Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava, trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri; l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di Dame Inglesi in tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra sproporzione.

Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,) in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto, quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarlo Fratello, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che sono ordinarie ne’Paggj. In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran risico d’affogarmi; poichè in quell’instante Glumdalclitch si trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi. Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto, ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta. Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò, avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità, cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io nutriva contra quel malizioso ribaldello.

Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di far il suo colpo in tempo che Glumdalclitch se n’era gita alla Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me; imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con un solo buon carico di bastonate.

Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni come me? eccone l’incontro.

In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose; e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole, col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso, oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.

Mi risovvengo, che una mattina che Glumdalclitch aveami adagiato sopra il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor del balcone, come noi in Inghilterra attacchiamo le nostre gabbie,) mi risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mie invetriate; e messomi a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza, facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa, stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho mostrati in molti luoghi dell’Europa. Al mio ritorno in Inghilterra, tre ne ho regalati al Coleggio di Cresham, e il quarto l’ho ritenuto per me.

CAPITOLO IV.

Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitate. Maniera con cui l’Aurore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di Lorbrulgrud.

MIO disegno al presente si è di esibire a’miei Leggitori una brieve descrizione di quel Paese; per lo meno, di ciò che ne ho veduto; non essendo io stato che a mille leghe in giro da Lorbrulgrud la Capitale; mercè che la Regina, la quala da me non era abbandonata mai, avea il costume di non accompagnar più lunge il Re ne’viaggj di lui, fermandosi nella mentovata distanza dalla Dominante fin al ritorno di Sua Maestà dalle frontiere. Tre mila leghe, più o meno, allungasi l’Imperio di quel Principe, e per due mila si dilata; cosa, che conchiuder mi fece, che i nostri Geografi di Europa an presi furiosi abbaglj, collocando una sola vasta estensione di mari fra il Giapone, e la California; poichè sempre fui d’opinione che esservi doveano Terre immense per contrappesare il Continente della Tartaria. Ecco perchè debbon eglino correggere le loro Carte Geografiche, unendo quel grande spazio di Regione al Ponente Libeccio dell’America; nel che io son prontissimo d’ajutar loro colle mie scoperte.

Il Regno è una penisola, circonscritta alla parte di Greco-Levante da una catena di monti alti quindici leghe, che è impossibile, a cagion de’Vulcani che nelle cime vi regnano, di sormontargli. Non è noto a chi che sia quale razza di gente sia abitatrice di que’dirupi; o se neppure vi si rinvengano uomini. Le tre altre parti an per confine l’Oceano. Non vi ha nel Regno Porto di mare di sorta; e i luoghi della Costa, ove le Riviere si gettano nell’Oceano stesso, son sì seminati di roccie, che di navigarvi co’più piccioli schifi non è possibile; e quindi ne proviene che quel Popolo non abbia assolutamente verun commerzio col rimanente dell’Universo. Ma ne’fiumi, che abbondano di pesci di squisìtissimo gusto, vi sono assaissimi Vascelli; conciossiacosache gli Abitanti pescano di rado nel mare, ove i pesci sono della grandezza medesima di que’d’Europa; non valendo per tal ragione la fatica di prendergli: nel che chiaramente apparisce, che il producimento di quelle piante, e quegli animali di mole sì smisurata, si è la Natura unicamente ristretta, a quel Continente, onde lascio a’Filosofi il discuterne la ragione. Di quando in quando, nulladimeno, prendono eglino delle balene che vanno ad urtare in quegli scogli, e con cui il Popolo minuto nobilmente si regala. Ne ho vedute alcune di grandezza sì sterminata, che un uomo sudava assai per portarne una sola in sulle sue spalle; e talvolta per curiosità se ne trasportano entro a panieri Lorbrulgrud. Una un giorno ne fu imbandita per la mensa del Re, e riputavasi per una rarità: io però osservai che egli non ne facea gran caso; immaginandomi che si trovasse nauseato dalla grossezza di quella bestia; comechè nella Nuova Zemhla di assai più grandi io vedute ne abbia.