Costoro, non contraggono mai maritaggi che con persone di loro Tribù, e il più Anziano di loro razza, è il loro Principe, o il loro Governatore. Allogia questo Principe in un Palagio magnifico, dietro di cui vi è un Parco tre mila Campi d’estensione, e cinto d’un muro di pietre dure, di venti piedi di altezza. Molti Chiusi differenti per biade, per erbaggj, o per mandre, contiene questo Parco.

Da Domestici molto straordinarj e servito il Governatore con la sua Famiglia. Per la sua esperienza nella Magia, egli ha il potere di richiamare alla vita tutti que’che vuole, e il diritto altresì di Dominio sovra d’essi per lo spazio d’ore venti e quattro, ma non già per più lungo tempo: e di più, non gli è permesso di scongiurar due volte di seguito una persona medesima, se non si frapponga un interstizio di tre mesi, o pure ch’ei vi sia costretto da qualche importantissima ragione.

Messo piede a terra, il che seguì verso le undeci della mattina, uno degli amici che mi accompagnavano, avviossi alla visita del Governatore, e gli dimandò se uno straniere potea aver l’onore d’inchinare l’Altezza Sua? Accordogli immediate il Principe la richiesta: e noi, tutti, e tre, entrammo nel Palagio fra due file di Guardie armate all’antica, e che nella loro fisonomia spiravano un non so che, che tremar mi faceva. Passammo poscia a molti Appartamenti pel mezzo di Domestici tali, che alle Guardie non male rassomigliavano, e che, com’esse, erano disposti in ala d’ambe le parti, finchè pervenuti fossimo alla Sala di fronte; ove, dopo tre profonde riverenze, ed alcune generali quistioni, ci fu permesso l’adagiarci su tre sedili, accosto del più basso gradino del Trono di sua Altezza. Possedeva quel Principe la favella di Balnibarbi, non ostante che diversa fosse da quelle che si parlano nell’Isola di lui. Mi pregò raccontargli una parte de’miei Viaggi, e per farmi comprendere che trattarmi voleva senza complimenti, licenziò il suo corteggio con un solo muovimento di testa; che appenna fatto, con orrido mio stordimento svanirono tutti i Cortigiani in aria, nella guisa che dispajono gli oggetti da noi veduti in sogno, quando all’improviso ci risvegliamo. Me ne ristetti qualche tempo innanzi di rimettermi dal terrore: me come il Governatore mi assicurò che non aveavi nulla a temere; e che d’altra parte io osservava che i miei due compagni manifestavano intrepidezza, (il che succedeva perchè non riusciva lor nuovo un somigliante spettacolo,) cominciai a incoraggirmi, e feci a Sua Altezza una compendiata Storia delle diverse mie Avventure, non senza tuttavia incantarmi qualche volta; e non senza, di tempo in tempo, gettar gli sguardi sopra i luoghi testè lasciati voti da que’domestici Fantasmi.

Ebbi l’onore di pranzar col Principe, e summo serviti in tavola da certe larve differenti da quelle che io già vedute avea. Riflettei che la mia paura d’allora era assai inferiore a quella della mattina.

Quivi consumammo tutta la giornata, ma dovetti supplicar il Governatore di compiacersi scusarmi, se io non accettava l’offerta sua perchè allogiassi nel suo Palaggio. I miei due Amici ed io fummo a dormire in Città, e di poi ritornammo presso il Principe, per ubbidire a’suoi obbligantissimi cenni.

In questo modo ce la passammo in quell’Isola per dieci dì, conversando in Corte la maggior parte del giorno, e standocene la notte nella nostra abitazione. Mi rendei ben presto talmente familiare cogli Spiriti, che io più non gli temeva; o se restavami qualche impressione di terrore, la curiosità me ne toglieva in un tratto il sentimento. Un giorno mi ordinò Sua Altezza di scongiurare tal morto che più volessi di tutti quegli, che secondo la Legge erano passati all’altra vita dal principio del Mondo perfino al momento ch’ella mi parlava; e di comandar loro di rispondere alle mie quistioni; a condizione però che le quistioni stesse non verserebbero che sopra cose accadute al loro tempo: Che per altro, io certo esser poteva, ch’essi non mi direbbono nulla che non fosse vero, non essendo l’Arte del mentire di verun uso nell’altro Mondo.

Umilissimamente ringraziai Sua Altezza per una grazia sì segnalata. Ci trovavamo in una Camera risguardante il Parco; e e come primo mio desiderio fu di veder qualche cosa di pomposo e di magnifico, mi prese la voglia d’ammirare Alessandro il Grande alla testa del suo Esercito, immediate dopo la battaglia d’Arbela. Pronunziate, ebbe appena il Governatore alcune parole, che ravvisammo quel Conquistatore sotto la finestra ove noi eravamo, alquanto più discoste le sue Falangi. Fu ingiunto ad Alessandro di rendersi nel nostro Appartamento: per vero dire, il suo Greco io non capì bene. Ei mi giurò sul suo onore che non era stato avvelenato; bensì ch’era morto di febbre ardente, che gli eccessivi disordini del vino cagionata gli aveano.

Dopo lui comparve Annibale passando l’Alpi, il qual mi protestò che nel suo campo non si trovava neppure una goccia sola d’aceto.

Vidi Cesare e Pompeo alla fronte delle loro Legioni, tutti lesti per venir alle mani. Bramai che il Senato di Roma mi si affacciasse in una gran Sala, e un’Assemblea un poco più moderna in opposto in un’altra. Parvemi la prima di queste Adunanze, composta di soli Eroi o Semidei; laddove l’altra non assomigliava che a una Truppa di Miserabili, di Banditi e di Sgherri. A mia instanza fece cenno il Principe a Cesare ed a Bruto d’accostarsi a me. Inspirommi la vista di Bruto una profonda venerazione; e veramente non vi volle un grande stento per riconoscere in lui la più consumata virtù, una fermezza di spirito, un cuore intrepido eccedente qualunque esegerazione, e un Amore il più efficace per la sua Patria. Con sensibile mio piacere osservai che que’due grand’uomini davan segni di scambievole buon’amicizia; e Cesare, nobilmente ingenuo, confessò che la gloria di Bruto per averlo ucciso, superava quella ch’egli Cesare si aveva acquistata per tutto il corso della sua vita. Godei dell’onore d’una lunga conversazione con Bruto medesimo; e mi fu detto che Giunio, Socrate, Epaminonda, Catone il Giovane, Tommaso Moro e lui erano sempre insieme: Sextumvirato, a cui tutte l’Età del Mondo aggiugnere un settimo non saprebbono.

Non vi ha dubbio che si annojerebbe il mio Leggitore se gli rapportassi i nomi di tutti coloro, che la brama, per dir così, di veder il mondo in tutti i punti di sua durazione, fece che io scongiurassi. Soprattutto mi appigliai a considerare i Distruggitori de’Tiranni e degli Usurpatori, e quegli altresì che rimesse aveano delle Nazioni nella lor libertà. Spettacoli di questa fatta una gioja sì sensibile in me producevano, che il volerla esprimere sarebbe lo stesso che tentar l’Impossibile.