I Collegj pe’Figliuoli di persone di minor carattere, come di Mercatanti, d’Artisti, e d’altri, son regolati nella proporzione medesima. I destinati a qualche mestiere, son messi in pratica in età d’anni undici; laddove gli altri, che appartengono a Signori di distinzione, se ne restano ne’lor Collegj perfino a’quindici; il che, presso noi, riviene a venti e un anno: Ma nel frattempo degli anni tre ultimi, si diminuisce a grado a grado il loro sugettamento.
Ne’Collegj delle Donzelle, sono allevate le Giovinette a un dì presso come i Ragazzi, con la sola differenza, che son elleno abbigliate da persone del loro sesso, ma sempre alla presenza d’un Professore, o d’un Sotto-Maestro, finchè sieno pervenute all’età di cinque anni; al qual tempo sono obbligate ad obbgliarsi da se medesime. Che se le Governatrici loro restano convinte di aver lor raccontate novelle di Sogni, d’Apparizioni, e d’altre somiglianti impertinenze, onde in Europa le fantesche nostre son solite di guastare l’immaginazion de’figliuoli, son elleno per ben tre volte scopate in pubblico, imprigionate per un anno, e mandate in perpetuo esilio nella parte più disabitata di tutto l’Imperio. Quindi ne deriva, che le Giovinette, del pari che gli stessi uomini, d’essere scioccamente paurose arrossiscono. Avvi un’altra differenza fra l’educazione di questi, e di quelle; cioè, che gli esercizj delle Donzelle non sono così violenti; che prescrivonsi loro alcune regole sopra l’economico governo; e che non avanzano come i Giovani i loro studj, comechè per altro sieno obbligate d’applicarsi a delle scienze; onde le nostre Dame d’Europa non ne posseggono inferior idea. Essendo che egli è massima di quella Nazione, che fra persone ragionevoli, una Donna esser dee sempre una compagna ragionevole, e ornata di graziosità, giacchè la giovinezza sempre in lei non può fiorire. Toccati che abbiano le Vergini gli anni dodici, (età che è nubile presso que’Popoli,) i Parenti loro, o i lor Tutori le ritirano in propria casa dopo di aver adempiuto ai più cordiali ringraziamenti co’Professori; e molto di rado avviene che la Giovinetta, separandosi dalle sue compagne, non versi delle lagrime.
Ne’Collegj delle Donzelle d’inferior grado, son esse ammaestrate in ogni sorta di lavori, al loro sesso convenevoli. Rimandansi all’età di nove anni quelle che son disegnate ad allevarsi in qualche mestiere, od esercizio; e perfino agli anni tredici si custodiscono le altre.
Le Famiglie de’Ragazzi che d’un ordine inferiore s’instruiscono in que’Collegj, oltre all’annuale pensione, che è leggerissima, sono tenute di corrispondere ogni mese all’Intendente della Casa, una parte di quanto elleno an guadagnato, perchè un giorno servir possa allo stabilimento de’Giovani, dovendosi riflettere che vi ha una Legge, la quale regola la pramatica del dispendio de’Parenti; mercè che, dicono i Lillipuziani, è cosa alquanto ingiusta, che persone plebee; Per rendere soddisfatto il propio capriccio, procreino una nidiata di figliuoli, che certamente per le sciocche spese de’loro Padri, non potranno un giorno non essere a carico del pubblico. Quanto alle persone riguardevoli, s’impegnan esse, che ciascuno de’loro figliuoli avrà una destinata somma proporzionata alla sua condizione; e talj vi sono, che an l’incarico di provvedere questi fondi; impegno, onde sempre con saggezza, e con la più esatta giustizia si sciolgono.
I Borghigiani, ed i Campajuoli, custodiscon in propia casa i loro Figli; poichè disegnati unicamente a coltivar la terra, non è di gran conseguenza al Pubblico la loro educazione; ma i Vecchj di loro, e gl’infermi, son curati, e nodriti negli Spedali, non sapendosi in quel Paese cosa sia il dimandare limosina.
Forse che quest’è il luogo che il Leggitore resti informato del metodo onde io vissuto sono in quella Regione, per lo spazio di nove mesi, e tredeci giorni di mio soggiorno. Quanto a’miei mobili, consistevan essi, principalmente, in una tavola, e in un sedile, che io stesso avea lavorato per uso proprio, servendomi de’maggiori alberi del Parco Reale. Dugento Cucitrici impiegate furono per farmi delle camiscie, e per cucire i pannilini del mio letto, e della mia mensa. Questa biancheria era della più grossa qualità: ma siccome a dispetto di tale circostanza, non avrei potuto prevalermene; così esse ebbero l’antivedimento di raddoppiarla molte volte, e oltracciò di trapugnerla, a guisa d’una sottana d’Europa. D’ordinario, tre pollici larghi sono i loro pannilini, e tre piedi formano la loro maggior tirata. Affinchè le Cucitrici potessero prendermi la misura, mi prostesi a terra; si mise l’una sopra il mio collo, e un’altra verso la metà della mia gamba; tenendo cadauna per l’estremità una fune, in tempo, che una terza misuravane la lunghezza con una spezie di braccio, lungo un grosso dito.
Dopo ciò, misurarono il mio pollice dritto, e tanto loro bastò; imperocchè con un calcolo di Matematica, avean elleno compinato che il giro del pollice, preso due volte, riveniva a quello del pugno; e che il giro del pugno due volte preso, corrispondeva a quello del collo; e finalmente che il replicato giro del collo, compone quello del mezzo. Per altro, non era necessario tutto questo calcolo, avendo io stesa a terra la vecchia mia camiscia per servir loro di modello; e dir deggio a loro gloria, che l’imitarono perfettamente bene. Dietro i miei vestiti faticarono trecento sarti, ma valevansi essi d’un altro metodo per prendermi la misura. Mi messi ginocchione; ed eglino inalberarono una scala, che dalla terra arrivava al mio collo, e montata da un di loro la scala medesima, perpendicolarmente ei lasciò cadere dal collo della camiscia perfino a terra una corda; il che appuntino riveniva alla lunghezza intera del mio vestito; ma il mezzo del corpo e le braccia, me gli misurai io medesimo. Compiuti che furono gli abiti miei, (dietro cui io feci travagliar i Sarti in mia Casa, perchè le loro potuto non avrebbono contenergli,) aveano gli abiti stessi, l’aria di quei lavori che le Dame Inglesi formano, cucendo insieme una infinita di differenti frusti; con tale varietà però, che i miei vestiti erano tutti d’un solo, e medesimo colore.
Da trecento cucinieri si apprestavano le mie vivande, stando essi alloggiati colle loro famiglie accosto della mia abitazione sotto tende, ove ognuno avea la cura d’imbandirmi due piatti. Era mio costume di prendere in mia mano una ventina di coloro che mi serviano in tavola, ed avevane più d’un centinajo che se ne restavano a terra, gli uni con piatti, ed altri con l’intera bottiglieria de’liquori. A misura che io bisognava di qualche cosa, i miei domestici, che erano sulla tavola, si valevano con grande artifizio d’una carrucola per ritraerla a se, presso poco come in Europa si traggon le secchie da un pozzo. Uno de’loro piatti conteneva una buona boccata; ed assai agevolmente, in un sol tratto, io mi traccannava una delle loro bottiglie di vino. Il loro Castrato non è sì buono che il nostro; ma in ricompensa è squisitissimo il loro Bove. Mi ricordo d’averne mangiato un taglio di coscia, che mi obbligò a tre boccate; ma ciò avviene di rado. Stranamente stupivano i miei servidori nel vedermi a mangiar le ossa, come facciamo nel nostro paese dell’ala dell’Allodola. Una delle lor Oche, o uno de’loro Galli d’Indie, non mi costava la pena che d’un sol boccone; e confessar deggio, che in fatto di dilicatezza, la vincono sopra i nostri, cotali sorte d’uccellami. Rispetto a’loro Uccelli d’alquanto minor mole, venti, o trenta, io potea metterne sulla punta del mio coltello.
Sua Imperial Maestà informata della mia maniera di vivere, volle un giorno aver la sorte (questi sono i termini di lei,) di pranzar meco. Venne ella accompagnata dalla illustre sua Famiglia: ed io ebbi l’attenzione di collocargli tutti in seggj d’appoggio sopra la mia tavola, rimpetto a me, colle loro Guardie che gli circondavano. Flimnap, il Gran Tesoriere, intervenne anche egli a un tal convito, e teneva in mano la sua bacchetta bianca. Osservai più d’una volta che ei mi guattava di mal occhio, ma senza manifestarne il menomo indizio; ed io in apparenza non mangiai che con più appetito, tanto per far onore alla mia cara Patria, che per riempiere la Corte di ammirazione. Persuasissimo io sono, che questa visita dell’Imperadore ha recata opportunità a Flimnap di rendermi cattivi uffizj presso il suo Padrone. Fu sempre questo Ministro, segreto mio nemico, comechè esteriormente praticassemi più cortesie, che sembrava non permettergliele il brusco suo temperamento. Rappresentò egli all’Imperadore, che il pubblico erario si trovava in istato pessimo, che egli era obbligato di prender a prestito del danajo a grosse usure; che i biglietti del Tesoro circolar non poteano che a nove per cento di perdita, che in pochissimo tempo io avea costato a Sua Maestà più d’un milione e mezzo di Sprugs, (che sono le loro più massicce monete d’oro della grandezza d’un tremolante;) e che, salvo un miglior parere, ei consigliava il Principe a licenziarmi a prima apertura.
Come io fui la cagione, tutto che innocente, che una Dama del primo ordine fosse assalita nel suo onore, innanzi che più stendermi, egli è forza che di giustificarla io procuri. Si era messo in capo il Tesoriere d’essere geloso della propia moglie; essendo che pessime lingue gli aveano rapportato che ella era impazzita di me, ed eziandio perchè alla Corte erasi sparsa voce, che ella una volta venuta fosse in mia casa. Io protesto solennemente che queste sono infamissime calunnie, onde la Sposa del Tesoriere non ha mai contribuito; non avendo io per tutta la mia vita ricevuto per parte di lei, che contrassegni d’amistà innocenti. Vero è bensì, che ella sovente mi visitava, ma sempre in pubblico, nè mai senza essere accompagnata da tre persone; che per ordinario erano sua Sorella, sua nipotina, ed alcuna delle sue amiche; ma ciò non era cosa speziale di lei sola; poichè molte altre Dame della Corte frequentemente venivano a ritrovarmi. Ed io me ne appello a tutti i miei domestici, se in ni un tempo an eglino veduta Carrozza alla mia porta, senza sapere chi fossero le persone che in essa vi stavano. In somiglianti occasioni, immediate che un servidore avea mi avvertito che alla mia porta trovavasi una Carrozza, il mio costume si era di calarvi in un instante, e dopo di aver salutato chi mi visitava, di prendere esattamente in mia mano la Carrozza, e i due Cavalli, (che se ve n’erano sei, l’Ajutante del Cocchiere distaccavane sempre quattro,) e di collocargli sopra la mia tavola, d’intorno a cui regnava una sponda di cinque pollici di altezza, per timore di qualche accidente. Mi è accaduto, non di rado, di aver quattro Cocchj in un sol tempo sopra la mia tavola, ed io starmene nel mio sedile divertendo la Compagnia. Più d’un dopo pranzo mi ricreai col maggior piacere del mondo in tal sorta di conversazione. Ma io ardisco sfidare il Tesoriere, e i suoi due Querelanti Clustril, e Drunlo, (ne pubblico il nome per isvergognarli,) perchè pruovino se ni uno sia mai venuto incognito in casa mia, all’eccezione del Segretario Keldresal, che non vi si portò se non per ordine espresso dell’Imperadore, come par mi di averlo raccontato. Insistito non avrei per sì lungo tempo sopra quest’articolo, se non vi si fosse interessato l’onore d’una gran Dama; per non dir niente di me medesimo; tutto che allora fossi Nardac; carattere di cui non è investito il gran Tesoriere stesso, sapendo ognuno che egli non è che Cumglum; titolo, che ha la proporzione medesima con quello onde io stava onorato, che l’ha il titolo di Marchese con quello di Duca in Inghilterra, comechè, per altro, per ragione dell’impiego suo, ei nel passo mi precedesse. Cotali callunie, che per un accidente che quì non è d’uopo di riferire, mi si sussurrarono alle orecchie, furono la cagione che Flimnap, per lo spazio di qualche tempo, scavasse la mina alla sua sposa, ma assai più a me; ed ancorchè alla fine siasi egli disingannato, e rappattumato si sia con esso lei non potè mai perdonarmela di avermi preso in sospetto contra ragione, e riuscivvi pure per farmi togliere la grazia dell’Imperadore, il quale, per dir vero, lasciavasi un po troppo reggere da questo Favorito.