In lasciando il Padrone, fui di ritorno alla Casa di mio Padre; il quale con l’ajuto di Giovanni mio Zio, e di diversi altri parenti, providemi di quaranta lire Sterline, con promissione di annualmente somministrarmene trenta, per mantenermi a Leide; ove per due anni, e lette mesi, mi appigliai allo studio della Medicina; essendo ne’Viaggj di lunga tratta utilissima questa Scienza.

Poco dopo il mio ritorno di Leide, il mio buon Padrone Signor Bates raccomandommi in Chirurgo della Nave nomata la Rondine, e governata da Abramo Panell suo Capitano. Due Viaggi pe Levante, e per altre parti effettuai con essolui nel termine di due anni e mezzo; e dopo ciò, determinai di stabilirmi a Londrai. Approvò il Signor Bates il mio disegno, e diverse pratiche mi piocurò. Presi un meschino allegio; e saltatomi in capo di ammogliarmi, sposai la figliuola d’un buon Borghese, che quattrocento lire Sterline mi portò in dote. Ma la morte del mio Padrone accaduta due anni dopo, o circa; e la scarsezza degli Amici miei, furono la cagione che ben presto io non avessi ad operare gran cose. D’altra parte, non volea la mia coscienza che io imitassi certuni de’miei Confratelli, i quali trattano in un modo i loro pazienti, che poco temer non deggiono di restarsene inoffiziosi. Consultati, per tanto, la moglie, ed alcuni amici, risolvetti di darmi di nuovo al Mare. Successivamente fui Chirurgo di due Vascelli; e pel corso d’anni sei, compiei diversi Viaggi all’Indie Orientali, e dell’Occidente, che qualche cosa mi profittarono. Le mie ore di ricreazione erano impiegate nella lettura degli antichi, e moderni migliori Autori, standone io sempre ben provveduto; e quando io poneva piede a terra, m’applicava ad istudiare il genio, e la maniera de’Popoli, co’quali io conversava, ed altresì ad apprendere i lor linguaggj, il che sempre mi fu agevolissimo, essendo assistito da una memoria felice.

Poco ben riuscitomi l’ultimo Viaggio, m’infastidj del Mare, e formai il disegno di restarmene colla Moglie, e co’miei figliuoli. Cambiai per due volte d’abitazione, lusingandomi di cambiar fortuna, ma era sempre a un di presso la stessa cosa, e vale a dire, nulla. Dopo tre anni d’inutili tentativi, aderj ad un offerta assai vantaggiosa fattami dal Capitano Guglielmo Prichard, comandante un Vascello nomato la Gazella, e che disegnava di mettersi alla vela pe’Mari d’Ostro. A’quattro di Maggio 1699. levammo l’ancora da Bristol, e da principio fu prosperissimo il nostro cammino.

Con qualche ragione io penso non essere necessario di stancare il Leggitore con la recitazione delle Avventure che in que’Mari ci accadettero: basterà l’avvertirlo, che scorrendo alla volta dell’Indie Orientali, fummo assaliti da una violenta tempesta, che al Ponente Maestro del Paese di Diemen ci sospinse. Osservatasi la meridionale latitudine, ci trovammo a trenta gradi, e due minuti. Gli eccessivi patimenti, e la pessima nodritura ci avean fatti perdere dodici Marinaj; e in assai cattivo stato trovavansi i rimanenti.

Nel giorno quinto di Novembre, tempo, in cui la State in que’Paesi comincia, annebbiatasi straordinariamente l’aria, scoprirono i Marinaj una Roccia in distanza dal Vascello di circa la metà d’una gomena; ma era sì furioso il vento, che la Nave gettatavi a traverso, poco dopo restovvi infranta. Cinque uomini ed io, procurammo di salvarci nello Schifo, e di staccarci dalla Rupe, e dal Vascello. A forza di remi ottennemmo l’intento; e, se non m’inganno, ci allontanammo per nove miglia: ma allora sì che a mal partito ci ritrovammo; nercè che intieramente fummo abbandonati dalle nostre forze, di già estenuate dall’operar nella Nave. Lasciammo dunque alla discrezion de flutti il nostro schifo, che mezz’ora dopo restò ingojato. Emmi ignoto il destino de’cinque miei, compagni, e degli altri che io lasciati avea sul Bastimento; ma è probabilissimo che sieno periti tutti. Quanto a me; sospinto dal vento, e dalla marea, nuotai alla ventura; e più d’una volta, comechè inutilmente, procurai di sentir fondo: alla fine, per rara felicissima sorte, sul punto che io stava di già mancando, ne sentj; e quasi nel tempo stesso la burrasca si mitigò. Pria di guadagnare la terra asciuta, faticai per quasi un miglio; essendo poco men impercettibile il pendio di quel lido; e non fu che alle ore otto della sera che vi pervenni. Camminai presso poco un mezzo miglio senza scuoprire nè Case, nè Abitatori: gli estremi sofferti stenti, il caldo che regnava; oltraccio, una mezza boccia d’acquavite che io aveva tracannata innanzi di lasciar il Vascello, m’oppressero di sonno. Era morbida l’erba; mi vi corcai, e dormj più di nove ore così profondo, che nol feci mai per tutta la mia vita; poichè sullo spuntar dell’alba solamente mi risvegliai. Volli levarmi; ma mi riuscì impossibile, per aver da due lati le mie braccia, e le mie gambe strettamente attaccate al terreno: e gli stessi miei capelli, ch’erano lungi, e folti, talmente annessi vi si rinvennero, che alzar il capo non potei; e pure avrei sommamente desiderato di farlo, giacchè cominciava ad incomodarvi il calore del Sole. Sentiva io qualche confuso strepito d’intorno a me; ma null’altro che il Cielo scorgere io poteva, a cagion dell’attitudine nella quale me ne stava. Poco tempo dopo, qualche cosa sentj che muovevasi sopra la mia manca gamba, e che piano piano avanzandosi sopra il mio petto, arrivò sino al mento. Procurando, per quanto potea permettermi la situazione onde mi trovava, di saper ciò che fosse, ravvisai una creatura umana, di altezza non più che di sei grosse dita, con in mano un arco, e una freccia, e in sulle spalle un carcasso, di saette ripieno. M’accorsi nell’instante stesso, per via di conghietture, d’una quarantina di piccoli’uomini del medesimo taglio, che seguivano il primo. Nell’enorme stordimento in cui men giaceva, gettai un sì forte grido, che tutti spaventati si diedero alla fuga; e per quanto seppi da poi, alcuni d’essi saltando dalle mie coste a terra, non si fecero poco male. Con tutto questo, poco tardarono a ritornarsene; ed uno di loro che tanto si avanzò per potere guatarmi in faccia, levando tutto maraviglia le mani, e gli occhj al Cielo, esclamò con piccola, ma distinta voce: Hekinach Degul: per più volte ripeterono gli altri le parole medesime, ma per allora ciò che spiegassero io non sapeva. Malagevolmente non concepisce il Leggitore, che in tutto quel frattempo me la dovessi passar poco bene. Finalmente, tentati tutti i possibili sforzi per istaccarmi dal terreno, ebbi la buona sorte di spezzare i legaccioli del sinistro braccio, e in levandolo, mi avvidi della maniera da coloro tenuta per imprigionarmi, che fu con piccole caviglie confitte in terra, a cui i legacioli stessi stavano raccomandati. Tanto nel tempo medesimo mi dimenai; benchè non senza un tal qual dolore, che i legami, che a sinistra attaccavano i miei capelli, avendo ceduto di due dita, mi permisero di girare, ma molto poco, la testa fuggirono allora per una seconda volta quelle piccole creature, senza che io potessi afferarne veruna, e saltando a terra, gettarono un orribile grido, (già intendesi a proporzione del loro taglio) che fu seguito da queste due parole Tolgo phonac, che uno d’essi con alto suono pronunziò. Già detto appena; sentj cento, e più frecce scoccate contrala mia sinistra mano, che mi ferirono dal pià a meno come tante aguglie; e oltracciò, lanciarono nell’aria un’altra sorta di saette a somiglianza delle nostre bombe; molte di cui (comecchè sentite io non l’abbia) certamente sul corpo mi son cadute, ed alcune altre sulla faccia, che io stava con la mano mia mancina cuoprendo. Cessato che fu cotale tempestoso saettame, con gran crepacuore mi misi a gemere; e tentando di bel nuovo di disbrigarmi, asciugar dovetti un’altra scarica, maggiore della prima. Alcuni di loro, tutto fecero per traforarmi colle loro picche; ma per buona mia ventura non vi riuscirono, stando io guarnito d’una camiciuola di bufalo. Credetti miglior partito il restarmene cheto cheto per fin alla notte nella positura medesima; assicurato, che potendo prevalermi della mano manca interamente allora mi sarei sciolto: essendo che io pensava con molta ragione, che a riguardo di quegli Abitanti, anche che un compiuto esercito se ne assembiasse contra di me, potessi tenere lor fronte, quando tutti della statura di que’che io vedeva esser dovessero. Ma svanirono tutti i miei progetti. Scortasi da’Paesani la mia tranquilità, cessaron eglino dal tirare, ma dallo strepito che io sentiva, conobbi che aumentava il lor numero; e in distanza di circa quattro verghe (misura del braccio d’Inghilterra,) rimpetto alla mia destra orecchia, intesi, per più d’un’ora, una sorta di sussurro, somigliante a quello che si fa quando si fabbrica. Al meglio che potei, girai la testa a quella parte, e vidi una spezie di Teatro, elevato da terra d’un piede e mezzo; e due, o tre scale per salirvi. Potea il Teatro esser capevole di quattro Abitatori. Un di coloro che vi erano, e che mi sembrava un uomo di distinzione, m’indirizzo un lungo discorso, onde una sola parola neppur capj. Non mi sovveniva di dire, che prima di dar principio alla sua aringa, gridato egli avea per tre volte Langro Dehulsan: (cotali termini e gli altri di cui parlai, mi furono poscia spiegati:) e appena pronunziati gli ebbe, che cinquanta Paesani, e più, si accostarono, e recisero i legaccioli, a’quali stava attaccata la sinistra parte della mia testa; cosicchè rivolgerla potei alla destra, e considerare attentamente colui che mi perorava. Ei mi pareva di mezza na eta, e di maggiore statura che veruno degli altri tre che tenevanlo accompagnato; uno de’quali era un Paggio che gli sosteneva la coda, e che a’miei occhj non più grande comparve del mio dito medio; e gli altri due stavano a’suoi lati per fiancheggiarlo.

Bastevolmente son persuaso ch’egli fosse molto eloquente; mercè che, non ostante il non intendersi da me la sua favella, m’accorsi della somma di lui pratica ne’patetici muovimenti, e che a vicenda metteva egli in uso le promesse, e le minacce, per persuadermi. Risposigli con la più sommessa rassegnazione, alzando la mano manca, e gli occhj verso del Sole, come chiamandolo in testimonio. Mi suggerì la fame una parte della mia risposta, non avendo mangiata la menoma cosa da venti quattr’ore addietro, cosicchè non potei di meno di far conoscere che io avea bisogno di nodrimento, sovente mettendo un dito nella ma bocca: cosa che, per dir vero, non suonava di buona creanza. Mi comprese molto bene l’Hurgo; (questi si è il nome con cui essi onorano un gran Signore, come susseguentemente ne fui informato,) calò dal suo Teatro, e comandò che a’miei fianchi si applicassero molte scale furono montate da più di cento Abitatori, recando perfino al margine della mia bocca de’cofanetti ripieni d’alimenti, che il Re, immediate che intese il mio arrivo nel suo Paese, diede ordine mi si spedissero. Osservai fra le altre cose che mi si offerivano, la carne di animali diversi, ma mi riusciva impossibile di distinguere le parti col solo tatto. Aveavi spalletti, lacchette, ed altre membra, formate come quelle d’un Castrato, e a perfezione imbandite, ma più picciole che l’ale d’un’Allodola. Due o tre d’esse non mi valevano che una boccata; giuntandovi altrettanti pani grossi, ciascuno, come una palla da moschetto.

Non può esprimersi lo stordimento che la mia voracità in coloro produsse. Satollo che quasi fui, feci un altro segno per dimandar a bere, e sembrò loro che se la sete fosse proporzionata al mio appetito, poca bevanda non mi basterebbe; e perciò quegl’ingegnognissimi Popoli rotolarono sopra la mia mano un de’loro più gran barili, che sfondarono un momento dopo, e che in un sol tratto io rendei voto, cosa che non fummi disagevole, non contenendo neppure una mezza boccia, ed avendo il sapore del vinetto di Borgogna, ma delizioso assai più. Mi recarono un secondo barile, che votai nella guisa stessa, facendo segni che di più ne desiderava; ma in tal genere mancò loro la provvisione. Compiute ch’ebbi tali maraviglie, lanciaron eglino mille giocondi gridi, e danzarono sopra il mio stomaco, ripetendo, come prima, frequentemente questi termini: HtKinach Degul. Mi accennarono di gettar a terra i due barili, con l’antivedimento tuttavia di rendere avvertiti que’che stavan di sotto, di levarsi dal mezzo, cautela ch’essi espressero con queste due parole: Borach Mivola. L’eseguj; e scortisi da loro capienti sì prodigiosi nell’aria, rinnovarono gli schiamazzi di allegrezza, e di stupore. Confessar deggio, che più d’una volta patj la tentazione, in tempo che stavano passeggiando d’ogni parte sul mio corpo, di prenderne una quarantina oppur cinquanta de’più portati alla mia mano, e di schiacciarli a terra: ma non dimentico di quanto intesi a dire, che secondo tutte le apparenze non era il peggio che far potessero; e d’altra parte, la parola d’onore che io impegnata loro avea di non far loro male di sorta, (che in questo senso intesi di prendere l’aria di sommessione allor quando addrizzai loro la mia aringa,) tolsemi ben presto qualunque vaghezza di simil fatta. Aggiugnete, se vi piace, che sarebbe ciò stato un violare le Leggi sacre dell’ospitalità, verso un Popolo che testè sì prodigamente, e con tanta magnificenza regalato mi avea.

Con tutto questo, io non poteva a sufficienza ammirare l’intrepidezza di cotali diminutivi d’uomini; che in tempo che se ne stava libera una delle mie mani, ardissero di rampicarsi, e di trastullarsi, senza timore, sul ventre d’una creatura sì portentosa, che io doveva loro parere. Qualche tempo dopo, quando videro che io a mangiare più non chiedeva, un Inviato di sua Imperial Maestà, montato al fondo della diritta mia gamba, avanzossi con una dozzina di persone di suo seguito perfino sulla mia faccia. Mostrommi le sue credenziali improntate coll’Imperiale suggello, le accostò ben vicino a’miei occhj, e tenne un discorso di circa dieci minuti senza colleroso verun contrassegno; bensì con un tuono di risoluzione, ed intrepido, rivolgendo ben sovente i suoi atteggiamenti verso un certo luogo, che di poi compresi essere la Capitale, lontana un mezzo miglio; ove l’Imperadore, dopo di aver esatti i pareri del suo Consiglio, comandato aveva il mio trasporto. Fu brieve, ma inutile, la mia risposta. Feci cenno con la mano mia libera, che io desiderava sciormi da’legami, procurando di ciò esprimere col riporla sull’altra mano, sopra il mio capo, e sopra il mio corpo. Parve per altro ch’egli mi capisse; perchè crollò in un certo modo la sua testa, che bastevolmente diede a conoscere la disapprovazione della mia supplica; e con certe gesta saper mi fece, che io doveva essere condotto come prigione: aggiugnendo, non ostante, non sò quali altri contrassegni, per rendermi accertato che non sarebbe per mancarmi un alimento sufficiente, e che non mi verrebbe praticato il menomo maltrattamento. L’idea d’essere trasportato alla Dominante in figura di schiavo, m’instigò a tentare nuovi sforzi per ispezzare le mie legature; ma per disgrazia non valsero tali sforzi che per tirarmi addosso una nuova grandine di saette, che alle mani, e a la faccia, un sensibile dolore mi cagionarono. Vedendo per tanto impossibile l’eseguimento del mio disegno, e che altronde ad ogni instante aumentava il numero de’miei nemici, diedi segno ch’essi potean trattarmi a loro voglia. L’Hurgo allora, ed il suo seguito, licenziaronsi da me in un modo il più civile del mondo. Pochi momenti dopo intesi gridar più fiate. Peplom Selam, e senti un gran numero d’Abitatori, che talmente allentarono le funi che mi tenevano attaccato a sinistra, che mi era agevole il rivolgermi a dritta, e nel tempo stesso l’ajutarmi a far una pisciata da per me solo, il che in gran copia effettuai, ma con orrido stupore del Popolo; il quale conghietturando da’miei movimenti ciò che far io voleva, si allargò al più presto dal torrente che il minacciava. Prima però di questo, mi avevan eglino strofinato il volto e le mani con una sorta d’unguento, la cui fragranza era gratissima, e che in pochi minuti mi tolse il sentimento di dolore, che le frecce loro mi avean prodotto. Un tal rimedio, e la lautezza del banchetto, mi conciliarono il sonno, che, come seppi nel progresso, ott’ore in circa durò; cosa, che recar non dee stupore veruno, se riflettasi, che per ordine dell’Imperadore, i Medici riposte aveano nel barile di vino alcuno droghe sonnifere.

E’probabile, che immediate che fui scoperto dormiente sull’erba, ne fosse stato informato l’Imperadore; il quale, avutone il raguaglio, dopo di aver presi i pareri del suo Consiglio, ordinato avesse che io fossi legato nel modo che ho sopra espresso; (il che praticossi in tempo del mio dormire,) che mi fosse somministrato il mangiare, ed il bere; e che una macchina per trasferirmi alla sua Capitale, si construisse.

Parerà forse ardita, ed arrischiata, una somigliante risoluzione; e ben persuadomi che in tal congiuntura verun Principe dell’Europa non prenderebbe ad imitarla; comechè, secondo il mio credere, non siavi cosa nè più prudente, nè più generosa. Mercechè, supposto che in tempo del mio sonno, procurato avessero i Paesani d’uccidermi colle loro picche, e colle loro frecce; certamente immediate mi sarei svegliato, e forse il dolore che risentito avessi, mi avrebbe impartita la forza di rompere i miei legami; dopo di che, incapaci eglino di risistermi, non avrebbono potuto sperare grazia veruna. Gli Abitanti di quel Paese sono valorosi Matematici, e soprattutto eccellentissimi nelle Meccaniche, incoraggiti a cotali studj dal loro Imperadore, il qual è un gran Patrocinante delle Scienze. Possiede questo Principe diverse macchine movibili sopra ruote, e che vagliono al trasporto degli Alberi, e d’altre some. Presiede egli medesimo alla struttura de’maggiori suoi Vascelli di guerra; alcuni de’quali, nove piedi son lunghi, e dall’Arsenale per fino al mare, che tal volta n’è discosto tre, o quattrocento verghe, trasportar gli fa sopra queste macchine. Cinquecento Falegnami, ed altri Operaj ricevettero l’ordine d’allestire sul punto stesso la massima delle loro vetture. Quest’era un ordigno di legno, sette piedi lungo, e largo quattro, che sopra venti e due ruote aveva il suo movimento. Al gettarsi l’occhio sopra una macchina così enorme, scoppiarono que’gridi che io aveva intesi. Fu ella adattata in linea paralella col mio corpo: ma la maggiore difficoltà cadeva sul modo di ripormivi. Ottanta pertiche, cadauna d’un piede d’altezza, furono inalberate a quest’effetto; e fortissime funi, della grossezza d’uno spaghetto, attaccate furono a delle legature, onde il mio collo, le mie braccia, e tutte le restanti mie membra stavano inviluppate. Novecento de’più vigorosi di loro furono impiegati a levarmi di terra; e in minore spazio di tre ore, coll’ajuto di molte girelle, riuscì loro il caricarmi sulla vettura, ed ebbero l’attenzione di ben legarmivi. Tutto ciò mi venne riferitto dopo il fatto; conciossiacosachè io nulla vidi, nè sentj, standomi profondamente assonnato pel soporifero che io traccannato avea. Mille e cinquecento de’più forzuti Imperiali cavalli, alto ognuno a un di presso di quattro grosse dita e mezzo, servirono per istrascinarmi alla Dominante, che, come penso di averlo detto, era discosta d’un mezzo miglio. Avevamo già camminato per tre, o quattr’ore; allor quando per un assai ridicolo avvenimento mi risvegliai. Arrestatasi la carriuola pel bisogno ch’essa aveva di qualche cosa, due o tre giovinastri degli Abitanti, ebbero la curiosità di vedere con qual aria me ne stessi dormendo; e perciò salirono sulla macchina, avanzandosi cheto cheto perfino alla mia faccia. Uno d’essi, ch’era Uffiziale di Guardie, cacciommi nella sinistra delle nari una gran parte della sua mezza-picca, la quale dileticò il mio naso, presso poco come avrebbe potuto farlo una pagliuzza; cosicchè mi promosse un violentissimo starnuto. Senza avvedermene batterono que’Signori la ritirata; e solamente tre settimane dopo restai instruito della cagione d’un sì improvviso risvegliamento. Praticammo una lunga marcia nel rimanente del giorno, e passai la notte fra cinquecento guardie; la cui metà teneva alla mano accese torcie; e l’altra, degli archi, e delle saette per iscoccarle contra di me, per poco che io dessi indizj di voler distaccarmi. Il giorno dietro, al levar del Sole, continuammo il nostro cammino; e sul mezzo dì arrivammo a un certo luogo, lontano dalla Città dugento verghe, o circa. Scortato da tutta la sua Corte venne a rincontrarci l’Imperadore: ma i primarj Ufficiali di lui, non vollero mai permettere che egli, montando sul mio corpo, la sagrata sua persona mettesse a risico.