Durante i primi giorni di quel tragitto mistress Auda fece più ampia conoscenza con Phileas Fogg. Ad ogni occasione, ella gli attestava vivissima riconoscenza. Il flemmatico gentleman l’ascoltava, in apparenza almeno, con la massima freddezza, senza che una intonazione, un gesto svelasse in lui la più leggiera emozione. Egli vegliava a che nulla mancasse alla giovine donna. In certe ore andava regolarmente, se non a conversare, almeno ad ascoltarla. Adempiva verso di lei ai doveri della cortesia più stretta, ma con la grazia e col meccanismo d’un automa, cui i movimenti fossero stati combinati a questo uso. Mistress Auda non sapeva proprio capacitarsene; ma Gambalesta le aveva un tantino spiegato l’eccentrica personalità del suo padrone. Le aveva narrato quale scommessa traeva quel gentleman al giro del mondo. Mistress Auda aveva sorriso, ma alla fin fine essa gli doveva la vita, ed il suo salvatore non poteva essere che abbellito dalla di lei riconoscenza.
Mistress Auda confermò il racconto che la guida indù aveva fatto della sua commovente istoria. Ella era, infatti, di quella razza che tiene il primo posto fra le razze indigene. Parecchi negozianti parsì ammassarono grandi ricchezze alle Indie, nel commercio dei cotoni. Uno di loro, sir James Jejeebhoy, venne fatto nobile dal governo inglese, e mistress Auda era parente di questo ricco personaggio che abitava Bombay. Era anzi un cugino di sir Jejeebhoy, l’onorevole Jejeeh, colui presso il quale ella intendeva recarsi a Hong-Kong. Troverebbe in casa sua ricetto ed assistenza? Non poteva affermarlo. Al che il signor Fogg rispondeva ch’ella non avesse ad inquietarsi, che tutto s’aggiusterebbe matematicamente! Fu la sua parola.
La giovine signora comprendeva essa quell’orribile avverbio? Chi sa? Tuttavia, i suoi grandi occhi si fissavano su quelli del signor Fogg, i suoi grandi occhi “limpidi come i laghi sacri dell’Hymalaya!„ Ma l’intrattabile Fogg, più che mai chiuso non pareva uomo da gettarsi in quel lago!
Questa prima parte del viaggio del Rangoon si compì in eccellenti condizioni. Il tempo era discreto. Tutta quella porzione dell’immensa baja, chiamata dai marinai “le braccia del Bengala,„ si mostrò favorevole al cammino del piroscafo. Il Rangoon ebbe presto in vista l’isola del Grand’Andaman, la principale del gruppo, che la sua pittoresca montagna di Saddle-Peak, alta duemila e quattrocento piedi, annunzia molto da lontano ai navigatori.
La costa fu rasentata assai da vicino, ma i selvaggi Papuasi dell’isola non si mostrarono affatto. Sono esseri posti all’ultimo gradino della scala umana ma che a torto vennero ritenuti antropofagi.
Lo sviluppo panoramico di quelle isole era magnifico. Immense foreste di latani, di arecche, di bambù, di noci moscate, di teck, di gigantesche mimose, di felci arborescenti, coprivano il paese sul dinanzi e indietro si profilava l’elegante contorno delle montagne. Sulla costa pullulavano a migliaia quelle preziose rondini salangane, i cui nidi commestibili formano una vivanda ricercata nel Celeste Impero. Ma tutto quello spettacolo variato, offerto agli sguardi dal gruppo delle Andaman trascorse veloce, ed il Rangoon si avviò rapidamente verso lo stretto di Malacca che doveva dargli accesso nei mari della Cina.
Che faceva durante questo tragitto l’ispettore Fix, sì sventuratamente trascinato in un viaggio di circumnavigazione? Alla partenza da Calcutta, dopo aver lasciato istruzioni affinchè se finalmente giungesse il mandato, gli venisse spedito a Hong-Kong, egli aveva potuto imbarcarsi a bordo del Rangoon senza essere visto da Gambalesta, e sperava di poter celare la sua presenza sino all’arrivo del piroscafo a Hong-Kong. Infatti, gli sarebbe stato difficile di spiegare perchè si trovasse a bordo, senza destare i sospetti di Gambalesta, che doveva crederlo a Bombay. Ma fu condotto a rinnovare la conoscenza di quel buon diavolaccio dalla logica stessa delle circostanze. In che modo? Ora si vedrà.
Tutte le speranze, tutt’i desideri dell’ispettore di polizia erano ormai concentrati sopra un unico punto del mondo: Hong-Kong, poichè il piroscafo si fermava troppo poco a Singapore perchè egli potesse operare in questa città. Era dunque ad Hong-Kong ch’egli doveva arrestare il ladro; o il ladro gli sfuggiva, per così dire, senza rimedio.
Infatti, Hong-Kong era ancora terra inglese, ma l’ultima che s’incontrasse sulla strada. Al di là, la Cina, il Giappone, l’America offrivano un rifugio quasi sicuro al signor Fogg. A Hong-Kong, se vi trovava finalmente il mandato d’arresto, che evidentemente gli correva dietro, Fix arrestava Fogg e lo metteva nelle mani della polizia locale. Nessuna difficoltà. Ma dopo Hong-Kong, un semplice mandato d’arresto non basterebbe più. Occorrerebbe un atto d’estradizione. Da qui, ritardi, lentezze, ostacoli di ogni specie, di cui il briccone approfitterebbe per sfuggire definitivamente. Se l’operazione falliva a Hong-Kong, sarebbe, se non impossibile, almeno difficilissimo, di ripigliarla con qualche probabilità di buon successo.
“Dunque, ruminava il signor Fix, durante quelle lunghe ore che passava nella sua cabina, o il mandato sarà a Hong Kong, ed arresto il mio omo, o non ci sarà, e questa volta bisogna ad ogni costo ch’io ritardi la sua partenza! Ho fallito a Bombay, ho fallito a Calcutta! Se sbaglio il colpo a Hong-Kong la mia riputazione è spacciata! A qualunque costo bisogna riuscire. Ma qual mezzo usare per ritardare, se è necessario, la partenza di questo maledetto Fogg?„