Fra questi passeggieri del Mongolia, si noveravano diversi funzionari civili e ufficiali di ogni grado. Di questi, taluni appartenevano all’esercito britannico propriamente detto, altri comandavano le truppe indigene di cipayes, tutti lautamente stipendiati, anco adesso che il governo si è sostituito ai diritti ed agli obblighi dell’antica Compagnia delle Indie: sottotenenti a 7000 franchi, brigadieri a 60,000, generali a 100,000[8].

Si viveva dunque stupendamente a bordo del Mongolia, in quella società di funzionarii, a’ quali frammischiavansi alcuni giovani inglesi, che col milione in tasca andavano a fondare lontan lontano delle case di commercio. Il purser, l’uomo di fiducia della compagnia, l’eguale del capitano a bordo, faceva le cose sontuosamente. All’asciolvere del mattino, al lunch delle due, al pranzo delle cinque e mezzo, alla cena delle otto, le tavole piegavano sotto i piatti di carne fresca e le altre vivande fornite dal macello e dalle dispense del piroscafo. Le passeggiere, — ce n’erano alcune, — cangiavano teletta due volte al giorno. Si suonava, si cantava, si ballava anche, quando il mare lo permetteva.

Ma il mar Rosso è capricciosissimo, e molto di frequente cattivo, come tutti i golfi stretti e lunghi. Quando il vento spirava sia dalla costa d’Asia, sia dalla costa d’Africa, il Mongolia, lungo fuso ad elice, preso di traverso, rollava spaventevolmente. Le signore sparivano allora; i cembali tacevano; canti e danze cessavano insieme. Eppure, ad onta della raffica, ad onta dei marosi, il piroscafo, spinto dalla sua potente macchina, correva senza indugio verso lo stretto di Babel-Mandeb.

Che faceva Phileas Fogg frattanto? Si potrebbe credere che, sempre inquieto, ansioso, egli si preoccupasse dei cangiamenti di vento nocivi al cammino della nave, del moto scompigliato dei marosi che minacciava di cagionare un accidente alla macchina, insomma di tutte le avarie possibili che, obbligando il Mongolia a poggiare in qualche porto, avrebbero compromesso il suo viaggio?

Niente affatto, o per lo meno, se il nostro gentleman pensava a queste eventualità, non ne lasciava trasparir nulla. Era sempre l’uomo impassibile, il membro imperturbabile del Reform-Club, cui nessun incidente od accidente poteva recar sorpresa. Egli non sembrava più commosso dei cronometri di bordo. Lo si vedeva di rado sul ponte. Non badava gran fatto ad osservare quel mar Rosso, sì fecondo di ricordi, quel teatro delle prime scene storiche dell’umanità. Egli non viaggiava per osservare le curiose città disseminate sulle sue sponde, i cui pittoreschi contorni si delineavano talvolta all’orizzonte. Egli non pensava neanco ai pericoli di quel golfo arabico, del quale gli antichi storici, Strabone, Ariano, Artemidoro, Edrisi, parlarono sempre con ispavento, e sul quale i navigatori non si arrischiavano mai senza aver consacrato il loro viaggio con sacrifizii propiziatorii.

Che faceva dunque quell’originale, imprigionato nel Mongolia? Anzitutto faceva i suoi quattro pasti al giorno, senza che mai nè rollio nè beccheggio potessero sconcertare una macchina così maravigliosamente organizzata. Indi, giuocava al whist.

Sì! egli aveva incontrato dei compagni di giuoco ed appassionati quanto lui: un esattore di tasse che si recava al suo posto a Goa, un ministro, il reverendo Decimo Smith, di ritorno a Bombay, e un brigadiere generale dell’esercito inglese, che raggiungeva il suo corpo a Benares. Questi tre passeggieri avevano pel whist la stessa passione che il signor Fogg, e giocavano per ore ed ore, non meno silenziosamente di lui.

Quanto a Gambalesta, il mal di mare lo aveva fin allora risparmiato. Egli occupava un camerino a prora e mangiava, egli pure, coscienziosamente. Bisogna dire che, decisamente, quel viaggio, fatto in quelle condizioni, non gli dispiaceva più. Egli vi si acconciava. Ben nudrito, ben alloggiato, vedeva paese nuovo, e poi andava ripetendo a sè stesso che tutto quel ghiribizzo finirebbe a Bombay.

All’indomani della partenza da Suez, il 29 ottobre, non fu senza un certo piacere che egli incontrò sul ponte il garbato personaggio, al quale erasi rivolto sbarcando in Egitto.

“Non m’inganno, diss’egli accostandolo col suo più amabile sorriso, siete proprio voi, signore, che con tanta compiacenza mi avete servito di guida a Suez?