— No, no, rispose Fix, e intendo fermarmi a Hong-Kong, almeno qualche giorno.
— Ah! disse Gambalesta, che parve un momento sorpreso. Ma come va che non vi ho visto a bordo dalla nostra partenza da Calcutta in qua?
— Ecco, un certo malessere... un po’ di mal di mare.... Sono rimasto coricato nel mio camerino... il golfo di Bengala non mi si confà tanto come l’oceano indiano. E il vostro padrone, il signor Phileas Fogg?
— In ottima salute, e puntuale quanto il suo itinerario! Non un giorno di ritardo! Ah! signor Fix, non ne sapete nulla, voi, ma abbiamo anche una giovane signora con noi.
— Una giovine signora?„ rispose l’agente, che aveva proprio l’aria di non capire quello che il suo interlocutore voleva dire.
Ma Gambalesta non istette un pezzo a raccontargli la storia di lei. Gli narrò l’incidente della pagoda di Bombay, l’acquisto dell’elefante al prezzo di duemila sterline, la faccenda del sutty, il rapimento di Auda, la condanna del tribunale di Calcutta, la libertà sotto cauzione. Fix, che conosceva l’ultima parte di questi incidenti, pareva ignorarli tutti, e Gambalesta pigliava gusto a narrare le sue avventure dinanzi ad un uditore che gli esternava tanto interesse.
“Ma, in fin de’ fini, chiese Fix, il vostro padrone ha forse l’intenzione di condurre quella giovane in Europa?
— Mainò, signor Fix, mainò! Noi andiamo semplicemente ad affidarla alle cure di un suo parente, ricco negoziante di Hong-Kong.
— Nulla da fare! disse tra sè il detective, dissimulando il suo dispetto. Un bicchiere di gin, signor Gambalesta?
— Volentieri, signor Fix. E sia per bere alla salute del nostro incontro a bordo del Rangoon!