Strano effetto di quella limitazine d’idee e di quella picciolezza d’oggetti, di cui parlai! Chi mai potrà credere che un Principe, il quale, per altro, possiedeva tutte le qualità che producono la venerazione, l’amore, e la stima; e il cui sapere, la saggezza, e la bontà, il rendevano l’ammirazione, e le delizie de’suoi Suggetti; per un picciolo vano scrupolo, che noi in Europa non sappiamo neppur che sia, lascisi scappare l’inestimabile opportunità di rendersi il Signore assoluto della vita, della libertà, e de’beni del suo Popolo? Ciò però che io ne dico, non è con intenzione di censurare gli altri talenti di quel Monarca, il quale, a cagion del teste mentovato avvenimento resterà molto pregiudicato nello spirito d’un Leggitore Inglese. Ma solamente disegno mio si è, di far osservare quanto massiccj sono i granchj che si prendono, quando non si riduce la Politica in iscienza; come il praticano i più gran Genj dell’Europa. Mercè che molto bene mi risovvengo, che un giorno disputando col Re, gli dissi che fra noi si avea composta una infinità di Volumi sopra l’Arte di governare; ma che contro alla mia intenzione, io gli diedi una picciolissima idea della nostra capacità. Ei mi protestò di avere un sommo dispregio per tutto ciò che chiamasi Misterio, Raffinamento, ed Imbroglio, sia in un Principe, sia in un Ministro. Non potea comprendere cosa io intendessi per Segreti di Stato, purchè di qualche Nazione rivale, o nemica, non si trattasse. Ristrigneva la Scienza del Governo in limiti molto angusti, circonscrivendola al buon senio, alla giustizia, alla clemenza, e alla pronta spedizione delle Cause sì criminali che civili, con alcuni altri comuni luoghi che non meritano riflessione: e stranamente pensava, che chiunque potea fare che due cannelle di biada, o due festuche d’erba crescessero sopra un mucchietto di terra, ove per l’addietro non cresceva che un solo, prestava alla sua nazione il maggiore de’più essenziali servigi.

Sono assai difettuose le conoscenze di quel Popolo, non consistendo che nella Morale, nella Storia, nella Poesia, e nelle Matematiche; nel che confessar si dee ch’egli è eccellente. Ma l’ultima di queste Scienze non è impiegata che negli usi della vita, e nel miglioramento dell’Agricoltura, e di tutte l’Arti Meccaniche. Per quello concerne le Idee, l’Entità, e le Astrazioni, non fu possibile il fargli concepir ciò che esse fossero.

Niuna Legge di quel Paese dee eccedere in parole il numero delle lettere del loro Alfabeto, che non sono più che venti e due. Ma per dir vero, poche ve ne ha di una tale intera lunghezza. Ne più semplici e più chiari termini son elleno espresse; ed è così stupida quella Nazione, che non sa interpretarle che in un solo senso. Anzi è un Capitale delitto il presumere di spiegar una Legge con una comentazione. Quanto alla spedizione delle Cause civili, e criminali, son sì pochi presso lei gli processi, che contra ragione ella vanterebbesi d’essere abilissima nell’una, o l’altra di queste cose.

Da un tempo immemorabile quanto i Chinesi ebbero que’Popoli l’arte della Stampa; ma le Librerie loro non abbondano di Volumi, imperocchè quella del Re, la quale passa per una delle maggiori, non ne contiene a un di presso che mille, adagiati in una Galleria di mille e dugento piedi di lunghezza, avend’io la permissione di valermi di qualunque Volume. Il Falegname della Regina avea formata in una delle stanze di Glumdalclitch una maniera di scala alta venti e cinque piedi, e ogni gradino di cui, cinquanta piedi era lungo. Alla muraglia facea io appoggiare quel Libro che io volea leggere; salendo poscia alla sommità della scala, dava principio dalla prima linea della pagina, camminando per fianco, finchè fossi pervenuto al termine della linea; dopo di che, quando bisognava, io scendeva un gradino, facendo sempre l’esercizio medesimo perfino al fondo della pagina.

Chiaro, maschio, e sonoro è lo stile di quella Nazione, ma non fiorito; perchè ella sfugge di servirsi di espressioni soverchie. Furon da me letti molti de’loro Autori; particolarmente que’che trattano della Storia, o della Morale; e fra gli altri con mio inesplicabile gusto, scorsi da capo a’piedi un vecchio Trattatello che trovasi sempre nella camera da letto di Glumdalclitch, e che apparteneva alla Governatrice di lei, Dama di gravità, e che non leggeva se non libri di Morale, e di divozione. Trattava questo libro della debolezza del Genere umano, e non era tenuto in pregio che dalle Donne, e dal semplice Volgo. Portommi la curiosità a vedere ciò che dir poteva su quest’argomento un Autore di quel Paese. Per appunto questo Scrittore toccò que’medesimi comuni luoghi, che sì perfettamente son noti a’Dottori nostri in Morale; rimostrando come l’uomo è un picciolo animale, spregevole, ed incapace d’ajutarsi da se medesimo, e di difendersi contra l’ingiurie dell’aria, e contra il furore delle bestie feroci: Quanto egli e inferiore in forza a una creatura, in velocità ad un’altra, a una terza in prudenza, e a una quarta in industria. Aggiugne; che in questi ultimi tempi la Natura avea degenerato dal primo suo vigore, e che altro più non produceva che piccioli aborti in comparazione de’decorsi secoli. Dice, ch’è assai probabile, che non solo la spezie degli uomini primitivamente fosse più grande, ma che eziandio ne’primi tempi vi deggiono essere stati de’Giganti, come da un canto l’attestano la Storia, e la Tradizione, e come dell’ossa prodigiose che si son trovate, lo dimostrano dall’altra. Pretende che le Leggi della Natura ricercavano, che al principio noi fossimo stati fatti d’una molto più robusta costituzione, e molto men suggetti a restar distrutti da piccioli accidenti, da un tegolo cadente da una casa, o da una pietra lanciata da un fanciullo. Da somiglianti ragionamenti tra e l’Autore molte morali conseguenze, di grand’uso per la direzion del vivere, ma che farebbe inutile di quì registrare. Quanto a me; non potei di meno di ammirare quanto general fosse il talento di rigirar le letture in moralità, e l’inclinazione degli uomini a lagnarsi della Natura. E ben penso, che dopo una esatta perquisizione, tali sorte di lamentanze, sì poco fondate sarebbono fra noi, come l’erano fra gli Abitanti di Brobdingnag.

Per quello risguarda i militari affari di que’Popoli, mi an eglino assicurato che l’Esercito del loro Re consisteva in cento settanta e sei mila Fanti, e in trenta e due milla Cavali, se pure il nome di Esercito convenir possa a un Corpo formato di Mercatanti collettizj di differenti Città, e di Fattori di campagna, i cui Comandanti sono semplicemente persone di qualità, senza paga, e senza ricompensa. Negar non si può che eglino assai bene intendono l’Esercizio, e che in eccellenza sono disciplinati; nel che non si rinviene poi un gran merito; mercè che come mai potrebbe essere la faccenda altrimenti, in un Paese, ove cadaun Castaldo è sommesso al padrone della sua Terra, e ogni Cettadino a’Magistrati della sua Città, eletti per isquittino secondo la pratica di Venezia?

Vidi di frequente la milizia di Lorbrulgrud a fare l’Esercizio in un gran campo presso della Città. Vi si potea annoverare venti e cinque mila Pedoni, e a un di presso sei mila Cavalli: riuscendomi, per altro, impossibile di numerargli con esattezza, a cagion del terreno che essi occupavano. Un Cavaliere, montato sopra un Cavallo di ragionevole taglio, avea in altezza più di cento piedi. M’incontrai un giorno di vedere tutti i Cavalieri di quel Corpo, nell’istante che il Comandante loro ne dava l’ordine, sguainare le loro spade tutti in una volta, e vibrarle nell’aria. Uno spettacolo di tal fatta, avea un non sò che di sorprendente, superiore a qualunque esagerazione. Fra lo stesso, come se sei mila balini avessero lampeggiato in diverse parti del Cielo in un tempo medesimo.

Tentavami la curiosità di sapere, come mai quel Principe, nel cui Paese era impossibile di penetrare, potesse essersi avvertito di raccogliere Eserciti, o di far instruire il suo Popolo nella Militar Disciplina. Ma pel soccorso della conversazione, e per la letura delle loro Storie; ben presto ne restai appagato; imperocchè dopo moki secoli, quegli Abitanti sono stati assaliti dalla medesima malattia, onde tante altre Nazioni sono suggette; voglio dire, che la Nobiltà si era applicata a rintracciarvi troppo potere, il Popolo troppa libertà, è il Principe troppo assoluto dominio. Per vero dire, avevasi provveduto con sagge Leggi a tutte queste inconvenienze: ma queste Leggi sovente erano state infrante dal alcuno de’tre Partiti; dal che, più d’una volta, n’erano prodotte guerre civili; l’ultima delle quali era stata felicemente terminata dall’Avolo del Principe Regnante, con una generale composizione: e la Milizia, il cui numero allora si era fissato di consentimento de’tre Partiti, dopo quel tempo si era tenuta esattamente nel suo dovere.

CAPITOLO VIII.

Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna in Inghilterra.