Non ci fu modo di fargli prendere cosa veruna, se eccettuisi il dente d’uno Staffiere, che vidi essere da lui disaminato con gran curiosità, e di cui ei mi sembrava molto invogliato. Il ricevè con ringraziamenti tali, che non erano, per nulla affatto, alla picciolezza del dono proporzionati. Questo dente, che era sanissimo, nè per sogno guasto, avea appartenuto a un Palafreniere di Glumdalclitch, a cui uno stolido Chirurgo strappato l’avea, in luogo d’un altro che gli doleva: mel feci dare per conservarlo nel mio Studiolo. Avea un di presso un piede di lunghezza, e quattro pollici di diametro.
Restò incantato il Capitano dal racconto della mia Storia, e disse, che sperava che io non mancassi di farne parte al Pubblico, giunto che fossi in Inghilterra. Gli risposi, che il numero de’Viaggi datisi alle stampe non era che troppo grande, e che per tal ragione, o conveniva tacere, e aver da narrare qualche cosa di straordinario; senza tuttavia seguir l’esempio di quegli Autori, che a spese della verità, rimescolano sempre del maraviglioso entro a’loro scritti: Che la mia Storia non conterrebbe che avvenimenti assai comuni, senza aver veruno di que’fregj che sono somministrati dalla descrizion delle piante, degli alberi, degli uccelli, e delle bestie feroci; oppur da quella delle costumanze barbare, e del culto idolatrio di qualche selvaggio Popolo; fregj tali, onde abbondavano tutti i Libri di Viaggj: Che non ostante gli era io molto tenuto della buona opinione che egli attestava di avere, e che penserei a quanto egli mi diceva.
Protestossi poscia meco di restar molto attonito nell’intendermi a parlar sì forte; chiedendo se il Re, o la Regina di quel paese, erano forse duri d’orecchia? Gli dissi, che erano trascorsi di già due anni che io mi era accostumato a un tale tuono, e che dal canto mio stavamene altrettanto sorpreso dall’intenderlo a parlar sì basso, quanto poteva esserlo lui dal mio gridar sì alto: Che in tutto il tempo del mio soggiorno in quel Regno, quand’io doveva parlar con alcuno, era stato costretto di tanto alzar la voce, quanto un uomo che standosene nella strada, avesse voluto farsi sentire da un altro collocato sull’alto d’un Campanile; eccettuato però, quand’io mi trovava sopra una tavola, o che taluno mi teneva in sua mano. L’informai altresì d’un altra cosa che io avea riflettuta; cioè, che sul punto del mio entrar nel Vascello, e che tutti i Marinaj stavano d’intorno a me, eglino mi son paruri le più picciole creature che avessi mai vedute: e che ciò era tanto vero, che nel Paese donde io era uscito, non aveva mai osato di affacciarmi allo specchio; mercè che avvezzo a vedere oggetti sì prodigiosi, il sentimento della mia picciolezza mi avrebbe molto mortificato. Soggiunsemi il Capitano, che in tempo che cenavamo, egli avea osservato che io risguardava ciascuna cosa con una spezie di stupore, e che più fiate io avea dati segni di volere scoppiar di ridere; il che egli attribuito avea allo sconvoglimento del mio cervello. Gli replicai che tale si era la verità, e che proveniva la mia sorpresa dall’infinita picciolezza di tutto ciò che io vedeva, e quì sopra mi messi a fare una descrizione di tutto ciò che si era trovato sulla tavola di lui, tale che un Abitante di Brobdingnag fatta l’avrebbe, se fosse stato nelle mie veci. Il mio uomo si pose a sogghignare, e per farmi gustar meglio il ridicolo di quanto testè gli avea detto, protestò, che di tutto il suo cuore pagate avrebbe cento Chinee, di aver veduta l’Aquila tenendo il mio Cassettino nel suo rostro, e lasciandolo poscia precipitar nel mare: Ch’era ben un peccato che niuno fosse stato oculato testimonio d’un avvenimento sì singolare, e la cui descrizione meritava d’essere trasmessa alla più rimota posterità. Dopo un tale scherzo venne in iscena la comparazione di Fetonte, per vero dire, troppo naturale, perchè egli la risparmiasse.
Di là a due giorni del mio imbarco in fu quel Vascello, il vento, che prima stato non era troppo favorevole, divenne eccellente, e rendè il nostro viaggio e più brieve, e più felice, di quelche non avremmo nè pur ardito di sperare. In un solo, o due porti diede a fondo il Capitano, e spedì lo Schifo a terra in traccia di alcune provvisioni, e per far acqua; e quanto a me, non uscì mai del bordo finchè non giugnemmo alle Dunes; il che seguì il terzo di Giugno 1706 nove mesi, o circa, dopo l’aver lasciato Lorbrulgrud. Offrì al Capitano di lasciargli in pegno, tutto ciò che io avea, in sicurtà del pagamento di quanto io gli potea dovere pel mio trasporto, e per avermi alimentato per tanto tempo: ma ei si dichiarò che non ne voleva nè pur un soldo. Ci congedammo con teneri abbracciamenti; e volli mi desse la parola di venir a vedermi in mia casa, quando si trovasse a Londra; Noleggiai un Cavallo, e una Guida, per prezzo, e somma di cinque schelini, presi a prestito dal Capitano.
In sul cammino, riflettendo io alla picciolezza delle case, degli alberi, de’bestiami, e degli uomini, mi credei transferito in un tratto nell’Imperio di Lilliput. Io temeva sempre di schiacciarmi sotto a’piedi chiunque io riscontrava; e gridai a molti e molti che si togliessero dal mezzo: Impertinenza che stette per suscitarmi delle querele, tutto che fosse involontaria.
Arrivato in mia casa, e apertomi l’uscio da uno de’miei domestici, mi abbassai per entrarvi: la moglie, correndo, mi venne incontro per abbracciarmi, ma io m’inchinai più basso che le ginocchia di lei, immaginandomi che in altro modo le sarebbe riuscito impossibile di giugnere con la sua alla mia bocca. Mia figliuola s’inginocchiò per chiedermi la benedizione, ma non la vidi, che quando se n’era levata, accostumato da tanto tempo di volgere la testa, e gli sguardi verso faccie, che erano in altezza alla distanza di sessanta piedi dalla mia. Risguardai i miei Domestici, e due o tre amici, a caso ivi presenti, come altrettanti Pigmei, in cui confronto io era un Gigante. Dissi a mia moglie ch’ella era vissuta con troppa frugalità; poichè, tanto essa che la Figlia, erano smagrate, ed impicciolite oltra qualunque esagerazione. In una parola: vomitai un sì gran numero di follie, che ad ognuno venne in pensiero quanto da principio già il Capitano credea; cioè che unanimamente si conchiuse che io aveva perduto il senno. Il che riferisco come un riguardevole esempio della forza prodigiosa dell’abitudine. Con tutto ciò guari non istetti a ricuperarmi da quella spezie d’infermità, ma protestò mia Moglie che non mi lascerebbe più andar in mare; e pure per mia disgrazia, era un destino che ella non avesse l’autorità d’impedirmelo, come i Leggitori ben presto potran vederlo.