— Per i gatti, mylord?

— Ed anche pei viaggiatori!„

Fatta quest’osservazione, il signor Fogg continuò tranquillamente a desinare.

Pochi momenti dopo il signor Fogg, l’agente Fix era egli pure sbarcato dal Mongolia, ed era corso dal direttore della polizia di Bombay. Egli fece riconoscere la sua qualità di detective, la missione affidatagli, la sua situazione in faccia al presunto autore del furto. Erasi ricevuto da Londra un mandato d’arresto?... Non si era ricevuto nulla. Difatti il mandato, partito dopo Fogg, non poteva essere ancor giunto.

Fix rimase sconcertato. Voleva ottenere dal direttore un ordine d’arresto contro il signor Fogg. Il direttore rifiutò. L’affare risguardava l’amministrazione metropolitana, e questa sola poteva spiccare legalmente un mandato. Questa severità di principii, quest’osservanza rigorosa della legalità è perfettamente spiegabile coi costumi inglesi, che, in materia di libertà individuale, non ammettono nessun arbitrio.

Fix non insistette e comprese che doveva rassegnarsi ad aspettare il suo mandato. Ma egli risolse di non perder di vista il suo impenetrabile furfante, durante tutto il tempo che questi si fermerebbe a Bombay. Egli non sospettava che Phileas Fogg non vi soggiornasse, — e, come sappiamo, tale era pure la convinzione di Gambalesta, — cosa che doveva lasciare al mandato il tempo di giungere.

Ma dopo gli ultimi ordini che avevagli dato il padrone lasciando il Mongolia, Gambalesta aveva ben compreso che a Bombay sarebbe accaduto lo stesso che a Suez ed a Parigi, che il viaggio non terminerebbe lì, che proseguirebbe almeno sino a Calcutta, e forse più lontano. Ed incominciava a chiedere a sè stesso se la scommessa del signor Fogg non era proprio seria, e se egli, che voleva vivere in riposo, non fosse trascinato dalla fatalità a compiere il giro del mondo in ottanta giorni!

Intanto, e dopo aver fatto acquisto di alcune camicie e calze, egli erasi messo a passeggiare nelle vie di Bombay. C’era gran concorso di popolo e, in mezzo ad Europei di ogni nazionalità, vedevi Persiani dalle berrette a punta, Bunhyas dai turbanti rotondi, Sindi dai berretti quadrati, Armeni avvolti in lunghe vesti, Parsi in mitra nera. Era precisamente una festa celebrata da questi Parsi o Ghebri, discendenti diretti dai settari di Zoroastro, che sono i più industriosi, i più civili, i più intelligenti, i più austeri fra gli Indù, stirpe cui appartengono attualmente i ricchi negozianti indigeni di Bombay. Quel giorno essi celebravano una specie di carnevale religioso, con processioni e divertimenti, nei quali figuravano delle bajadere vestite di garze rosee trapunte d’oro e d’argento, che al suono delle viole ed al rumore dei tam-tam, danzavano meravigliosamente, e con una decenza perfetta.

Se Gambalesta guardasse quelle curiose cerimonie, se i suoi occhi e le sue orecchie si aprissero smisuratamente per vedere ed udire, se la sua aria, la sua fisonomia fossero proprio quelle del booby[12] più ingenuo che si potesse immaginare, è superfluo di insistervi qui.

Sfortunatamente per lui e pel suo padrone, di cui arrischiò compromettere il viaggio, la sua curiosità lo trascinò più lontano che non convenisse.