Gustò sì poco di sì ardita dichiarazione Sua Imperial Maestà, che non me la perdonò mai più. Ella ne fece menzione nel suo Senato; ed i più saggi, alle relazioni che n’ebbi, si manifestarono, almen pel loro silenzio, del sentimento mio: ma altri, che covavano contra di me una segreta nemistà, non poterono trattenersi dal lanciare alcuni maligni tratti, tutto che in un indiretto modo. Quindi formossi tra la Maestà Sua, ed alcuni Ministri animati contra di me ingiustamente, una conspirazione, che ebbe a costarmi la vita. Tanto è vero, che i più importanti servigj che rendonsi di certa fatta, interamente sono dimenticati, immediate che una sola volta si manca.
Tre settimane dopo questa spedizione l’Imperador di Blefuscu spedì una solenne Ambasceria per chiedere la pace, che a condizioni assai vantaggiose pel nostro Monarcha ben presto restò conchiusa; ma il cui ragguaglio poco importar dee al Leggitore. Erano sei gli Ambasciadori, e di cinquecento persone era composto il lor seguito. Fu magnifichissimo il loro Ingresso, e per dir tutto in una parola, proporzionato alla grandezza del loro Sovrano, e all’importanza della lor commissione. Quando il Trattato che essi negoziavano, ed io cui rendei loro de’buoni uffizj pel credito che io avea alla Corte, o che per lo meno m’immaginava d’avervi, quando, dissi, il Trattato restò conchiuso, l’Eccellenze loro, di già instruite de’miei maneggj in lor vantaggio, mi renderono una visita nelle forme. Dieder elleno principio dall’innalzare perfino al Cielo il mio valore, e la mia generosità. A nome poscia del loro Signore mi pregarono di portarmi in quell’Imperio, e altresì di regalar loro un qualche saggio di quella prodigiosa forza onde io era dotato, e di cui intese aveano tante maraviglie. Mi accinsi a compiacerle.
Dopo aver io operati molti incomprensibili prodigj, al dir degli Ambasciadori: e che non avrebbono potuto mai credergli, se essi medesimi stati non fossero testimonj di vista, gli supplicai d’assicurare degli umilissimi miei rispetti all’Imperadore di Blefuscu, e di rappresentargli che le gran cose che la Fama pubblicava di lui, mi aveano determinato a non tornarmene al mio Paese, senza l’onore di fargli le mie riverenze. Con tal disegno, la prima volta che vidi l’Imperadore di Lilliput, chiesigli la permissione di andar a salutare il Monarca di Blefuscu; il che egli accordommi con un’aria la più scipita del mondo: ma ne ignorai la cagione, finchè non so chi graziosamente mi rendè instruito, che Flimnap, e Bolgolam, rappresentate aveano le mie aderenze cogli Ambasciadori di Blefuscu, come indizj manifesti delle malvage mie intenzioni. E fu allora solamente che cominciai, per la prima volta, a formarmi qualche idea delle Corti, e de’cattivi Ministri.
E’necessario d’osservare, che quegli Ambasciadori non mi parlavano che pel mezzo d’un Interprete; differendo l’un dall’altro i linguaggj de’due Imperj, come due idiomi in Europa differir possono: glorificandosi, cadauna di quelle Nazioni, dell’antichità, della vaghezza, e dell’energia di sua propria lingua, con uno spregio dichiarato per quella dell’imperio confinante. Con tutto ciò; come l’Imperadore di Lilliput godea d’un riguardevole vantaggio sopra i Blefuscuani, essendosi lui impadronito della parte migliore della loro Armata, obbligò gli Ambasciadori a non parlargli che in Lillipuziano; e ricever non volle le loro Credenziali, se scritte non fossero in questa Lingua. Nel che non fi dee negare che egli non avesse somma ragione: comechè d’altra parte, il Commerzio, che in ogni tempo si era praticato fra’due Imperj; l’asilo, che i malcontenti d’una delle Corti rinvenivano sempre nell’altra; ed il costume scambievole di mandar nell’Imperio vicino tutti i giovani di qualità affine di pulirsi con la conversazione degli Stranieri, renduto avessero l’uso de’due linguaggj assai comune in entrambi gli Dominj; come lo sperimentai alcune settimane dopo, quando fui a tributare i miei doveri all’Imperadore di Blesuscu: e fu questo viaggio, che la malizia de’miei nemici mi sforzò d’intraprendere, quello il quale mi esibì l’opportunità di riguadagnare la mia Patria, come a suo luogo racconterò.
Rammentasi forse il Leggitore, che allor quando soscrissi alle Condizioni, colle quali mi fu accordata la libertà, ve ne avea che troppo non mi gustavano, perchè a mio riguardo erano troppo vili. Ma immediate che creaco fui Nardac, lasciarono d’obbligarmi, e l’Imperadore, (e in questo convien fargli la dovuta giustizia) non me n’ha mai battuto becco. Nulla di meno poco tempo dopo mi si presentò l’occasione di rendere a Sua Maestà, a quel che per lo meno m’immaginava, un segnalatissimo servigio. Nel più profondo d’una tal qual notte fui risvegliato da’grid i d’un infinito numero di persone, che ad ogni instante ripetevano il termine Burglum. Molti domestici dell’Imperadore penetrarono la calca per pregarmi d’essere immediate alla Regia, ove per la trascuratezza d’una Damigella d’onore, che in leggendo un Romanzo si era addormentata, stavasene in fuoco l’Appartamento dell’Imperadrice. Fui in piedi in un momento, e comandatosi che anima vivente non attraversasse i miei passi; col benefizio d’un bel chiaro di Luna, feci in modo che guadagnai il Palazzo senza aver posto piede su creatura umana. Trovai molti uomini che aveano di già presentate delle scale all’Appartamento, e che tenevano alla mano una quantità di secchie di cuojo; ma l’acqua n’era discosta. Erano quelle secchie della grandezza d’un ditale da cucire. I poveri uomini me ne riposero in mano il più che loro fu possibile; ma a cagion della violenza della fiamma; poco valsero. Avrei potuto con facilità smorzare il fuoco col mio vestito; ma per disgrazia, la fretta di correre al soccorso, me l’avea fatto lasciar addietro. A prima giunta non vi scorgeva io rimedio di sorta, e l’incendio divorato avrebbe, senz’altro, quel magnifico Palagio, se, per una prontezza di spirito, che confesso non essermi troppo ordinaria, avvertito non mi fossi d’un espediente maraviglioso. La sera avanti aveva io copiosamente bevuto d’un saporitissimo vino, che essi chiamano Glimigrim, (i Blefuscuani, Flunec,) il quale all’estremo è diuretico. Per la massima delle buone fortune, non ne aveva io per anche renduta goccia. Il calore che la prossimità delle fiamme cagionato mi avea, gli sforzi da me impiegati per estinguerle, e la qualità del bevuto vino, pareva si fossero riuniti per eccitarmi ad orinare; il che feci in copia tale, e con tanta desterità, per rapporto a’luoghi che presi io avea di mira, che in tre minuti il fuoco onnina mensmorzossi, e il rimanente del superbo Edifizio, onde la struttura costati aveva tanti secoli, felicemente si conservò.
Cominciava ad albeggiare il giorno, quando fui di ritorno al mio domicilio, senza aver praticati i dovuti complimenti di congratulazione con l’Imperadore; poichè, non ostante che gli avessi prestato un servigio importantissimo, non era io accertato che ei si fosse compiaciuto del modo: essendo che, per Legge fondamentale dell’lmperio, è un delitto capitale l’orinare nel ricinto del Palagio, e ciò senza distinzione nè di grado, nè di nascimento. Ma alquanto respirai, a vendo avuta il Monarca la bontà di farmi intendere, che avrebbe egli rilasciato un ordine perchè io fossi provveduto di Patenti di suppressione, che tuttavia non ho mai ottenute. E fummi detto sotto sigillo di segretezza, che l’Imperadrice avea conceputo un tal orrore per ciò che io operato avea, che si era ella ritirata nell’altro angolo del Palagio, con ferma risoluzione che in verun tempo non si sarebbe riparato in uso di lei, l’Appartamento danneggiato dal fuoco, Si aggiunse, ch’ella eziandio pensava di vendicarsi di me; ma che a’soli suoi più intimi confidenti, comunicato aveva il suo disegno.
CAPITOLO VI.
Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. Un qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.
TUtto che io serba a un particolare Trattato la descrizione di quell’Imperio, non lasciero nulla di meno di offrirne qualche generale idea a’miei Leggitori. La statura de’naturali del Paese non è affatto affatto di sei pollici: e la proporzione medesima di piccolezza ha luogo, rispetto agli altri animali tutti, del pari che agli alberi ed alle piante. Per esempio: i Cavalli ed i Buoi più grandi che io abbia veduti, più alti non erano di quattro o cinque pollici; ed i Castrati, d’un pollice e mezzo, poco più, poco meno. Le lor Oche sono della grandezza delle nostre Allodole; e così del resto perfino a’loro animali più minuti, che scappavano a’miei sguardi; ma la Natura ha proporzionati gli occhj de’Lilliputziani agli oggetti ond’ella gli ha circondati. E’acutissima la loro vista, ma non troppo si allunga: e per ispiegare con qual esatezza ravvisan eglino le più piccole cose, purchè non ne sieno lontani, vidi un giorno, con piacere sensibilissimo, un Cuciniere spiumando un’Allodola, che era più piccola d’una Mosca ordinaria d’Europa; e una donzella passando un filo invisibile di seta, pel buco d’un’aguglia altresì invisibile. Sette piedi d’altezza anno i lor alberi più eminenti; voglio dire, que’del gran Parco Reale; alla cui sommità poteva io arrivar per appunto col pugno chiuso. Trovansi nella proporzione medesima gli altri vegetabili: ma è d’uopo che anche il Leggitore s’immagini qualche cosa.
Parlerò ora qualche poco delle Scienze, che da molti Secoli presso loro fioriscono. E’singolarissimo il loro modo di scrivere; non già dalla sinistra alla destra, come fanno gli Europei; nè della destra alla sinistra, come gli Arabi; nè dall’alto al basso, come i Chinesi; nè dal basso all’alto, come i Cascajani; ma in traverso, da un angolo all’altro, come le Dame in Inhgilterra.