A forza d’applicazione, mi era molto avanzato nella conoscenza della loro favella: mi trovava lasso d’essere confinato in un’Isola ove io faceva una sì sciocca figura; ed era risoluto a tutto costo con prima opportunità di lasciarla.
Aveavi alla Corte un Gran Signore parente assai stretto del Re, e rispettato per questa sola ragione. Fra coloro ei passava pel personaggio il più stupido, e il più ignorante di tutto il Regno. Molte volte renduti aveva segnalati servigj alla Corona, e possedeva qualità egregie di cuore e di spirito; ma in riguardo alla Musica, egli avea un’orecchia così cattiva, che i suoi nemici, d’aver allo spesso battuta a falso la misura, accusavanlo. Creder non si potrebbono gli stenti sofferti da’Precettori di lui in dimostrargli una sola proposizione di Geometria, ed anche delle più facili. Diedemi molti contrassegni di benevolenza, sovente mi onorò di sue visite, e mi pregò d’instruirlo degli Affari dell’Europa, e altresì delle Leggi, delle Costumanze, e delle Scienze del bell’uso ne’differenti Paesi, ove viaggiato io avea. Mi ascoltò con estrema applicazione, ed eccellentemente riflettè su tutto ciò che gli dissi. Il posto da lui tenuto in Corte, l’obbligava ad avere due Svegliatori a sue spese; ma non se ne serviva mai se non in presenza del Re, o in alcune visite di cerimonia, e gli faceva sempre uscire, quando soli insieme ci trovavamo.
Pregai questo Signore d’intercedere a favor mio dal Re la permissione d’andarmene: ei ricevè l’impegno della commissione, comechè contra genio, a quel che meco con bontà se ne spiegò, poichè statemi da lui avanzate molte vantaggiose proposizioni, io, con mille proteste d’un eterno riconoscimento, le ricusai.
Nel decimo sesto di Febbrajo presi congedo da Sua Maestà, e da tutta la sua Corte. Fecemi un regalo il Re pel valore di dugento Ghinee; e il mio Protettore, di lui parente, un più ragguardevole ancora, aggiugnendovi una lettera di raccomandazione per un Amico ch’egli avea in Lagado, la Capitale. Stando allora situata l’Isola al di sopra d’una Montagna in distanza di sole due miglia da questa Città, ne fui calato dalla Loggia più inferiore, nella guisa stessa con la quale io avea salito.
La Terra Ferma, per quanto dilatasi il Dominio del Monarca dell’Isola Fluttuante, porta il nome generale di Balnibarbi, e la Capitale, come già il dichiarai, si appella Lagado. Non fu mediocre la mia consolazione di ritrovarmi sul Continente. Essendo io abbigliato come un Naturale del Paese, e sapendo abbastanza il linguaggio per farmi intendere, spasseggiai senza timore di sorta per la Città. Fummi facile di rintracciare l’abitazione di quegli a cui io era raccomandato, e la lettera del suo Amico gli presentai. Non può darsi ricevimento più obbligante del praticatomi da quel Signore, il qual chiamavasi Munodi: ei mi assegno un Appartamento in sua casa, ove restai per tutto il tempo del mio soggiorno a Lagado.
Il giorno dietro del mio arrivo, ei mi prese nel suo Cocchio per veder la Città, la qual è grande poco più, poco meno per la metà di Londra; ma i suoi edifizj sono mal costrutti, e cadono, quasi tutti in ruina.
E affrettato il Popolo in camminando per le strade, egli ha un portamento distratto, ed è quasi tutta cenciosa la sua vestitura. Noi passammo per una delle porte della Città, e per tre miglia c’innoltrammo nel Distretto, ove vidi molti Campajuoli che con diverse sorte di strumenti la terra smuovevano, ma indovinar mai non seppi il loro disegno; nè in luogo veruno, o frumento, od erba non ravvisai, tutto che il Territorio apparisse eccellente. Ciò che testè veduto io avea in Città, e ciò che sul fatto stesso io vedeva in Campagna, rendemmi ardito per chiedere al mio Conducitore la spegazione di quel, che il prodigioso numerò di teste, e di mani occupate, tanto nelle strade che ne’Campi, significar volea; imperciocchè non poteva io figurarmi che qualche cosa risultar ne dovesse; ma che, pel contrario, in alcun tempo non mi era caduto sotto l’occhio un Territorio più mal coltivato, Case sì pessimamente fabbricate, o un Popolo, la cui aria, e il cui vestimento esprimessero una più profonda miseria. Era Munodi un Signore del primo carattere, ed era stato per molti anni Governatore di Lagado; ma un imbroglio de’Ministri tolsegli quel Governo. Con tutto ciò con molta bontà il trattava sempre il Rè, come un suddito assai ben intenzionato, ma di pochissimi talenti.
Fatta che gli ebbi la censura del Paese e degli Abitanti, ei non mi rispose nulla; dissemi solo che la brieve mia dimora non poteva per anche mettermi in istato di formarne qualche giudizio, e che ogni Nazione del Mondo ha i suoi peculiari costumi; con alcuni altri comuni luoghi del genere medesimo. Ma ritornati che fummo al Palagio di lui, mi dimandò cio che sembravami di quell’Edifizio, quai difetti vi avessi osservati, e qual fosse il mio pensiere sopra il portamento e la vestitura de’suoi domestici? In farmi somiglianti quistioni, ei non correva gran risico; con ciò sia che tutto ciò che si rinveniva in una sua Casa, passar potea per cosa assai regolare, e dell’ultima magnificenza. Gli replicai, che la saggezza, la qualita e le ricchezze di sua Eccellenza, aveanla messa al coperto da’difetti che la follia, e la meschinita prodotti aveano negli altri. Si espresse egli, che se io gradiva d’accompagnarlo alla sua Casa di Campagna, che per venti miglia era discosta dalla Capitale, ed ove stavano situate le Tenute di lui, avuto avremmo il piacere di disputar a nostr’agio su quest’argomento. Fu la mia risposta che io dipendeva interamente da’cenni suoi; cosicchè non fu differito che al dì seguente il nostro picciolo viaggio.
Nel frattempo del nostro cammino, egli osservar mi fece i metodi differenti, onde per render colte ed ubertose le loro terre, servonsi i Fattori di Campagna: Metodi, che mi parvero assolutamente incomprensibili; poichè, toltine alcuni luoghi in picciolissimo numero, cannello di biada di sorta non vidi in qualunque parte, e neppure il menomo filo d’erba. Ma tre ore dopo, più così non passò la faccenda: ci trovammo in un Paese il più bello del Mondo. Ben fabbricati Edifizj di Castalderie, in corta distanza gli uni dagli altri, regnavanvi. I Campi cinti di siepi, contenevano de’vigneti, de’seminati, o delle praterie. Non mi ricordava d’aver mai veduta cosa più deliziosa. Notò bene l’Eccellenza Sua la giocondità che dipignevasi sulla mia faccia, e dissemi sorridendo, che quivi cominciavano i suoi Poderi, e che sempre vi avremmo camminato sopra, finchè alla sua abitazione pervenuti fossimo: Che le Genti del Paese lo spacciavano per uno sciocco, e il dispreggiavano, perchè egli non badasse con più attenzione a’propj affari, e recasse a tutto il Regno un esempio sì pernizioso, il qual tuttavia era seguito da picciol numero di persone.
Arrivammo finalmente alla Casa, ch’era un superbo Edifizio, costrutto secondo le migliori regole dell’antica Architettura: Fontane, Giardini, Passeggj, Viali, Grotte, tutto era fatto e disposto con discernimento, e con gusto. Io lodava qualunque cosa, senza che Sua Eccellenza mostrasse d’avvedersene; ma dopo cena, restati soli che fummo, con uno stile di maninconia ei mi disse, che trovavasi in una grande apprensione, dubitando d’essere costretto di gettar a basso tutte le sue Case di Campagna, e di Città, per rifabbricarle alla nuova moda: di distruggere tutte le sue piante, per formarne dell’altre nella figura prescritta dall’uso corrente, e d’ingiugnere gli ordini medesimi a tutti i suoi Fattori: che senza questo egli si esporrebbe alle imposture d’orgoglio, di spirito, di singolarità, d’affettazione, d’ignoranza, e di capriccio, ed eccitarebbe forse contra di se lo sdegno, e la disgrazia di Sua Maestà.