Ella notò, che fra’passatempi della nostra Nobiltà, e di altre qualificate persone, io del giuoco parlato avea. Desiderò di sapere a qual età si cominciava, per ordinario, a prendere un tale ricreamento, e quando vi si rinunziava? Quale porzione di tempo vi si perdeva, e se mai il giuoco arrivava a ruinare una famiglia. Se taluni della plebaglia con la loro desterità potevano alcune volte far acquisto di ricchezze immense, e riddure gli stessi Nobili nella lor dipendenza; altresì inspirar loro, con la loro amistà, ignobili e codardi sentimenti, e costrignerli, per le sofferte perdite, ad apprendere e a saggiare sugli altri l’infame industria cheruinati gli avea?

Inorridiva Sua Maestà per la Storia che io aveale rappresentata del mio Paese nel corso del passato secolo, aggiugnendo, che ciò non era che una concatenazione di conspirazioni, d’omicidj, di ribellioni, di stragi, di rivoluzioni, di esilj; effetti i più esecrabili, che l’avarizia, la fazione, l’ipocrisia, la crudeltà, la perfidia, la rabbia, la viltà, l’odio, l’invidia, e l’ambizione, produrre possano.

In un’altra Udienza, racapitolò il Re tutto ciò che io detto gli avea, e comparò le risposte che io gli avea fatte, con le dimande ch’egli mi avea promosse. Prendendomi poscia fralle sue mani, e piacevolmente accarezzandomi, mi disse queste parole che io non mai dimenticherò, e neppur la maniera onde furono pronunziate. "Picciolo amico mio Grildrig, voi avete fatto un eccellente Panegirico del vostro Paese. Dimostrativamente avete pruovato, che l’ignoranza, l’infingardia, e il misfatto, possono talvolta intrudersi per necessità nel governo d’un Regno: Che le Leggi son meglio interpretate da quegli che vi anno più d’interesse, e più di abilità nell’oscurarle, e nel diluderle: Scuopro fra voi altri, alcuni tratti d’un ottimo Governo nella prima sua instituzione; ma di molto scancellati dall’abuso, e dalla corruttela: Da tutto il vostro racconto si deduce, che nè pure una sola virtù fra necessaria per essere innalzato ad alcuna delle vostre Cariche, molto meno; che gli uomini vi sieno annobiliti da’propj lor meriti; che sia avanzato agli onori ri il Sacerdozio in considerazione della pietà o del sapere; i Soldati per la loro condotta, o pel loro valore; i Giudizi per la loro integrità; i Senatori pel loro amore verso la Patria, o i Consiglieri per la loro saggezza. Quanto a voi, continuò il Re, che passata avete la maggior parte della vostra vita nel viaggiare, penso che abbiate sfuggite molte di queste inconvenienze. Ma per quanto io posso raccogliere dalla vostra relazione, e dalle risposte che vi ho estorte con grande stento, costretto sono di conchiudere, che il grosso della vostra Nazione è il più tristo, e il più odibile picciol verme, e cui la Natura abbia mai permesso di strisciarsi sulla superficie della Terra."

CAPITOLO VII.

Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fu al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ignoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringonsi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.

NON aveavi che un amor estremo per la verità, che indur mi potesse a rispondere alle quistioni del Re con tanta schiettezza, con quanta io l’avea già fatto. Vane sarebbermi riuscite le rimostranze del mio resentimento, perchè sempre sarei comparuto ridicolo, e perciò soffogar dovetti nel mio cuore la passione, e lo sdegno, in tempo che la cara, ed Augusta mia Patria era trattata in un modo così ingiurioso. Ne patì tanta Afflizione, quanta ne può patire chi legge. Ma era così curioso quel Principe; e con tanta precisione m’interrogava su cadaun articolo, che peccato avrei contra le Leggi della pulitezza, e soprattutto contra quelle della gratitudine, se non gli avessi data tutta la più possibile soddisfazione. Con tutto ciò, dir deggio per mia discolpa, che procurai di diludere industriosamente molte delle dimande di lui, e che sopra cadaun particolare, io dava un tornio assai più vantaggioso, di quel che il potea permettere l’esatta verità: avuta avendo io sempre pel mio Paese quella lodevole parzialità, che con tanta giustizia Diogini di Alicarnasso racomanda uno a uno Storico. Con tutto il mio cuore avrei voluto occultare i difetti della mia Nazione, e riporvi in loro luogo le virtù nella loro luce più luminosa. Questa si era la mia intenzione nelle moltiplici conversazioni che ebbi con quel Monarca; ma per disgrazia, nè al mio genio, ne agli sforzi miei corrispose l’avvenimento.

Ma ciò che perfino a un tal qual segno compor dee l’Apologia di quel Principe si è, ch’egli viveva interamente separato dal resto del mondo; dal che provenivano che non avea notizie di sorta delle maniere, e delle costumanze delle altre Nazioni. Questa spezie d’ignoranza e sempre una sorgente feconda di prevenzioni, e produce necessariamente non so quali limitazioni d’idee, e di concepimenti, onde noi, del pari che i più colti Popoli dell’Europa, siamo del tutto esenti. E, per vero dire, la cosa sarebbe ben dura, se le conoscenze, che un Principe sì rimoto ha della virtù, e del vizio, servir dovessero di regola per tutto il Genere umano.

Per confermar il mio detto, e per mostrar con maggior chiarezza i miserabili effetti d’una educazione circonscritta da termini troppo angusti, voglio in questo punto far parte a’miei Leggitori d’un fatto, che forse agevolmente essi non potranno credere.

Per insinuarmi di bene in meglio nella buona grazia di sua Maestà, le parlai d’un ritrovamento scoperto da tre, o quattro secoli, più o meno, in qua, consistente nella manipolazione di certa polvere, un cui intero ammassamento, fosse pur grande quanto una montagna, saltava in aria, e in un istante restava consumato, con un fracasso più terribile di quello d’un tuono; e ciò immediate che una sola, soletta, scintilla vi volava al disopra: Che una certa quantità di questa polvere sequestrata con uno stopacciolo entro una canna di ferro, era valevole di cacciare una palla, pur di ferro, o di piombo, con una violenza, e una sì prodigiosa velocità, che non aveavi cosa che ne potesse sostenere lo sforzo: Che parimente vi erano di queste palle, che essendo sparate, rovesciavano non solamente file di Soldati intere con un sol colpo, ma abbattevano altresì in ruina le più massicce muraglie e sprofondar facevano de’Vascelli montati da molte migliaja d’uomini: Che quando queste palle erano unite insieme con una catena, fracassavano gli alberi, le antenne; in una parola, tutto ciò ch’esse riscontravano: Che spesse volte mettiamo questa polvere entro gran palle di ferro votte, che con arte, e con l’ajuto d’una certa macchina, sappiam lanciare dentro una Città assediata, e che con tal mezzo restava ucciso un gran numero di assediati nemici, e quasi tutte le loro Case erano ridotte in cenere: Che mi eran molto ben noti gl’ingredienti nella composizione della polvere stessa; che essi non costavano troppo, e non erano rari; Che per altro io mi comprometteva d’insegnare agli Operaj di Sua Maestà l’Arte di costruire quelle canne, d’una grandezza proporzionata a tutti gli altri oggetti che erano nell’Imperio di lei; e che le maggiori, più che i cento piedi di lunghezza eccedere non dovevano: Che venti, o trenta delle canne stesse, cariche con quantità convenevole di polvere, e di palle, poteano rovesciare in poche ore le muraglie della più forte Città del suo Regno, o mettere sossopra la Capitale, se mai ella si staccasse dalla dovuta sommessione agli ordini supremi di Sua Maestà. Io feci al Re quest’obblazione; supplicandolo di accettarla come un fievole contrassegno di quel riconoscimento; che le beneficenze di lui eccitato in me aveano.

Il Re, in udire la descrizione di queste terribili macchine, e dell’uso che io gli proponeva di farne, fu sorpreso da un orrore che non può esprimersi. Concepir non potea come un insetto sì debole, e sì minuto come me, (furono queste le stesse espressioni di lui) avea l’animo di pascersi d’idee sì inumane, e sì poco restar commosso, in parlando della disolazione, e della strage, che aveagli io detto essere gli ordinarj effetti di queste macchine sterminatrici, di cui certamente, diceva egli, qualche maligno Genio, e nemico dell’Uman Genere, dovea esserne stato il primo ritrovatore: Che per quello apparteneva a lui, ei protestava, che tutto che i nuovi scuoprimenti, sieno nell’Arte, o nella Natura, gli cagionassero un singolare diletto, contenterebbesi piuttosto di perdere la metà del suo Regno, che di apprendere un arcano sì abbominevole, onde proibivami se mi era cara la vita, di tenergliene discorso mai più.