Durante quel mattino, al di là della stazione di Malligaum, i viaggiatori attraversarono quel territorio funesto, che fu così di sovente insanguinato dai settari della dea Kalì. Poco lunge si ergevano Ellora e le sue pagode ammirabili, poco lunge la celebre Orungabad, la capitale del feroce Orang-Zeb, ora semplice capoluogo d’una delle provincie staccate dal regno di Nizam. Fu su quella contrada che Feringhea, il capo dei Thugs, il re degli strangolatori, esercitava il suo dominio; quegli assassini, uniti in un’associazione misteriosa, strangolavano, in onore della dea della Morte, vittime di ogni età, senza mai versar sangue, e fuvvi un tempo che non si poteva frugare un luogo qualunque di quel suolo senza trovarvi un cadavere. Il governo inglese ha potuto impedire quelle uccisioni in massima parte, ma la spaventevole associazione esiste sempre e funziona ancora.

Mezz’ora dopo mezzodì, il treno si fermò alla stazione di Burhampur, e Gambalesta vi si potè procurare a prezzo d’oro un paio di pantofole, adorne di perle false, che egli calzò con un sentimento evidente di vanità.

I viaggiatori fecero colazione rapidamente e ripartirono per la stazione di Assurghur, dopo di avere per poco costeggiato la sponda del Tapty, fiumicello che va a versarsi nel golfo di Cambaia, vicino a Surate.

È opportuno far conoscere quali pensieri occupavano allora la mente di Gambalesta. Fino al suo arrivo a Bombay, egli aveva creduto e potuto credere che le cose non andrebbero più in là. Ma ora, da quando correva a tutto vapore attraverso l’India, un voltafaccia era avvenuto nella sua mente. La sua indole gli ritornava al galoppo. Sentiva rinascere idee fantastiche della sua giovinezza, pigliava sul serio i progetti del padrone, credeva alla realtà della scommessa, e quindi a quel giro del mondo ed a quel maximum di tempo che non bisognava oltrepassare. Anzi egli era già inquieto dei ritardi possibili, degli accidenti che potevano sopraggiungere strada facendo. Si sentiva come interessato in quella scommessa, e tremava al pensiero di averla potuto compromettere il giorno prima con la sua imperdonabile balordaggine. E però, molto meno flemmatico del signor Fogg, egli era molto più inquieto. Contava e ricontava i giorni trascorsi, malediceva le fermate del treno, lo accusava di lentezza, e biasimava in petto il signor Fogg di non aver promesso un premio al macchinista. Ei non sapeva, il buon figliuolo, che ciò ch’era possibile sopra un piroscafo non lo era più sopra una ferrovia, la cui velocità è regolamentare.

Verso sera, si entrò nelle gole dei monti di Sutpour che separano il territorio di Khandeish da quello di Bundelkund.

La domane, 22 ottobre, interrogato da sir Francis Cromarty, Gambalesta, dopo aver consultato il suo orologio, rispose che erano le tre del mattino. E difatti, quel famoso orologio, sempre regolato sul meridiano di Greenwich, che si trovava a circa settantasette gradi ad ovest, doveva ritardare e ritardava infatti di quattro ore.

Sir Francis rettificò adunque l’ora data da Gambalesta, al quale fece la medesima osservazione che questi aveva già ricevuta da Fix. Tentò di fargli capire che doveva regolarsi sopra ogni nuovo meridiano, e che camminando costantemente verso l’est, vale a dire dinanzi al sole, i giorni erano più corti di tante volte quattro minuti, quanti gradi eransi percorsi. Fu inutile. Avesse o no compresa l’osservazione del brigadiere generale, fatto è che quel testardo si ostinò a non mettere innanzi il suo orologio, e lo mantenne invariabilmente all’ora di Londra. Innocente manìa, che non poteva nuocere a nessuno.

Alle otto del mattino e a quindici miglia al di là della stazione di Rothal, il treno si fermò in mezzo ad una vasta spianata, contornata da alcuni bungalows e da capanne di operai. Il conduttore del treno passò dinanzi la linea delle carrozze dicendo:

“I viaggiatori scendono qui.„

Phileas Fogg guardò sir Francis Cromarty, che parve sorpreso, d’altra parte, di quell’alt in mezzo ad una foresta di tamarindi.