Aggiunse; che svanirebbe ben presto la mia maraviglia, quando informato fossi d’alcuna particolarità, che, secondo tutte le apparenze, io non aveva apprese alla Corte, essendo colà gli uomini troppo ingombri dalle propie loro speculazioni, per doversi prender cura di quanto quì abbasso si pratica.
Sono quarant’anni, o circa, ei mi disse, che taluni, o per piacere, o per affari, il viaggi di Laputa impresero; e dopo d’esservi soggiornati per cinque mesi, furono di ritorno con una leggerissima tintura delle Matematiche, ma ricolmi di spiriti volatili, in quell’aerea Regione conceputi: Che cominciarono costoro dal biasimare ogni cosa senza eccezione veruna, e che il disegno di mettere l’Arti, le Scienze, la Favella, e le Meccaniche sopra un nuovo piede, formarono: Che a tal effetto, fecero in modo che ottennero un Diploma per l’erezione in Lagado d’un’Accademia di Manipolatori di progetti, e che spezie tale di malattia fu sì contagiosa, che ben presto non vi ebbe neppur una sola Città del Regno, anche delle men ragguardevoli, che non avesse la sua Accademia particolare: Che ne’Collegj di questa fatta, inventano i Professori nuovi metodi di coltivar le terre, e di fabbricar le Case; ed altresì nuovi strumenti per tutti i mestieri, e per le manifatture: Strumenti sì stupendi, che in servendosene un sol uomo, è capace di far l’opera di dieci, e un Palazzo può esser fabbricato in una settimana con materiali sì durevoli, che non vi abbisogni la menoma riparazione mai più: Che studian eglino eziandio le maniere perchè in qualunque stagione maturino tutte le frutte della terra, e perchè ingrossino cento volte più che al presente: Che vi ha, non ostante, una sola inconvenienza, che niun di questi progetti trovasi per anche ridotto a perfezione, e che nel frattempo, il Paese se la passa in una deplorabile costituzione, che gli edifizj ruinano, e che il Popolo muore di fame, e non ha con che ricoprirsi. Il che, anzi che disanimargli, vie più rinvigorisce in loro il furore de’progetti: Che quanto a lui, che non era uno spirito intraprendente; stavasene; egli pago di calcare il cammin battuto, di soggiornar nelle Case state costrutte da’suoi Antenati, e di niente innovare nella maggior parte delle cose della vita: Che certi qualificati Signori, ed alcuni altri di minor carattere aveano i sentimenti medesimi, ma ch’erano vilipesi, e trattati come tanti ignoranti, e pessimi Cittadini, che all’universal vantaggio la propia particolar comodità preferivano.
Aggiunse Monodi; ch’egli introducendosi in una più distinta specificazione, scemarmi non volea il piacere che avrei risentito nel visitare la loro grande Accademia, come Consigliavami di fare. Mi pregò solamente di gettar lo sguardo sopra un disolato edifizio, che in distanza di tre miglia da noi scoprivasi sulla declività d’un monte, di cui eccone la precisa storia. Io avea, ripigliò egli, a una mezza lega dalla mia abitazione un Mulino assai buono, il qual col benefizio d’una grossa Riviera continuamente girava, e donde io traevane, e i miei Fattori altresì, quel miglior uso che desiderar potevamo. Sono sett’anni, o circa, che una Società di questi Manipolatori di proggetti venne a propormi di distruggere questo Mulino, e di costruirne un altro sul fianco di questo Monte; sulla sommità di cui, dicevan coloro, conveniva far un canale, che fosse una foggia di Serbatojo; nel quale, pel mezzo di molti cannoni si sarebbe fatta scorrere l’acqua, e quindi se ne sarebbe somministrata al Mulino: mercè che il vento, e l’aria imprimevano nell’acqua, quand’ella si trova sopra una eminenza, un nuovo grado d’agitamento, e per questa stessa ragione, più idonea al moto la rendono; ed eziandio, perchè discendendo l’acqua in maggior declività, potea più facilmente far girare il Mulino, che nol farebbe un fiume, il quale scorre con maggior livello. E come allora, continuò Monodi, io non mi trovava troppo bene in Corte, e che d’altra parte molti miei Amici mi stimolavano, soscrissi al progetto: Ma dopo di aver per lo spazio di due anni fatto travagliare un centinajo d’uomini se ne ristette l’opera, e i Manipolatori di progetti si ritirarono, ribattendo sopra di me il mal successo, e scongiurando tutti i possessori di Mulini ad acqua sopra le Riviere, di farne fabbricare sopra qualche monte, per convincermi coll’esperienza del torto che io mi faceva.
Pochi giorni doppo fummo di ritorno alla Città, e riflettendo Sua Eccellenza di non trovarsi ella in troppo buon odore presso l’Accademia, non volle andarvi in mia compagnia, ma ad uno de’suoi Amici mi raccomandò. Dipinsemi a quest’Amico come un grande ammiratore di progetti, straordinariamente curioso, e di buona fede; il che tuttavia era alquanto vero, avendo io medesimo in qualche tempo fatti de’progetti assai ridicoli.
CAPITOLO V.
L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori.
NON è quest’Accademia un solo Edifizio, bensì una serie di molte Case d’ambo i lati d’una strada, la qual divenuta disabitata, in domicilo degli Accademici destinossi.
Fecemi il Rettore un graziosissimo accoglimento. Ciascuna stanza conteneva uno o più Manipolatori di progetti, e ben credo che vi fossero da cinquecento stanze in tutto.
Il primo uomo, in cui mi abbattei, era smunto e squallido, avea la faccia, e le mani tutte fuliggine, i capelli rabbuffati, la barba lunga, ed era per sopra più tutto lacero. I suoi vestiti, la sua camiscia, e la sua pelle, erano precisamente del colore medesimo. Otto anni consumati avea nel preparar de’cocomeri per attraerne i raggj Solari, che disegnava di riporre in vasi ermeticamente suggellati, affin di valersene a riscaldare l’aria nelle Stati poco favorevoli. Dissemi, ch’ei punto non dubitava, nel termine d’anni otto di non trovarsi in istato di somministrare una ragionevole quantità di questi raggj al Giardino del Governatore; ma lagnavasi dell’estrema mediocrità del suo stipendio, e mi pregò di dargli qualche picciola cosa per incoraggirlo nel suo lavoro, e per compensarlo alquanto dell’eccessivo caro prezzo, onde l’anno precedente erano stati i cocomeri. Gli feci un picciolo presente; avvegnachè il Signore che mi albergava, provveduto aveami a tal oggetto di qualche danajo, ben sapendo ch’era lor costume di chiedere onestamente la limosina, a tutti que’che andavano a visitargli.
Entrai in un’altra stanza; ma fui sul punto di tornarmene immediate addietro, a cagione del puzzo orribile che mi diede nelle narici, nell’atto di porvi il piede. Sospinsemi avanti il mio Conducitore, e mi accennò di non dare il menomo indizio d’aversione, o di nausea, perchè avrebbesi ricevuto per un’offesa mortale. Il credei, e violentai la mia pulitezza perfino a non otturarmi neppur il naso. Era il più vecchio Studente dell’Accademia colui che in quella cella abitava. Tutte impeciate di lordure erano le mani e le vestimenta di lui. Presentato che me gli ebbi, fu ad abbracciarmi con ogni sorta di tenerezza; civiltà, da cui l’avrei dispensato ben volentieri. Dal primo istante del suo aggregamento all’Accademia, si era gli applicato a rimettere nel loro stato primitivo gli escrementi umani, separandone quella spezie di tintura che vi è influita dalla bile, facendone svaporare l’odore, e il salivale togliendone. Pagavagli ogni settimana la Società una sorta di diritto, consistente in un vase riempiuto di umane fecce, perchè gli esperimenti suoi egli proseguire potesse.