Verso il mezzo giorno, vidi sopraggiugnere alla nostra Casa una spezie di Vettura tirata da quattro Yahoos. Adagiavasi in questa Vettura un Vecchio Cavallo, che avea la portatura d’un non so che di qualificato. Nello scendere, mise prima a terra i suoi piedi di dietro, avendo qualche impedimento nel suo piede sinistro d’avanti. Veniva egli a pranzo col nostro Cavallo, che il ricevette con sonore rimostranze d’amicizia. Mangiarono essi nel più bello Appartamento, e di vena bollita nel latte fu il secondo loro servito. Erano le lor mangiatoje situate in circolo nel mezzo della Stanza, e divise in compartimenti eguali; davante a cui eran eglino tutti assisi, avendo ciascheduno un fastello di paglia che serviva gli di sedile, o di tappetto. Nella guisa stessa delle mangiatoje era diviso il rastrello, dal che provenivane che cadaun Cavallo, e cadaun Giumento mangiava il peculiare suo fieno, e la sua composizione di vena e di latte, con molta decenza, e con molta regolarità. Mi ordinò il Caval Leardo di starmene accanto di lui; e per molto tempo quistionò sul mio proposito col suo Amico, per quanto conghietturar ne potei delle frequenti occhiate onde mi onorava il Forestiere, e della sollecita repetizione della parola Yahoo.
Terminato il pranzo, il Padron Cavallo presemi in disparte; ed ora co’cenni, ed ora colle parole, chiaramente mi palesò la prima inquietudine, perchè io non avessi di mangiare. In loro lingua, Hlunnk significa vena. Due o tre fiate io pronunziai questo termine; imperocchè, non ostante che da principio non ne avessi voluto dopo una matura riflessione trovai che potea farne una spezie di pane; il qual rimescolato col latte, valuto mi avrebbe di nutrimento, finchè cogliessi l’opportunità di salvarmi in qualche Paese abitato da Uomini. Sul fatto stesso ordinò il Cavallo a una Giumenta bianca di recarmi in una sorta di tinozza una buona porzione di vena. Riscaldai al fuoco, il meglio che potei, questa vena, e ne strofinai le grana finattanto che la scorza, che procurai poscia di separarne, tolta ne fu: e susseguentemente la schiazziai fra due pietre; dal che formossene una spezie di pasta, che frammescolata coll’aqua, ed indi sectata al fuoco, mi tenne luogo di pane. A prima giunta mi parve insipido questo pane, tutto che in Europa sienvi molti Paesi, ove se ne mangia di somigliante. Ma poco a poco mi ci costumai; oltrechè, come non era questi il primo mio saggio di frugalità, non fu neppure il primo esperimento, onde mi rendei convinto che di poco la Natura si appaga. Ed è cosa assai notabile, che in tutto il tempo del mio soggiorno in quell’Isola, si mantenesse perfettissima, senza la menoma interruzione, la mia sanità. Veramente, procurai talvolta d’andar in busca di qualche Coniglio, o di prendere al laccio, fatto di crini di Yahoos, qualche uccello; e allo spesso rintracciai dell’erbe medicinali, che io facea bollire o che mangiava in insalata; e di tempo in tempo composi un poco di butiro, di cui poscia il siero io ne bevea. I primi giorni del mio arrivo mi sapeva male l’insipidezza, ma insensibilmente io mi avvezzai; osando di dire che l’uso frequente che noi ne facciamo ne’nostri pasti, è una corruttela del gusto, il qual dee la sua origine alla qualità che ha il sale di provocar al bere quegli medesimi che, senza questo, troppo berebbero; essendo che, non veggiamo, se eccettuisi l’Uomo, animale veruno che ne rimescoli ne’suoi alimenti: E per quanto tocca a me: lasciata ch’ebbi quelle Regione, vi volle un tempo assai considerabile, prima che potessi riaccostumarmivi.
Ma eccone abbastanza sull’articolo della mia nutritura: articolo, su cui con ispecifica diffusione trattano quasi tutti gli Viaggiatori: come se chi gli legge fossevi personalmente interessato. Con tutto ciò: gli era necessità che parola ne facessi, per timore che non si pensasse, ch’era impossibile che per lo spazio di tre anni, in un tal Paese, e fra cotali Abitatori, alimenti trovar potessi.
Arrivata la sera, il Padron Cavallo ordinò il luogo del mio dormire. Una picciola stalletta fu la mia stanza, lontana per sei verghe dalla Casa, e disgiunta dal Canile degli Yahoos. Quivi mi corcai sopra un poco di paglia, con cui io avuta avea l’attenzione di formarmene una maniera di letto. Mi valsero di coperte le mie vestimenta, e asserir posso che dormì perfettamente bene. Ma poco tempo dopo vi fui adagiato meglio come il Leggitore resterà instrutto a suo luogo; cioè, quando della mia foggia di vivere distintamente il ragguaglierò.
CAPITOLO III.[a/]
Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone, l’Houyhnhnms, gliene da delle lezioni. Descrizione di questa favella. Molti Houyhnhnms di qualità vanno a visitare l’Autore. Fu egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio.
PRimaria mia applicazione si era ad apprendere la Lingua, che il mio Padrone (che così il chiamerò da quì innanzi,) i Figlivoli di lui, ed altresì i Domestici tutti della Casa, egualmente solleciti, faticavansi d’insegnarmi, riputando eglino come un prodigio, che un animale bruto esibisse tanti apparenti contrassegni di ragione. Io mostrava qualunque cosa col dito, e ne chiedeva il nome, che poscia si scriveva da me nel mio taccuino, quando mi trovava solo. Quanto all’accento m’ingegnava d’acchiapparlo, pregando que’della Casa di ripetere molte volte i termini medesimi: nel che un Cavallo sauro, il qual non era che un famiglio di stalla, fummi molto fruttuoso.
Più che alcun’altra favella dell’Europa accostasi la favella loro alla Tedesca; ma l’è molto superiore in graziofità e in energia. L’Imperador Carlo V. fece la riflessione medesima allorchè disse; che se egli avesse dovuto parlare a’suoi Cavalli, non l’avrebbe fatto che in Tedesco.
Furono sì grandi la curiosità e l’impazienza del mio Padrone, che impiegò egli molte ore del giorno ad instruirmene. Era persuaso, come poscia mel dichiarò, che io fossi un Yahoo: Ma ciò che egli comprendere non potea, era la mia docilità, la mia aria civile, e la mia propietà; caratteri onde verun degli Yahoos del Paese, dotato non era. Un’altra maraviglia impossibile a concepirsi da lui erano i miei vestiti; mercè che egli s’immaginava che formassero parte del mio Corpo, avendo io l’attenzione di non ispogliarmene mai se tutta la famiglia non si fosse ritirata: e di rivestirmene la mattina innanzi che alcuno si fosse alzato. Moriva di voglia il mio Padrone di sapere donde io venissi, come avessi acquistate le apparenze di ragione ch’egli scopriva in tutte le mie azioni, e d’intenderne le Storia della viva mia voce: il che lusingavasi che ben presto io fossi in istato d’effettuare, attesi i gran progressi che io ne avea già fatti, apprendendo e pronunziando i loro termini, e le loro frasi. Per recar qualche ajuto alla mia memoria, m’avvertì di far registro di tutti i vocaboli che io imparava, con la loro traduzione accanto. Di sì gran soccorso mi riuscì questo metodo, che alla fine la presenza stessa del mio Padrone non mi tenne impedito dallo scrivere in carta alcuni termini, e alcune maniere di discorrere. Stentai molto in ispiegargli ciò che io faceva; non avendo gli Houyhnhnms la menoma idea di tutto ciò che Libri, oppure Scritture, noi chiamamo.
Nello spazio di dieci settimane fui capace d’intendere la maggior parte delle sue quistioni; e alcuni giorni dopo, di fargli passabilmente la risposta. Spasimava egli di brama che gli raccontassi da qual Regione distaccato mi fossi, e chi insegnato mi avesse ad imitare una Creatura ragionevole; a cagion che gli Yahoos (a’quali egli osservava che io esattamente era somigliante nella testa, nelle mani e nella faccia, ch’erano le sole parti del mio Corpo che visibili fossero,) eran fra loro’sempre passati per gli men disciplinabili di tutti gli Animali feroci. Risposigli, che io me ne veniva pel Mare da un assai rimoto luogo, con molte altre Creature della mia spezie, e in un gran Vascello incavato fatto di legne: Che i miei compagni mi aveano a forza messo su quella spiaggia, e mi vi aveano abbandonato. Non seguì che con estrema difficoltà, e con l’ajuto di molti segni che gli feci ciò comprendere. Ei ripigliò, che conveniva necessariamente che io m’ingannassi, o che gli dicessi la cosa che non è, (poichè in loro Lingua non anno termine di sorta per ispiegare ciò che noi chiamamo falsità o menzogna.) Io so, continuò egli, ch’è impossibile che siavi un Paese di là dal Mare, o che una truppa di bruti sia capace di condurre in sull’acqua un Vascello di legno: Niuno Houyhnhnm al Mondo ha il talento di costruire una somigliante vettura; e neppure è così imprudente per affidarne a degli Yahoos la direzione.