Gambalesta non potè più contenersi.
— Padron mio! signor Fogg! esclamò egli, maleditemi. È stato per colpa mia che....
— Io non accuso nessuno, rispose Phileas Fogg con accento perfettamente calmo. Andate.
Gambalesta lasciò la camera ed andò a trovar la giovine signora, alla quale fece conoscere le intenzioni del signor Fogg.
— Signora, aggiuns’egli, io non posso nulla dal canto mio, nulla! Non ho alcuna influenza sul mio padrone. Voi, forse....
— Quale influenza potrei io mai avere! rispose mistress Auda. Il signor Fogg non ne subisce nessuna! Non ha neanco mai capito che la mia riconoscenza per lui era pronta a straripare! Non ha manco mai letto nel mio cuore! — Amico mio, non bisognerà lasciarlo un solo istante. Voi dite ch’egli manifestò l’intenzione di parlarmi stasera?...
— Sì, signora. Si tratta senza dubbio di tutelare la vostra situazione in Inghilterra.
— Aspettiamo! rispose la giovane donna, che rimase tutta pensierosa.
Così, durante quella giornata di domenica, la casa di Saville-row fu come se fosse stata disabitata, e, per la prima volta da che dimorava in quella casa, Phileas Fogg non andò al suo Club, allorchè le undici e mezzo suonarono alla torre del Parlamento.
E perchè il nostro gentleman si sarebb’egli presentato al Reform-Club? I suoi colleghi non lo aspettavano più. Se la sera del giorno prima, in quella data fatale del sabato 21 dicembre alle otto e quarantacinque, Phileas Fogg non era comparso nel salone del Reform-Club, la sua scommessa era perduta. Non era neppur necessaria ch’egli andasse dal suo banchiere per pigliarvi quella somma di ventimila sterline. I suoi avversarii avevano in mano un bono firmato da lui, e bastava passarlo ai fratelli Baring, perchè le ventimila sterline fossero portate a loro credito.