— Sì, John Bunsby, padrone della Tankudera.
— Volete caparra?
— Se non incomoda Vostro Onore....
— Ecco duecento sterline in acconto. Signore, aggiunse Phileas Fogg voltandosi verso Fix, se volete approfittare....
— Signore, rispose risolutamente Fix, io stava appunto per chiedervi questo favore.
— Bene. Fra una mezz’ora saremo a bordo.
— Ma quel povero giovane... disse mistress Auda.
— Vado a fare per lui tutto quello che posso,„ rispose Phileas Fogg.
E, mentre Fix, nervoso, febbrile, rodendosi le viscere, si recava al battello-pilota, Fogg e la sua bella compagna di viaggio si diressero verso gli ufficii della polizia di Hong-Kong. Colà Phileas Fogg diede i connotati di Gambalesta, e lasciò una somma sufficiente a farlo rimpatriare. Uguale formalità venne adempiuta presso l’agente consolare francese, e il palanchino dopo essersi soffermato all’albergo dove furono ripigliati i bagagli, ricondusse i viaggiatori al porto.
Tre ore sonavano. Il battello-pilota N. 43, col suo equipaggio a bordo, i viveri caricati, era pronto a far vela. La era una graziosa piccola goletta di venti tonnellate, codesta Tankadera, smilza di prora, molto snella di forme, distesa nelle sue linee d’acqua. La si sarebbe detta un yacht da corsa. I suoi ottoni brillanti, i suoi ferramenti galvanizzati, il suo ponte bianco come l’avorio, indicavano che il padrone John Bunsby se ne intendeva a tenerla in buono stato. I suoi due alberi si chinavano alquanto verso poppa. Essa portava randa, trinchetto, trinchettina, fiocchi, freccie, e poteva attrezzare una vela di fortuna pel vento in poppa. Doveva camminare meravigliosamente, e, difatti, aveva già guadagnato diversi premi nei matches (regate) di battelli-piloti.