E’affidata questa calamita all’attenzione di certi Astronomi, che di tempo in tempo le adattano quelle posizioni che più vuole il Monarca. Impiegan essi la maggior parte del viver loro nell’osservare i Celesti Corpi; il che fanno con cannocchiali infinitamente più eccellenti de’nostri. Un tal vantaggio gli ha messi in condizione di stendere le scoperte loro assai più lunge che i nostri Astronomi in Europa; perchè an essi formato un Catalogo di dieci mila Stelle fisse; laddove la più compiuta lista delle nostre, non ne continue che incirca la terza parte di questo numero. An discoperto due satelliti di Marte, un de’quali è lontano dal centro di questo Pianeta di tre de’suoi Diametri, e di cinque l’altro: aggirasi questo sopra il suo centro in ventun’ora e mezzo, e quegli in dieci; cosicchè: Quadrati de’loro Tempi periodici sono presso poco nella proporzione medesima co’Cubi di loro distanza dal Centro di Marte: il che dimostra con evidenza che son governati dalla Legge medesima di gravazione, onde son suggetti gli altri Corpi Celesti.

Hanno osservate novanta e tre Comete differenti, e notati con grand’esattezza i ritorni loro periodici. Se ciò è vero, come con gran franchezza l’assicurano, sono a desiderarsi estremamente le lor Opere rendute pubbliche, perchè servir potrebbono a portar la Teorica delle Comete, che fin al presente è molto difettuosa al punto medesimo di perfezione, ove le altre parti dell’Astronomia sono pervenute.

Sarebbe il Re il più assoluto Principe dell Universo, se solamente potesse rendere persuasi i suoi Ministri d’unirsi strettamente a lui: ma come son situati al Continente i Beni di questi, e che d’altra parte, spaccian eglino l’impiego di Favorito come cosa la più fragile del Mondo, assentir non vollero mai che ridotta fosse in ischiavitù la Patria loro.

Quando si ribella qualche Città, ch’è squarciata da violente Fazioni, o che niega di pagare gli ordinarj tributi al Re, servesi questo Principe di due metodi per rimetterla nel propio dovere. Il primo è il più soave si è, di situare l’Isola al di sopra di quella tal Città, e del circostante Paese, affin di toglierle la pioggia, ed il calore del Sole: il che immediate produce una generale consternazione, e cagiona infermità negli Abitatori. Che se il merita il loro delitto, si lancian loro dall’Isola delle grosse pietre, da cui non han essi che un solo mezzo per guarentirsi; ed è di cacciarsi entro caverne o concavità, in tempo che i tetti delle loro Case ruinano. Ma se a dispetto di tutto questo restan tenaci nella loro perfidia, o presumono di rivoltarsi: il Re ne viene all’ultimo de’rimedj, il qual è di lasciar cadere direttamente sull e loro teste l’Isola; il che in un tempo stesso e le Case della Città, e gli Abitatori distrugge. Con tutto ciò, molto di rado a un’estremità di questa fatta vuole ridursi il Monarca; anzi non ha egli mai una vera intenzione d’effettuarla: d’altra parte non ardirebbono i suoi Ministri consigliargli un’azione, che non solamente renderebbelo odioso al Popolo, ma eziandio ruinerebbe le propie loro Tenute, le quali sempre son collocate nel Continente, essendo l’Isola il Dominio del Principe.

Ma vi ha altresì una più importante ragione, perchè i Re di quel Paese cotanto ripugnino all’eseguimento d’una vendetta sì formidabile, se pure non vi son costretti da una estrema necessità: Essendo che, se nella Città che si vorrebbe distrutta, sienvi solamente alcune gran roccie, come ve ne sono quasi in tutte le gran Città, che, secondo tutte le apparenze sono state costrutte in luoghi idonei ad impedire una somigliante Catastrofe, una caduta alquanto gagliarda danneggiar potrebbe la superficie inferiore dell’Isola; la quale, tutto che consiste, come già il dissi, in un sol Diamante di dugento verghe di grossezza, potrebbe frangersi per un urto troppo violento, oppur fendersi in accostandosi troppo a’fuochi accesi nelle abitazioni della Città; come allo spesso cio avviene alle lastre di ferro, o di pietra ne’nostri Focolari. A maraviglia, di tutto cio n’è informato il Popolo; ed ha egli l’abilità di portar precisasmente la sua ostinazione al punto ove bisogna, quando si tratti della propia libertà, o de’propj Beni. E il Re, allor quando è più sdegnato, è più risoluto di rovesciare sossopra la Città, commanda che adagio adagio facciasi scender l’Isola, col pretesto della somma tenerezza di lui inverso il suo Popolo: ma in sostanza, per timore di spezzare la superficie del Diamante: nel qual caso son persuasi tutti que’Filosofi, che la calamita a sostenerla più non varrebbe.

Per una Legge fondamentale di quel Regno, nè al Re, nè a veruno de’suoi Primogeniti, non è permesso di distaccarsi dall’Isola: Quanto alla Regina, non l’è proibito, purchè ella non sia più in istato d’aver figliuoli.

CAPITOLO IV.[a/][a/]

L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibardi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del sue Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esso lui.

TUtto che non avessi un giusto motivo di lagnarmi della maniera con cui io era trattato in quell’Isola; un po troppo, non ostante, io vi era trascurato: ed era la trascuranza alquanto disprezzante: mercè che nè il Principe, nè chi che fosse de’Suggetti di lui, non avea la menoma curiosità per veruna Scienza, eccettuatene le Matematiche, e la Musica, che in confronto di loro molto poco io intendeva: dal che provenivane che molto poco pure a me si badasse.

Da un’altra parte, avendo io vedute tutte le rarità dell’Isola, mi moriva di voglia d’abbandonarla, non potendo più soffrire a patto veruno la compagnia di quel Popolo. Ma vero è ch’è lui eccellente in due Scienze che in ogni tempo furono molto da me apprezzate, ed in cui, ardisco di dirlo, io non sono onninamente ignorante; ma in ricompensa, stava egli di continuo sì forte profondato nelle sue specolazioni, ch’è impossibile di ritrovar uomini di un commerzio più disaggradevole. Io non frequentava che Donne, che Mercatanti, che Destatori, e che Paggj di Corte per gli due mesi del mio soggiorno colà; cosa, che alla fine in un generale dispregio gettommi. Ma che farvi? Eran costoro l’uniche persone, ond’io potea ricevere una risposta ragionevole.