IO sempre avea presentita una forte lusinga di dover un giorno ricuperare la mia libertà, tutto che impossibile mi riuscisse di concepire con quali mezzi, o di formare alcun progetto che avesse l’ombra menoma di apparenza di poter ottenerne l’intento. Il Vascello, su cui io era stato, era il primo che si fosse giammai veduto sopra le spiaggie di quel Paese, e il Re avea dati gli ordini più precisi, che se qualche altro ve ne comparisse, tutto si facesse per prenderlo, e che con tutta la ciurma, e tutti i passeggieri, si conducesse sopra una carretta a Lorbrulgrud. Desiderava con sommo ardore Sua Maestà di aver qualche femmina dello stesso mio taglio, pel cui mezzo si potesse conservar la mia spezie: Ma io credo che avrei piuttosto sofferte mille morti, che espormi al risico di lasciar dietro a me una posterità, che fosse stata, o messa in gabbia come uccelletti di Canaria, o forse venduta a persone di carattere; non tanto, veramente, per farne degli schiavi, quanto delle curiosità. Confesso che io era trattato assai gentilmente, essendo il Favorito d’un gran Re, e le delizie di tutta la sua Corte: Ma con tutto questo, la figura che io faceva non mi sombrava convenire alla dignità del mio temperamento. Riuscivami impossibile il dimenticare quegli altri me medesimo, che nella mia Patria io avea lasciati, e mi moriva di voglia di trovarmi in mezzo d’un Popolo, con cui avessi una spezie d’uguaglianza, e in un Paese, ove spasseggiar potessi con libertà, senza temere d’essere schiacciato come un cagnuolo, o come un ranocchio. Ma più presto di quell’avrei sperato, sopravvenne il momento della mia liberazione, in un modo onninamente straordinario. Eccone la Storia, e tutte le circostanze con la più esatta verità.
Due anni già erano scorsi da che mi trovava nel Paese; e nel principiar del terzo Glumdalclitch, ed io, accompagnammo il Re, e la Regina in un giro che fecero le loro Maestà verso la spiaggia meridionale del Regno. Secondo il solito, io era portato nel mio cassettino da viaggio, che come già il dissi, era un galantissimo stanzino di docici piedi di larghezza; ed io avea ordinato, che con funi di seta egualmente lunghe mi si appiccasse una picciola materassa all’alto de’quattr’angoli dello stanzino stesso, affine di non risentirmi tanto dello scuotimento, quando un servidore mi portasse d’innanzi a lui marciando a cavallo; e altresì per dormirvi con tutto l’agio, quando mi trovassi in cammino. Nel tavolato superiore del cassettino, verso il sito della materassa ove io adagiava il capo, avea fatto fare all’Artefice un buco, o finestrino d’un piede in quadro, donde mi venisse qualche respiro d’aria mentre dormiva in tempo di caldo, e potevasi questo buco chiudere, o aprire con una picciola tavola, che da me con una ribalta alzavasi, e si abbassava.
Compiuto che fu da noi il nostro giro, giudicò opportuno il Re di andar a spassarsi per alcuni giorni in un Palagio che egli aveva presso di Flanflasnic, Città situata a diciotto miglia Inglesi della Marina: Glumdalclitch, ed io, eravamo estremamente lassi: per la mia parte, avea guadagnata una buona infreddatura; ma la povera ragazza si trovava così male, che non poteva lasciar la stanza. Era grande la mia impazienza di rivedere l’Oceano, sola, ed unica strada che mai si poteste aprire al mio scampo. Feci sembiante d’essere incomodato più che non l’era, e chiesi la permissione d’andarmene al lido per respirarvi alquanto d’aria, con un Paggio che io molto amava, e con cui talvolta io avea stretta gran confidenza. Non mi si svanirà mai dalla memoria la repugnanza ch’ebbe Glumdalclitch all’assentire a questa mia andata; nè la maniera ond’ella raccomandommi al Paggio di aver cura di me, struggendosi nel tempo stesso in lagrime, come se presentisse qualche cosa di ciò che stava per avvenire. Mi portò il Paggio nel mio cassettino perfin che arrivammo alla spiaggia; e allora gli dissi di ripormi a terra; ove alzata una delle mie invetriate, per qualche tempo gl’infelici miei sguardi sopra il mare vagarono. Me la passava male; sicchè mi dichiarai col mio conducitore, che volentieri riposato avrei alquanto sopra la mia matterassa, sperando che un poco di sonno mi avrebbe molto giovato. Mi vi corcai, e il Paggio chiuse la finestra, per timore che entrandovi l’aria, non m’incomodasse. Poco stetti, che m’addormentai; e tutto ciò che posso conghietturare si è, che nel frattempo del mio dormire, il Paggio, non immaginandosi mai che potessi correre risico di sorta, stava spassandosi nell’andar in busca d’uova d’Uccelli nelle fessure delle roccie; ricreamento, che io già avea veduto prendersi da lui, in tempo che per anche stavamente alla finestra. Chechè ne fosse in tal proposito; fui all’improvviso risvegliato da un violento colpo che sentj sopra l’anello fitto sopra la superior parte della mia cassetta, perchè mi si potesse portare più agevolmente. Mi avvidi che il cassettino si elevava molt’alto nell’aria, e che poscia con una prodigiosa velocità discendeva. Pensai che il primo scuotimento mi gettasse dalla materassa; ma di poi fu più regolato il moto. Molti furono i gridi mie, ma egualmente inutili, e guatando dalle mie finestre, che Cielo e che nuvole veder non seppi. Intesi precisamente al disopra della mia testa uno strepito somigliante a uno sbattimento d’ale, e solo allora cominciai ad accorgermi dell’orribilità della mia situazione. Indovinai che un’Aquila preso avea nel suo rostro l’anello della mia cassetta, con disegno di lasciarla cadere sopra una rupe, come una testuggine nella sua scaglia, e dappoi trarne il mio corpo per divorarlo: Essendo che, è sì ammirabile l’odorato di quest’animale, ch’ei sente la sua preda in una distanza assai grande quando anche più nascosta ella fosse che non l’era io, infra tavole che non aveano di grossezza due pollici.
Alcuni momenti dopo intesi che lo sbattimento d’ale più ingagliardiva, e vidi chiaro che il cassettino alzava ed abbassava continuamente. Parvemi che l’Aquila, (poichè non ho mai potuto togliermi dalla fantasia, che una non ne fosse, che nel suo rostro tenesse l’anello del cassettino,) fosse incalzata da qualche altro uccello; e di là a un instante osservai che io perpendicolarmente cadeva, ma con una rapidità sì portentosa, che mi sentivi di gia sfiatato. La mia caduta, poco più o meno, durò un minuto, e allora il cassettino poggiò sulla superficie del mare, e fecevi, in cadendo, un sì enorme fracasso, quanto quegli della cateratta di Niagara; dopo di che, per lo spazio d’un altro minuto mi trovai fra le tenebre, ed indi il cassettino cominciò a riaversi tanto, che potei verso l’alto delle mie finestre ravvisar lume. Senz’altro mi accertai che io era caduto nel mare. La cassetta pel peso del mio corpo, ed eziandio per quello degli arnesi che ella conteneva, e per le lamine di ferro ond’era armata ne’quattr’angoli all’alto, e al basso perchè ne fosse la struttura più forte, ondeggiava nell’acqua, profondatavi per cinque piedi. Pensai allora, come al presente il penso, che l’Aquila, volandosene col mio cassettino, stata fosse assalita da due, o tre altri uccelli della medesima, o d’una diversa spezie; e che tentando difendersi contro ad essi, che probabilmente voleano la loro parte della preda, fosse stata costretta di laciarmi cadere. Le lamine di ferro fitte sull’inferior tavola del cassettino, come le più massicce, mantenuto aveano l’equilibrio nell’atto della caduta, e impedito che l’urto dell’acqua nol mettesse in pezzi, e oltracciò, egli era sì ben connesso, e chiuso da tutti i lati, che pochissimo mare vi entrò. Fu non picciolo lo stento mio per togliermi dalla materassa, dopo di aver avuta la cautela di prima ricevere alquanto d’aria fresca, onde estremamente io bisognava, pel finestrino, con tal intento già stato fatto al di sopra del mio Studiolo.
Quante volte allora desiderato non mi sono presso la mia cara Glumdalclitch, da cui m’era allontanato per un’ora sola: E ben posso realmente dire, che nel forte de’propj miei infortunj, non potei di meno di compiagnere la povera mia Nutricina, e d’essere sensibile a’crepacuori che probabilmente stava per cagionarle la mia perdita. Pochi forse rinvengonsi Viaggiatori, che si sieno abbattuti in congiuntura così sgraziata come la mia; aspettando io a cadaun momento di scorgere messo in pezzi il mio cassettino, o inghiottito da’flutti. Ella era spedita per me se una menoma parte delle mie invetriate si spezzava. Vidi che entrava l’acqua per molte picciole fessure, che procurai di turare alla meglio, ed ebbi la sorte di ben riuscirvi. Con tutto questo, era molto deplorabile lo stato mio: o a buon’ora, o tardi, non poteva non abissarsi il mio cassettino, e quando pure da un risico, tale fosse egli stato esente, il freddo, e la fame, dovevano, senz’altro, farmi morire. Per quattr’ore continue mi son trovato in sì lagrimevoli circostanze, attendendo, e per ispiegarmi nel vero senso, bramando che cadaun instante fosse l’ultimo del mio vivere.
Ho già instruiti i miei Leggitori, che a quella parte del cassettino ove non vi era finestra di sorta, aveavi annessi due poderosi ritegni, ne’quali colui che mi portava andando a cavallo, avea l’attenzione di passare un centurione di cuojo, ch’ei poscia affibiava d’intorno a se. Nel mezzo delle mie angustie, sentii, o per lo meno credei di sentire, verso la parte de’ritegni mentovati, qualche strepito, e un momento dopo m’immaginai che il cassettino tratto fosse sul piano del mare; mercè che di tempo in tempo io sentiva che l’onde percuotevano le mi finestre, nella giusa stessa che un Vascello in viaggiando, fonde l’onde medesime. Ristettè in me allora un raggio tenuissimo di speranza; tutto che per anche non concepissi la possibilità della mia salvezza. Levai le viti che univano al solajo uno de’miei sedili, e poscia feci alla meglio perchè il sedile saldo al di sotto della picciola tavola che io testè aperta avea; dopo di che vi montai sopra, ed avendo avvicinata la bocca al finestrino quanto potei, mi messi fortemente a gridare, e in tutte le lingue che mi erano cognite. Indi a un bastone, che per ordinario io aveva meco, appesi il mio fazzoletto, che cacciai fuori del finestrino a foggia di banderuola, girandolo, e rigirandolo molte volte, affinchè in caso che qualche Vascello, o qualche schifo vicino ivi fosse, potessero i Marinaj indovinare che nella cassetta stavavi rinchiuso qualche sgraziato mortale.
Per quanto mi pareva, tutti i miei schiamazzi, e tutti i miei segnali non furono nè veduti, nè intesi; ma non ostante, chiaro ravvisai, che il cassettino ad essere tratto continuava. Un’ora dopo, quella parte del cassettino ov’erano attaccati i ritegni, ed ove non erano finestre, urtò in qualche cosa di consistente. Temetti che non fosse una roccia; e più che prima io sentiva le scosse. Al di sopra della cassetta intesi distintamente uno strepito somigliante a quello d’una fune che traesi per un anello. Vidi allora che la cassetta insensibilmente sorgeva; e che prima di fermarsi, era più alta di tre piedi che per laddietro. In tal caso ricominciai a nuove spese a chiamar ajuto, e a vogliere il mio fazzoletto; e un grido, che molte voci rimescolate insieme rendevano confuso, mi servì di risposta, e mi cagionò un trasporto tale di gioja, che solo da chi il saggiò può essere conceputo. Un istante dopo, sentì camminare sulla mia testa, e qualcuno gridando pel finestrino ad alta voce in Inglese: Se vi sta alcuno qui abbasso che parli. Immediate risposi, che io era un Inglese confinato dalla spietata mia sorte nella più spaventevole constituzione in cui ma i siasi trovato uomo; e che io pregava per tutto ciò che essere può valevole a muovere a compassione, di trarmisi da quel carcere. Replicò la voce che io nulla avea a temere, poichè la cassetta era attaccata al loro Vascello; e che ben presto sarebbe venuto il Falegname per farvi al di sopra un buco, bastevolmente capace per estrarmivi fuori. Risposi, che ciò era inutile, e bisognava di molto tempo; che era ben meglio che alcuno de’Marinaj mettesse un dito nell’anello, e così togliesse il cassettino dal mare, per riporlo poscia nel camerino del Capitano. Un linguaggio di questa fatta feci credere a chi l’intese, che io vaneggiassi; ma taluno di coloro si mise a ridere di buon gusto; dovendo io con mia vergogna confessare, che io non badava di ritrovarmi allora fra uomini di mia forza, e di mia statura. Venne il Falegname, e in pochi minuti formò un’apertura di quattro piedi in quadro; fecevi poscia passare una picciola scala, sulla qual montai per rendermi nel Vascello.
Stordiva all’ultimo segno l’Equipaggio tutto, facendomi mille quistioni, alle quali tuttavia non sentivami di dare risposta. Dal canto mio non restai men attonito nel ravvisare tanti Pigmei: tali eglino sembrandomi, per essere stato sì lungo tempo accostumato a non vedere che mostruosi oggetti. Ma il Capitano, che appellavasi Tommaso Vvilcolks, uomo generoso, ed obbligante, osservando che io veniva meno, mi prese nel suo Camerino, mi recò un Cordiale per guarentirmi da uno svenimento, e corcar mi fece nel proprio suo letto, affinchè col riposo alquanto mi ristorassi; e certamente ne avea io un gran bisogno. Prima però di effettuarlo, diedi gli a conoscere che nel mio cassettino esistevano alcune robicciuole che mi farebbe spiaciuto di perdere; e fra l’altre, una buona picciola materassa, un galantissimo letto da Campagna, due sedie, una tavola, ed uno studiolo. In oltre; che la cassetta stessa da tutti i lati era foderata di bambagia, e di seta; e che s’ei si compiaceva di farla trasferire da qualcuno de’suoi Marinaj nel suo Camerino, gli avrei mostrato quant’io dicevagli, ed altre cosucce altresì. Intesisi dal Capitano somiglianti assurdi, che io sognassi ei credè. Con tutto ciò, (a quel che ne penso, per acquietarmi,) mi promise di darvi l’ordine; e portatosi sul Cassero, fece scendere alcuno de’suoi nel cassettino, e toglierne, come di poi il trovai, tutto ciò che di buono entro aveavi; ma i sedidi e lo studiolo, essendo uniti con madreviti al solajo, restarono non poco danneggiati dall’ignoranza de’Marinaj, che vollero a forza di braccia levargli. Veduto ch’ebbero non esservi più cosa che meritasse a ricuperarsi, lasciarono andar al mare il cassettino, il qual essendo aperto in diversi luoghi, guari non istette a sprofondarsi. E, per vero dire, molto gradì di non essere stato testimonio di vista di quello spettacolo, che mi avrebbe rinnovata la più infausta, e la più angosciosa memoria.
Dormì alcune ore, ma d’un sonno ad ogni instante turbato dalla meditazione del luogo ond’era io uscito, e de’pericoli che aveva scorsi: Nulladimeno, destato che fui, mi trovai assai meglio. Erano allora circa le ore otto della sera; e poco dopo il capitano ordinò che si servisse la cena, credendo ei già che io avessi pranzato da molto tempo. Fu assai benigna la conversazione di lui; e rimasti noi soli, ei mi pregò di fargli la relazione de’miei viaggj, e di narargli per qual accidente in quell’enorme macchina di legno trovato mi fossi. Dissemi, che verso il mezzo giorno, risguardando col cannocchiale, avea scoperta la mia cassetta, e che immaginandosi che fosse un Vascello, formato avea il disegno di procurar di raggiugnerlo, con la speranza di provvedersi di poco biscotto, onde cominciava a penuriarne il suo bastimento: Che nell’accostarsi; si era accorto del proprio errore, ed avea inviato lo schifo per sapere ciò che galleggiasse sull’acqua: Che le sue genti se n’erano ritornate assai attonite, giurando di aver veduta una casa fluttuante: Che egli beffatosi della follia loro si era messo in persona nello schifo, avendo prima dato ordine di riporsi nello schifo stesso un buon cavo: Che essendo il mare in bonaccia, con l’ajuto de’remi avea egli molte volte fatto il giro della mia cassetta, e considerato le mie finestre: Che avea ravvisati due ritegni da una parte che era tutta di tavole, senza aperture di sorta che dessero passaggio al lume: Che avea allora comandato a’suoi Marinaj d’accostarsi col Caicco a quella parte stessa, di assicurar il cavo ad uno di que’ritegni, e poscia di tirar la Cassa, (così ei chiama va la) fin al Vascello. Compiuta tal opera, ordinò che si raccomandasse un’altra fune all’annello che stava fitto al di sopra del cassettino, e che il si levasse con carrucole; il che quegli uomini eseguir non poterono che per due o tre piedi. Mi disse che ben gli era caduto sotto l’occhio il mio bastone, e il mio fazzoletto; e che aveane conchiuso che in quella sì strana spezie di prigione, se ne stesse rinchiuso qualche sventurato. Gli dimandai, se verso il tempo onde io era stato discoperto la prima volta, egli, o alcuno de’suoi, veduti avesse alcuni uccelli d’una prodigiosa grandezza nell’aria? La sua risposta fu, che parlando su questo proposito co’suoi Marinaj in tempo che io dormiva, uno d’essi gli disse di aver osservate tre Aquile che volavano verso il Ponente; ma che non vi avea fatta riflessione se fossero maggiori delle Aquile ordinarie; il che, alla prodigiosa altezza, ond’elleno si trovavano, attribuisco: ed egli indovinar non potè il motivo d’una tale mia interrogazione. Saper poscia volli dal Capitano, in quale distanza da terra ei credeva d’essere: disse, che secondo la sua opinione, n’eravamo, per lo meno, a un centinajo di leghe. Gli protestai che egli prendeva abbaglio almeno per la meta; poichè non erano che due ore che io lasciato avea il Paese onde io veniva, quando cadei nel mare. Questa risposta fecegli di nuovo credere che avessi la fantasia stravoltra; il che bastevolmente ei diede a conoscere, dicendomi che me ne andassi a dormire in uno stanzino fattomi di già allestire. L’assicurai che la sua conversazione più mi giovava del riposo che prendere potessi; e che per altro io mi rinveniva nel mio buon senso, che non l’era mai stato per tutta la mia vita. Egli allora con un suono di serietà, mi dimandò in confidenza, se forse io avessi lo spirito intorbidito dal rimorso di qualche misfatto orribile, per cui, per ordine di qualche Principe fossi stato punito, coll’essere rinchiuso in cassa, e gettato in mare, nella guisa che in altri Paesi, entro una barchetta, senza provvisioni di sorta, espongonfi i criminosi di prima classe alla discrezione dell’onde? Soggiunse; che non ostante che gli spiacesse che il suo Vascello servito avesse di asilo a uno scellerato, impegnavasi nulladimeno di mettermi sano e salvo a terra nel primo Porto che afferrato avessimo. Aumentavano i suoi sospetti, ei proseguiva, da non so quali discorsi assurdi che io da prima tenuti avea co’Marinaj, e poscia con lui medesimo; ed eziandio dalla tetra mia aria, e da’torbidi miei atteggiamenti.
Il supplicai di soffrire il racconto della mia Storia; il che eseguì con la più esatta fedeltà, dalla mia partenza dall’Inghilterra, perfino al momento ch’egli mi avea discoperto. E come la verità possiede sempre una tale quale possanza sopra spiriti ragionevoli, non sudai molto nel persuadere il mio Capitano, il qual avea qualche tintura di sapere, un buon uso di ragione, della mia candidezza, e della mia veracità. Ma per maggiormente convincerlo, il pregai di dar ordine che mi fosse recato il mio Studiolo, la chiave di cui io già teneva in mia saccoccia, essendomi già stato notificato ciò che i Marinaj fatto aveano del mio cassettino. In presenza di lui aprì lo Studiolo, e gli feci mostra della picciola raccolta di rarità che io avea fatta nel Paese, donde in un modo sì miracoloso testè io era uscito. Gli posi sotto l’occhio il pettine che io avea formato co’peli della barba del Re; un gran numero di aguglie, e di spilletti, i più minuti de’quali erano lunghi un piede; e i più grandi una mezza verga; alcune pettinature de’capelli della Regina: e un anello d’oro onde ella un giorno con la più galante maniera del mondo mi regalò, traendolo dal suo picciolo dito, e adatandolo al mio collo a guisa di collana. Sollecitai il Capitano ad accettare l’anello stesso come un tenue contrassegno della mia riconoscenza, ma ei non volle acconsentirvi mai. In fine, per non lasciare dubbio veruno sopra il punto della mia veracità, fecegli vedere i miei calzoni, che erano fatti della pelle d’un solo sorcio.