CAPITOLO III.
L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà; è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.
IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali divisamenti, sopraggiunse uno Slardral, o Scudiere della Corte, con ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa (collocato che io fui sopra una tavola,) mi stese il picciolo suo dito, che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua Maestà, le chiedeva in grazia che Glumdalclitch, la quale sempre con tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei, e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore, molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò il Padre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una picciolissima riverenza mi contentai.
Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta presenza di lei era l’unico effetto.
Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite da Glumdalclitch.
La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo. Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego, dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degli Splaknuck? essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: e Glumdalclitch, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.
Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò prendermi per un Automato, fatto per mano di qualche ingegnosissimo artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola tra Glumdalclitch e il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora, secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con grande attenzione, che io era un animale carnivoro, con tutto ciò ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali osservarono che tutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza: essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi. Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamente Relplum Scalcath, cioè che i Latini chiamano Lusus Naturæ: Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui Professori, sdegnando le cause occulte, colle quali i Discepoli Aristotelici cercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con grande avanzamento delle umane conoscenze.
Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo a solo: il confrontò poscia con Glumdalclitch, e con me; e corne non traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul modello di mio piacere, e di quello di Glumdalclitch mi si lavorasse un cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino, col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e che Glumdalclitch si compiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso. Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese; avendo io conosciuto in Inghilterra un Gentiluomo, che ne avea una più grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la chiave nella mia tasca, per timore che Glumdalclitch non la perdesse. Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle nostre coperte da letto in Inghilterra; dovendo io confessare che durai una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi de’Persiani, e quella de’Chinesi.
A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile. Stavasene Glumdalclitch in piedi al mio canto per servirmi, e averne cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli che in tal genere vidi a Londra in una bottega, che servia d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento, recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne, ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto dodici bifolchi Inglesi divorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola, con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al talento mangione di lei esattamente si proporzionava quello del bere.
Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che, come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione, le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’Europa, ed io tutto faceva per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con uno scopio grande di ridere, se io era Vuhig, o Tory? Rivoltosi di poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi: e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia, l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì crudelmente vituperata.