E’una massima di questi tali, che tutto ciò che si è fatto per l’addietro, puossi far di nuovo legittimamente. Ecco perchè essi custodiscono in iscrittura con sommo scrupolo tutte le Sentenze già pronunziate; insino quelle che per ignoranza o per corruttella rovesciano le Regole più comuni dell’Equità e della Ragione. Tutte queste sentenze divengono in loro mani come tante Autorità, con le quali eglino procurano d’imbiancare i più neri deliti, e di giustificare le pretensioni più inique: E questa pratica lor riesce sì bene, che non e quasi possibile l’immaginare un Processo, in cui le due Parti, più d’una Decisione in propio favore ad allegare non abbiamo.
Nelle loro dispute, sfuggono con sommo studio di venir al fatto; ma in ricompensa, vorrebbono rinunziar piuttosto alla lor Professione, che ommettere la menoma Circostanza inutile. Per esempio; per ritornare al supposto da noi piantato, non s’informeranno già con qual diritto la mia Parte avversaria pretendi che la mia Vacca le appartenga; bensì se questa Vacca sia nera o bianca; se le sue corna sieno lunghe o corte; se il Prato in cui ella pascola sia tondo o quadro; a qual male ella sia suggetta, e così del resto; dopo il che consultano tutti i Decreti emanati in somigliante caso; intermettono a un altro tempo la decision della Causa, e d’intermissione in intermissione, venti o trent’anni dopo, dichiara il Giudice di chi sia la ragione o il torto.
E’d’uopo pur di riflettere che questi Signori anno un Gergo ch’è loro particolare; intelligibile per essi soli; e in questo Gergo sono scritte le loro Leggi. Principalmente per questo mezzo son riusciti in confondere il vero col falso, il giusto con l’ingiusto; e ne sono così eccellenti, che son capaci di disputare per trent’anni continui, per sapere se un Campo, il qual da sei generazioni ha appartenuto a’miei Bisavoli, sia di mia ragione o di quella d’uno Straniere, che d’esser mio parente non ha mai preteso.
Per ciò che spetta all’esame dagli Accusati di delitti di Stato, i processi non sono sì lunghi: imperocchè se que’che si trovano alla testa degli Affari ancora (come mai non mancano) di far appoggiare queste sorte di commissioni a persone di Legge, la cui compiacenza e l’abilità sono lor cognite; queste, immediate che comprendono le intenzioni de’lor Protettori, non differiscono di condannare o d’assolvere gli Accusati; e ciò senza inferire torto veruno ad alcuna delle forme prescritte dalla Legge.
M’interruppe a questo passo il Padrone per dirmi, ch’era ben un peccato, che Uomini tali, come questi Avvocati, che aveano tante conoscenze e tanti talenti, non si applicassero piuttosto a farne parte agli altri. Io risposi, che il loro mestiere rubava tutto il lor tempo, e che non aveano essi neppur il piacere di pensare a verun’altra cosa; Che ciò era sì vero, che fuori della lor Professione, erano ignoranti e stupidi più di quello che possa esprimersi: e che si avea riflettuto ch’erano nemici giurati di tutto ciò che conoscenza si appella, come se a scacciar la Ragione da tutte le Scienze dopo di averla bandita dal loro mestiere, determinati si fossero.
[a/][a/]CAPITOLO VI.
Continuazione del discorso dell’Autore, sopra lo stato del suo Paese, sì ben govornato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo Ministro, Ritratto d’un tal Ministro.
IL mio Padrone diede indizj di non prestar compiuta fede alle mie narrazioni, non potendo, come poscia il dichiaro, a verun patto comprendere per qual motivo gli Uomini di Legge si dessero mille fastidj, e formassero insieme una sorta di lega d’iniquità, non per altro che per conturbare gli Animali di loro spezie. Per vero dire, ei soggiunse, mi diceste ch’essi erano salariati a tal oggetto; ma somiglianti termini in me l’idea menoma non risvegliano. Per isciorre questa difficoltà, fui costretto di descrivergli l’uso della moneta, i materiali ond’ella lavoravasi, e il valor de’metalli. Dissigli, che quando un Yahoos aveva in sua propietà una gran somma di questi metalli preziosi, potea far acquisto di magnifiche vestimenta, di bei Cavalli, d’immense Terre, di squisite vivande, di graziose Femmine, di qualunque cosa di suo piacimento.
Che derivandone dal solo danajo sì maravigliosi effetti, i nostri Yahoos non credevano mai d’averne abbastanza per ispendere, o metter da parte, secondo che piegar gli facesse o alla profusione o all’avarizia la loro inclinazione: Che i Ricchi usufruttuavano degli stenti de’Poveri, e che questi eran mille contra uno, in comparazione di quegli: Che il grosso del nostro Popolo menava una vita miserabile, ed era obbligato di faticar tutto l’anno dalla mattina alla sera, per rendere provveduto un picciol numero d’Opulenti di tutto ciò che i loro capriccj, o la lor vanità lor suggerivano. Internaimi in una instruzione assai estesa su quest’argomento: Ma tanto e tanto il Padrone meglio non mi capì; essendosi intestato che tutti gli Animali fossero in possesso d’una sorta di diritto sopra le produzioni della Natura, e ben ispezialmente que’che agli altri presiedevano.
Cotal pregiudizio gl’inspirò la curiosità di sapere, in che consistessero quegli squisiti cibi che io aveva ricordati; e come potesse darsi che alcuno di noi ne restasse privo: E quì l’enumerazione gli feci di tutte quelle qualità che mi caddero sotto la memoria; del pari che delle differenti maniere di manipolargli; il che non potea eseguirsi senza la spedizione d’infiniti Vascelli per diverse parti del Mondo, affin di riportarne peregrine frutte, e liquori d’un gusto eccellente. Gli protestai, che conveniva far, per lo meno, tre volte il giro della nostra Terra, prima che una delle nostre qualificate Femmine servita fosse d’una colezione che avesse tutti i suoi numeri. Ei disse, ch’esser dovea un assai sgraziato Paese quegli che nutricar non poteva i suoi Abitatori: Ma principalmente rendevalo attonito il riflettere, che una Regione, così estesa come la nostra, tanto penuriasse d’Acqua dolce, cosicchè il nostro Popolo a ritraere la sua bevanda per via di mare costretto fosse. Io replicai; che l’Inghilterra, mia diletta Patria, produceva tre volte più d’alimenti che i suoi Naturali confumarne potevano; che avea luogo la proporzione medesima a riguardo de’Liquori ond’essi si prevalevano per ispegnere la loro sete; e che questi liquori si componevano con la frutta di certi Alberi, riuscendo un’eccellente bevanda. Ma che per soddisfare all’intemperanza de’Maschj, e alla vanità delle Femmine, noi mandavamo in altri Paesi la maggior parte delle utili produzioni delle nostre Terre, per averne in concambio dello cose che non servivano che a procacciarci infermità, e che ad alimentare la nostra stravaganza e i nostri vizzi. Donde ne seguiva per necessità, che molti de’miei Compatriotti fossero sforzati di guadagnar la vita con infami o ingiusti mezzi; come sarebbe a dire, co’frutti, cogli spergiuri, con l’adulazione, col giuoco, con la menzogna, con l’arte di velenare, o con quella di pubblicar libelli. Non fu senza un grande stento, che mi riuscì di far comprendere al mio Padrone il senso di queste differenti espressioni.