E’popolatissimo quel Paese, contenendo cencinquanta Città, sì grandi che piccole, e un numero prodigioso di Villaggj. Per formar a chi legge una qualche idea di quelle Città, mi contenterò di fargli la descrizione della Capitale. Ella è traversata pel mezzo da una Riviera che la divide in due parti eguali. Vi si annoverano più di ottanta mila Case, e a un di presso secento mila Abitatori. Per tre Govglungs (che presso poco sono cinquanta quattro miglia Inglesi) stendesi la sua lunghezza; ed è larga due Gonglungs e mezzo; come io stesso in una Carta delineata per ordine espresso del Re, e che a tal effetto fu spiegata in terra, ne ho tolte le misure.
Il Palagio del Re non è già un Edifizio regolare; bensì molte fabbriche unite insieme, il cui circuito gira sette miglia, o circa. Dugento quaranta piedi di altezza, e lunghe e larghe a proporzione, sono le principali Stanze. Glumdalclitch, ed io, avevamo un Cocchio, entro il quale allo spesso la Governatrice di lei la prendeva per veder la Città, o le botteghe; ed io era sempre della compagnia accomodato nel mio cassettino; tutto che la buona ragazza mi togliesse fuori quante fiate io il desiderava; e mi tenesse in sua mano, perchè scorgere potessi le Case, ed il Popolo, quando per le strade noi passavamo.
Oltra il cassettino grande, in cui d’ordinario era io portato, la Regina lavorar ne fece per me un altro più picciolo, di circa dodici piedi in quadro, e di altezza di dieci, per viaggiare con maggior comodità: e questo, perchè il primo non potea ben addatarsi al grembiule di Glumdalclitch, e serviva di troppo imbarazzo nel Cocchio. Questa nuova moda di Gabinetto da viaggio, era un quadrato perfetto; tre lati di cui aveano, cadauno, una finestra nel mezzo, e ciascuna finestra una rete di fil ferro, per riparo di qualunque accidente ne’lunghi cammini. Nel quarto lato non aveavi finestra veruna; bensì due poderosi ritegni, onde il Cocchiere attaccava la mia piccola camera con un cinturone di cuojo a traverso del corpo di lui, quando mi prendeva la voglia d’uscirmene all’aria. Incombenza tale era appoggiata a qualche saggio e posato servidore; fosse che io accompagnassi il Re, e la Regina, ne’loro viaggj; o che visita facessi a qualche Ministro di Stato, o a qualche Dama della Corte, quando accadeva che Glumdalclitch indisposta si trovasse: essendo che guari non istetti ad essere conosciuto, e rispettato dagli Uffiziali della Corona; non tanto, secondo il mio credere, pel merito mio, quanto per la confidenza che mi testimoniava Sua Maestà. In viaggio, quand’io mi sentiva faticato dalla Carrozza, un servidore a Cavallo legava il mio cassettino con una fibbia, e collocava la innanzi a se sopra un guanciale; e allora poteva io vedere il paese da tre parti per le mie finestre. Io aveva in quello studiolo un letto da campagna, e un picciolo materasso appeso alla fronte, due sedie, e un tavolino, raccomandati con madrevitti al soffitto, perchè il muovimento del cavallo, o del cocchio, non gli rovesciasse. Tutto che violentissimi que’generi di muovimenti, men disagiavano me che chiunque altro, il quale non fosse stato avvezzo, come io l’era, agli agitamenti del mare.
Ogni volta che mi prendeva l’umore di veder la Città, sempre ciò seguiva nel mio Gabinetto da viaggio, che Glumdalclitch entro una sedia portatile teneva nel suo grembiule. Da qua tr’uomini era portata questa sedia, e scortata da due altri con la livrea della Regina. Il Popolo che frequentemente avea inteso a parlar di me, affolavasi d’intorno alla mia lettiga; e la mia balietta molto spesso si compiaceva di ordinar a’portatori di arrestarsi, mi pigliava in sua mano, perchè più distintamente ognuno mi ravisasse.
Io moriva di voglia di ammirare un famoso Tempio situato nella Capitale; e in ispezieltà la Torre, la quale passava per la più eminente del Regno. Mi vi condusse un giorno Glumdalclitch, ma cosa vera posso asserire, che molto restai deluso nella mia espettazione; mercè che l’altezza non trascendeva i tre mila piedi; il che, ben riflettutasi la differenza che vi ha fra il taglio di quel Popolo, e quel o degli Europei, non è poi un grande argomento di stupore; anzi, se non m’inganno, in fatto di proporzione col campanile di Salisbury, è quella molto inferiore. Ma, per non inferire torto veruno a una Nazione, a cui per tutta la mia vita professerò grand’obblighi, confessar si dee, che ciò che in altezza manca a quella famosa Torre, sofficientemente è risarcito dalla bellezza, e dalla fortezza di lei. Presso che cento piedi sono grosse le sue muraglie, e son costrutte di pietre dure; essendo ogni pietra di quaranta piedi in quadro, e tutte da tutti i lati adorne di simulacri degli Dei, e degl’Imperadori. Misurai un dito auriculare che era caduto da una di quelle statue, e il trovai appuntino di quattro piedi e un police di lunghezza. Inviluppollo Glumdalclitch in un fazzoletto, e lo portò in casa per unirlo ad altre bagattelluzze ond’ella diveniva pazza, come è solito delle fanciulle di sua età.
E’forza convenire che la Cucina del Re è un magnifico Edifizio, eretto in forma di volta, ed alto quasi che secento piedi. Il forno maggiore non è però sì largo come la cupola della Chiesa di S. Paolo; avendo io a bella posta, dopo il mio ritorno, prese le misure di questa. Che se entrar volessi in una specifica relazione delle suppellettili di cucina, de’pignati, de’caldaj, de’pezzi di carne che giravano agli spiedi, e d’altre cose di simil genere, si stentarebbe a credermi; per lo meno, una critica alquanto rigida taccerebbemi di esagerazione; che è solita della maggior parte de’Viaggiatori. Con tutto ciò, ben lungi dal meritarmi questa spezie di censura, temo di aver urtato nell’altro eccesso: e che se mai questo viaggio è traddoto nella lingua di Brobdingnag, (chè è il nome generale di quel Regno) e trasferito nel Paese, il Re ed il Popolo non si lagnino che io ingiuriati gli abbia, impicciolendogli in grazia della verisimilitudine. Di rado sua Maestà, nelle sue stalle ha un maggior numero di secento Cavalli; i quali, generalmente parlando, an cinquanta e quattro, e sessanta piedi di altezza. Ma, quando ella esce in certi giorni solenni, e scortata da cinquecento cavalli, che certamente era il più magnifico spettacolo onde io essere stato possa testimonio di vista; avendo ancora veduta una parte delle sue milizie schierate in battaglia, come nel progresso avrò l’opportunità di narrare.
CAPITOLO V.
Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilita nell’Arte Nautica.
IN un modo aggradevolissimo passato avrei il mio tempo in quella Regione, se la mia picciolezza non mi avesse esposto a parecchie Avventure per me pericolosissime, tutto che assai ridicole in se medesime. Ne farò il racconto di alcune. Ricreavasi sovente Glumdalclitch ne’Giardini della Corte portandomi nel mio più picciolo cassettino, donde ella talvolta mi traeva per mettermi a terra. Mi rammento che il Nano della Regina ci seguì un giorno in que’Giardini; e che avendomi la mia balia messo a terra, come trovavami solo con esso lui accosto di alcuni alberi nani, (eran questi de’pomieri,) non potei trattenermi dal praticargli qualche malizioso motteggio sul rapporto che aveavi fra quegli alberi e lui, chiamandosi eglino, a caso, in loro lingua, nel modo stesso che nella nostra. Per tutta risposta, colse il bricconcello la congiuntura che io mi stessi sott’una di quelle piante; e allora si mise egli a scuoterla sì forte, che una dozzina di mele cadde d’intorno a me: ma fra tutte, una ve ne fu, che piombando sulla mia schiena in tempo che io mi abbassava, fece che in sul terreno io dessi ben bene del naso: nè occorre farsene le maraviglie; poichè que’pomi anno co’nostri la proporzione medesima, che gli Abitanti del Paese anno con noi. Ecco tutto il male ch’ebbi; ed io stesso implorai a favore del Nano, perchè gastigato ei non fosse a motivo di un tale scherzo, da me medesimo, per altro, promosso.
Un altro giorno Glumdalclitch lasciommi sopra una motta di prato assai liscia, tempo che ella se ne stava spasseggiando in qualche distanza con la sua Governatrice; ed ecco nello stesso instante una grandine sì gagliarda, che ne fui improvvisamente gettato a terra. In tale costituzione, operava essa grandine le più dolorose contusioni per tutto il mio corpo; nulladimeno procurando di mettermi al coperto, mi ricovrai in quattro zampe sotto una spalliera di Cedri, ma così ammaccato da’piedi perfino alla testa, che vi volle più di dieci giorni innanzi che senza dolore potessi muovermi. Che se vi ha qualche incredulo di questo fatto, spero che sia per prestarvi fede, quando gli avrò detto che in quel paese i grani della tempesta son mille, e ottocento volte più grossi di que, che cadono in Europa: cosa più che certa, poichè io medesimo gli ho pesati, e misurati.