— Lo credo anch’io, rispose la guida.
Quel bravo Indù diede allora alcune notizie sulla vittima. Era un’Indiana, celebre per la sua bellezza, di razza Parsì, figlia di ricchi negozianti di Bombay. Ella aveva ricevuto in quella città un’educazione assolutamente inglese, e sia dai modi, sia dall’istruzione la si sarebbe creduta Europea. Si chiamava Auda.
Orfana, ella fu maritata contro la sua volontà a quel vecchio rajà del Bundelkund. Tre mesi dopo, rimase vedova. Conoscendo la sorte che l’aspettava, ella fuggì, venne ripresa prestamente, ed i parenti del rajà, che avevano interesse alla di lei morte, la votarono a quel supplizio cui non pareva ch’ella potesse sottrarsi.
Questa narrazione non poteva che vieppiù radicare nel signor Fogg e ne’ suoi compagni la loro generosa risoluzione. Fu deciso che la guida dirigerebbe l’elefante verso la pagoda di Pillaji, e le si avvicinerebbe il più che fosse possibile.
Mezz’ora dopo, si fece sosta sotto un boschetto, a cinquecento passi dalla pagoda, che non si poteva scorgere; ma gli urli dei fanatici si udivano distintamente.
I mezzi di giungere sino alla vittima furono allora discussi. La guida conosceva la pagoda di Pillaji, entro la quale egli sosteneva che la giovine donna era imprigionata. Vi si potrebbe penetrare da una delle porte, quando tutta la banda fosse immersa nel sonno dall’ubbriachezza, o bisognava praticare un buco in un muro? Ciò non poteva esser deciso che sul momento, sul luogo stesso. Ma ciò che non ammise alcun dubbio, fu che il ratto doveva effettuarsi quella stessa notte, e non quando, a giorno fatto, la vittima sarebbe tratta al supplizio. In quest’ultimo momento nessun intervento umano avrebbe potuto salvarla.
Il signor Fogg e i suoi compagni aspettarono la notte. Appena buio, verso le ore sei, essi risolvettero di operare una ricognizione intorno alla pagoda. Gli ultimi gridi dei fakiri si spegnevano allora. Secondo la loro abitudine, quegl’Indiani dovevano essere immersi nella fradicia ubriachezza del hang, oppio liquido misto d’una infusione di canape, e sarebbe forse possibile d’introdursi in mezzo ad essi sino al tempio.
Il Parsì, guidando il signor Fogg, sir Francis Cromarty e Gambalesta, si avanzò senza rumore attraverso la foresta. Dopo dieci minuti di cammino sotto la verzura, giunsero alla sponda di un fiumicello, e lì, alla luce di torcie di ferro sulla cui punta ardevano delle resine, essi scorsero un mucchio di legna affastellata. Era il rogo, fatto di prezioso sandalo, e già impregnato di un olio profumato. Nella sua parte superiore giaceva imbalsamato il corpo del rajà, che doveva essere abbruciato insieme colla vedova. A cento passi dal rogo si ergeva la pagoda, i cui minareti traforavano nell’ombra la cima degli alberi.
— Venite, disse la guida a bassa voce.
E raddoppiando di precauzione, seguito da’ suoi compagni, s’internò silenziosamente attraverso le alte erbe.