Gli udì più fiate pronunziare la parola Yahoo; e comechè mi riuscisse impossibile d’indovinare ciò ch’ella significasse, pruovai, non ostante, in tempo che que’Signori se ne stavano in trattenimento, di profferirla ancor io. Subito che mi avvidi ch’essi tacevano, dissi ad alta voce Yahoo, imitando nel tempo stesso al possibile il nitrito d’un Cavallo; dal che non restarono ambidui mediocremente sorpresi; e il Leardo ripetè tre volte il vocabolo medesimo, come se avesse voluto instruirmi del vero accento; nel che lo imitai alla meglio, e trovai che ciascuna volta io pronunziava men male, non ostante che tuttavia fossi molto lontano dal punto di perfezione. Il Bajo scuro poscia saggiò la mia capacità a riguardo d’un secondo termine, la cui pronunziazione era molto disagevole; voglio dire quegli di Houyhnhnm. Non ci riuscì sì bene in questo come nell’altro; ma dopo due o tre esperimenti, la faccenda andò meglio, e i miei due Maestri parvero estremamente stupiti dell’abilità del loro Discepolo.

Dopo alcuni altri discorsi, che per quanto ne conghietturai risguardavano me, i due Amici presero congedo un dall’altro: il Leardo fecimi segno che io camminassi innanzi a lui: nel che giudicai a proposito d’ubbidirgli, finchè una miglior guida trovata avessi. Quand’io andava troppo lentamente, ei mi gridava Huhuum. Huhuum. Indovinai il suo pensiero, e gli diedi ad intendere che io era stanco, e che possibile non mi riusciva di progredire: egli ebbe la bontà d’arrestarsi alquanto, perchè avessi l’agio di riposarmi.

CAPITOLO II.

Un Huyhnhnm guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Hoyhnhnms. E’l’Autore provveduto d’alimenti doppo d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese.

TRE miglia in circa fatte avevamo, allorchè pervennimo ad una lunga fabbrica di legname, il cui tetto era basso e coperto di paglia. Cominciai quell’instante ad incoraggiarmi, e trassi dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, che per ordinario i Viaggiatori an sempre con esso loro, per farne a poche spese regali magnifici agl’Indiani dell’America. Trassi, dissi, dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, con la speranza di conciliarmi, per tal mezzo, l’affetto degli Abitatori di quella Casa. Che io entrassi il primo fecimi segno il Cavallo. L’eseguj, e mi trovai in un’assai propia stalla, ove non mancava nè rastrello, nè greppia. Vi stavano tre Cavalli, e due Giumenti che non mangiavano, ma taluno di essi se la passava sedendo su’suoi garetti; il che recommi un’estrema maraviglia, e questa si rinforzò, quando vidi gli altri impegnati nell’esercizio stesso, che da’nostri Palafrenieri è praticato nelle nostre stalle. Un somigliante spettacolo mi rassodò nel primo pensiero, che un Popolo capace di render colti fin a un tal segno de’bruti, non potea non essere il più saggio, e il più abile Popolo della Terra. Il Leardo ruotato entrò allora, e prevenne qualche mal termine che avrebbono potuto farmi gli altri: Anitrì loro in diversi tempi con un tuono d’autorità, e sempre n’ebbe le dovute risposte.

Al di sopra di quella foggia d’Apartamento ove noi eravamo, aveavene altresì tre altri in un solo piano, a cui tre porte, l’une rimpetto all’altre, davan l’ingresso. Pel secondo Appartamento ci rendemmo alla porta del terzo, dove entrò solo il Caval Leardo, facendomi segno di quivi attenderlo. Ubbidj, e in aspettando, alestj i presenti pel padrone, e per la padrona della Casa. Consistevano questi presenti in due coltelli, in tre manigli di perle false, in un picciolo cannocchiale, e in un vezzo di vetro. Tre o quattro volte il Cavallo annitrì; ed io mi figurava d’intendere cadauna risposta pronunziata con voce umana; ma un nitrito altresì articolato, tutto che più sottile del suo, fu tutta la risposta ch’egli ebbe. Passavami per la mente che quell’abitazione appartenesse a qualche persona del primario carattere, giacchè vi voleano tante cerimonie per esservi ammesso: parendomi totalmente incredibile che un uomo di qualità da soli Cavalli servito fosse.

Temei per un instante che i miei infortunj, e i miei patimenti non mi avessero offuscato il cervello: guardai d’intorno a me nella stanza ove io era stato lasciato solo, e la trovai come la prima, tutto che d’alquanto maggior propietà. Stroppicciami gli occhj molte volte; ma costantemente furono essi colpiti dagli oggetti medesimi. Le braccia e le coste mi bezzicai per isvegliarmi, con la lusinga che fosse un sogno tutto ciò che io vedeva; dopo di che fui costretto d’attribuire ogni cosa alla Magia. Ma nel forte di somiglianti mie riflessioni interrotto fui dall’arrivo del Leardo, che mi accennò di seguirlo nel terzo Appartamento; ove vidi una gentilissima Cavalla con due puledri, tutti e tre assisi sopra stuoje di paglia assai ben lavorate, e dell’ultimo buon gusto.

Immediate che la Cavalla mia ravvisò levossi dalla sua stuoja, si mise accosto di me, e dal capo a’piedi disaminommi; esame, che terminò con una disprezzante occhiata, e rivoltasi poscia verso il Cavallo, intesi che sovente ripetevano entrambi il termine di Yahoo; termine, onde per anche io non ne comprendeva il significato, non ostante che fosse il primo che a pronunziare io appreso avessi; ma troppo non tardai a ben capirne il senso, avend’io pagata una tal cognizione con la più crudele di tutte le mortificazioni: Mercè che il Cavallo, facendomi cenno con la sua testa, e replicando il vocabolo Hhuum, Hhuum, nella guisa stessa che praticato avea in sul cammino; il che volea dire (come già lo spiegai) che seguirlo io dovessi; in una spezie di Corte, ove aveavi un’altra fabbrica in qualche distanza della Casa, mi condusse. In quella fabbrica dunque entrammo; e vi vidi tre di quelle detestabili Creature da me immediatamente riscontrate dopo il mio arrivo nel Paese, che si pascevano di radici, e della carne di alcuni Animali, che dappoi seppi ch’erano stati Asini, Cani, e Vacche morti di malattie. Con forti funi eran elleno legate tutte pel collo ad una trave, tenendo il lor mangiare fra l’ungie delle zampe d’innanzi.

Il Padron Cavallo commandò ad uno de’suoi domestici, ch’era un Cavallo sauro, disciogliere la più grande di quelle bestie, e di condurla nel cortile di dietro. Vi fui condotto ancor io, e ciò col disegno di paragonarci insieme: il che il Padrone ed il servidore effettuarono con molta esattezza, ripetendo ambidui molte volte la parola Yahoo. Non saprei esprimere l’orrore e lo spavento che presemi, quando mi avvidi che l’abbominevole mostro aveva sembiante umano. Per vero dire, era più largo il suo ceffo, più schiacciato il naso, le labbra più grosse, e più fessa la bocca, che non l’anno d’ordinario gli Europei: ma cotale difformità scorgonsi nella maggior parte delle Selvagge Nazioni. I piedi d’avanti del Yahoo in nulla differivano dalle mie mani, se eccettuinsi l’unghie ch’erano più lunghe: come più irsuti, e più bruni erano gli piedi stessi. Aveavi la conformità medesima, e la medesima differenza fra’nostri piedi: ma i Cavalli non se ne accorsero, perchè i miei dalle scarpe e dalle calze erano ricoperti.

La sola difficoltà che i due Cavalli tenea sospesi era, il vedere che il restante mio corpo non rassomigliasse per nulla affatto quello d’un Yahoo: disuguaglianza, onde io aveane la totale obbligazione a’miei vestiti, che per coloro riuscivano una cosa interamente nuova. Offrimmi il Sauro una radice, ch’ei teneva fra l’unghia del suo piede, e il suo pasturale: Io la presi: ma gustata avendola, con la più possibile civil maniera gliela rendei. Trasse egli dal canile del Yahoo un non so qual cibo che puzzava sì forte, che io girai la testa, facendo alquante sdegnose e nauseate morfie; il che appena egli osservò, che al Yahoo gettò il cibo, e fu questi con avidezza divorato da lui. Mi mostrò poscia un monticello di fieno, e un quartiere di biada; ma il capo crollai, manifestando che nè l’una, nè l’altra cosa servir mi potevano di nutritura. E per dirla schiettamente, cominciai allora a temere di morirmi di fame, se in alcuno della mia spezie non mi fossi abbattuto; Essendo che, per quello spetta a que’sozzi Yahoos, confessar deggio, che non ostante la cordial tenerezza che io professava allora alla Natura umana, non mi venne mai fatto di vedere un Essere, che per tutte le ragioni più mi disgustasse. Cosa più singolare si è, che tutto che ci avvezziamo a qualunque sorta d’animali, i soli Yahoos mi son paruti sempre più abbominevoli, a misura che più gli ho conosciuti. Il Padron Cavallo raffigurò abbastanza sulla mia faccia l’aversione che io aveva per quelle bestie; e per obbligarmi, rinviò il Yahoo nel suo canile. Dopo ciò: avvicinò alla sua bocca l’ungia del suo piede d’innanzi: dal che non ne restai mediocremente sorpreso, comechè il facesse in un modo assai agevole, e con un muovimento che mi sembrò perfettamente naturale. A questo primo segno ei ne aggiunse degli altri, affin di pregarmi di dargli a conoscere ciò che volentieri mangiato avrei; ma di fargli una risposta ch’ei potesse comprendere, totalmente impossibile mi riuscì. Standocene amendui in un tal imbroglio, passò una Vacca accosto accosto di noi. Io l’accennai col dito, e mostrai la voglia che io avea di mugnerla. Intesemi il Padron Cavallo; piochè ordinò ad una Cavalla, la qual era una delle fantesche dell’abitazione, di diserrar una stanza, ove aveavi molti vasi di terra, e di legno riempiuti di latte. Me ne offrii ella un buon boccaluzzo pieno, che in un solo fiato, e con un piacere indicibile, tracannai.