mezza gamba in una sorta di polvere; parte di cui sparsasi nell’aria, molte volte ci fece stranutire. Nella saccoccia dritta della vesta di lui, visitammo un prodigioso volume, composto di molte bianchicce sostanze piegate l’une in sull’altre, della lunghezza all’incirca di tre uomini, strettamente serrate fra d’esse, e contrassegnate di figure nere: ci ha egli detto che son elleno scritture, onde cadauna lettera è tanto larga, quanto la metà della palma delle nostre mani. Nell’altra saccoccia a mano manca, aveavi una sorta di macchina composta di venti lunghe pertiche, che mai non assomigliavano al palizzato che regna dinanzi alla Corte di Vostra Maestà. Conghietturiamo che con cotale strumento Uomo-Montagna si pettini la testa, mercechè non tutte le volte il tormentiamo con le nostre quistioni, durando noi un sommo stento per farci intendere. Nella dritta gran tasca del suo invoglio di mezzo, (che in questi termini io rendo i vocaboli Ranfu Lo, ond’essi disegnavano i miei Calzoni,) scorgemmo una colonna di ferro scavata, della lunghezza d’un uomo, e strettissimamente annessa a un pezzo di legno, ancor più grande della colonna. Sopra uno de’lati di questa macchina vi erano smisurati pezzi di ferro, per la cui bizzara figura noi non sappiamo che crederne. Uno strumento del tutto somigliante trovammo nella tasca manca. In un altra più piccola a parte destra, stavano molti pezzi d’un bianchiccio, e rossigno metallo, di differenti grandezze; ed alcuni de’pezzi bianchi, che ci parevano d’argento, erano sì larghi, e sì pesanti, che il mio camerata ed io, levargli appena potevamo. Due nere colonne, d’irregolare figura, ritrovammo nella saccoccia sinistra; e una d’esse stava coperta, e sembrava d’un solo pezze: ma nella parte superiore dell’altra, aveavi una spezie di rotonda, e bianchiccia sostanza: al doppio più grossa che le nostre teste: ognuna di queste macchine conteneva una prodigiosa lamina d’acciajo. A mostrarcele l’obbligammo; temendo noi che non fossero strumenti perniziosi. Ei levolle dalle loro nicchie; e ci fece avvertiti, che nel Paese di lui egli avea il costume di servirsi dell’una per radersi la barba; e per trinciare non so quali cibi, dell’altra. Egli ha due borse, in cui introdurci non potremmo, e le chiamava i suoi borsellini. Eran questi, due larghe fessure, tagliate nella parte superiore del suo invoglio di mezzo, ma rendute molto anguste per la pressione del ventre di lui. Al di fuori del dritto borsellino, pendeva una gran catena d’argento alla cui estremità stava attaccata una macchina la più singolare, che vertimo di cavar fuori ciò che teneva alla catena; ei lo fece; e mostrocci un globo, in parte d’argento, e in parte d’un altro trasparente metallo. Riguardandolo noi dalla parte trasparente, vi ravvisamo strane figure disposte in cerchio; che avendo tentato di toccarle, trovaronsi arrestate da quella diafana sostanza le nostre dita. Accostò egli alle nostre orecchie questa macchina, e vi udimmo un continuato fracasso, somigliante a quello d’un mulino da acqua. Pensiamo che cosa tale sia qualche incognita bestia; oppure la divinità che colui adora: ma quest’ultima opinione ci sembra più verisimile; avvendoci egli assicurati, (se pure ben il comprendemmo, poichè si esprime in un modo molto imperfetto,) che ciò era una sorta d’Oracolo assai sovente consultato da lui, e che distinguevagli il tempo di cadauna azione della sua vita. Dal manco suo borsellino egli estrasse una spezie di rete tanto grande, che può servire alla pesca, ma che a guisa di borsa si apre; e si chiude; valendosene egli per un tal uso. Vi trovammo alcuni massiccj pezzi d’un metallo giallicio; che se son eglino d’oro vero, deggiono essere d’un valor immenso.
Dopo di aver, in eseguimento degli ordini di Vostra Maestà, scrupolosamente rivedute, e visitate le saccocce tutte di lui, osservammo che d’intorno alla sua vesta egli aveva un cinturone, che certamente non può essere stato fatto, che della pelle di qualche portentoso animale. Al lato manco di esso cinturone, pendeva una spada della lunghezaza di cinque uomini, e alla dritta una spezie di sacco diviso in due serbatoj, ognun de’quali contener potrebbe tre sudditi della Maestà Vostra. In uno di questi serbatoj stavano molti globi d’un pesantissimo metallo, cadauno della grossezza delle nostre teste, e molto disagevoli per levargli. Vedemmo nell’altro una gran quantità di granineri, assai piccoli, e di non grave peso, potendo noi, in una sola volta, più di cinquanta tenerne in mano.
Quest’è l’Inventario fedele di quanto trovammo indosso all’Uomo-Montagna, il quale trattò con noi in un onestissimo modo, e col rispetto dovuto alla commissione di Vostra Maestà. Soscritto e suggellato il quarto giorno dell’ottangesima nona Luna dell’Augusto Regno di Vostra Maestà Imperiale.
Glefren Frelock.