Nel tempo stesso in cui il proletariato faceva della propria bara la culla della repubblica borghese, esso costringeva questa a mostrarsi nella sua forma genuina: come Stato, cioè, il cui fine confessato è di perpetuare il dominio del capitale, la schiavitù del lavoro. Il dominio borghese, nella continua contemplazione del nemico coperto di cicatrici, irreconciliabile, invincibile (invincibile nemico, perchè la sua esistenza è la condizione di vita di quello stesso dominio), doveva, una volta sciolto da ogni catena, degenerare ben tosto nel terrorismo borghese. Allontanato provvisoriamente il proletariato dalla scena, la dittatura borghese riconosciuta ufficialmente, ai ceti medî della società borghese, piccola borghesia e classe dei contadini, a misura che la loro situazione diveniva più insopportabile ed il loro antagonismo verso la borghesia più aspro, s’imponeva la necessità di attaccarsi sempre più al proletariato. Come già nel suo sorgere, così ora nella sua disfatta, essi dovevano trovare la ragione della loro miseria.

Se l’insurrezione di giugno, dappertutto sul continente, sollevò nella borghesia la coscienza di sè stessa, facendola entrare in alleanza aperta colla monarchia feudale contro il popolo, chi fu la prima vittima di tale alleanza? La stessa borghesia continentale, costretta dalla disfatta di giugno a rafforzare il proprio dominio ed a contenere sull’infimo gradino della rivoluzione borghese il popolo, metà pacificato, metà malcontento.

La disfatta di giugno, da ultimo, svelò alle potenze dispotiche d’Europa il segreto dell’obbligo, che aveva la Francia, di mantenere, ad ogni patto, la pace coll’estero, a fine di poter condurre la guerra civile nell’interno. Per tal modo i popoli, che avevano incominciato la lotta per la loro indipendenza, venivano abbandonati in balìa della prepotenza della Russia, dell’Austria e della Prussia; ma, nello stesso tempo, il destino di queste rivoluzioni nazionali, subordinato al destino della rivoluzione proletaria, era spogliato della sua apparente autonomia, della sua indipendenza dalla grande trasformazione sociale. L’ungherese non può essere libero, non il polacco, non l’italiano, insino a che l’operaio rimane schiavo!

Finalmente, in seguito alle vittorie della Santa Alleanza, l’Europa prese una forma, per cui ogni nuova insurrezione proletaria in Francia coincide direttamente con una guerra mondiale. La nuova rivoluzione francese trovasi costretta ad abbandonare immediatamente il terreno nazionale ed a conquistare il terreno europeo, sul quale unicamente potrà svolgersi la rivoluzione sociale del secolo decimonono.

Solo adunque la disfatta di giugno creò le condizioni, entro cui la Francia può prendere in pugno l’iniziativa della rivoluzione europea. Solo tuffata nel sangue degli insorti di giugno, la tricolore diventò la bandiera della rivoluzione europea — la bandiera rossa.

E noi gridiamo: La rivoluzione è morta! — Viva la rivoluzione!

II. Dal giugno 1848 al 13 giugno 1849. (Dal fascicolo II).

Il 25 febbraio 1848 aveva regalato alla Francia la repubblica; il 25 giugno le impose la rivoluzione. E rivoluzione significava dopo il giugno: rovesciamento della società borghese, laddove prima del febbraio aveva significato: rovesciamento della forma dello Stato.

La lotta di giugno era stata diretta dalla frazione repubblicana della borghesia; a questa toccò necessariamente, colla vittoria, il potere. Lo stato d’assedio aveva messo ai suoi piedi, senz’opposizione, Parigi imbavagliata; nelle provincie poi regnava moralmente lo stato» d’assedio e la minacciosa e la brutale arroganza dei borghesi e lo sfrenato fanatismo dei contadini per la proprietà. Dal basso, adunque, nessun pericolo!

Insieme alla forza rivoluzionaria degli operai era infranta, nello stesso tempo, l’influenza politica dei repubblicani democratici, ossia dei repubblicani nel significato della piccola borghesia, rappresentati nella Commissione esecutiva da Ledru-Rollin, nell’Assemblea nazionale costituente dal partito della Montagna, nella stampa dalla Réforme. Accanto ai repubblicani borghesi, essi avevano cospirato il 16 aprile contro il proletariato; nelle giornate di giugno accanto a loro avevano combattuto. Per tal modo si erano scavata essi stessi la fossa, entro cui sprofondò la potenza del loro partito, imperocchè la piccola borghesia non possa sostenere una posizione rivoluzionaria contro la borghesia, se non in quanto abbia dietro sè il proletariato. Fu dato loro il congedo. L’alleanza speciosa con essi, stretta con riluttanza e ripugnanza durante l’epoca del governo provvisorio e della Commissione esecutiva, venne apertamente rotta dai repubblicani borghesi. Dispregiati e reietti come confederati, essi decaddero a satelliti subordinati dei tricolori, ai quali non potevano strappare alcuna concessione, ma il cui dominio furono costretti a difendere, quante volte questo, e con esso la repubblica, sembrava posto in questione dalle frazioni borghesi antirepubblicane. Tali frazioni infine, orleanisti e legittimisti, si trovavano sin dall’origine in minoranza nell’Assemblea nazionale costituente. Prima anzi delle giornate di giugno non s’avventuravano a reagire se non sotto la maschera del repubblicanismo borghese; la vittoria di giugno fe’ sì che per un momento la Francia borghese tutta quanta salutasse in Cavaignac il suo salvatore, ed allorquando, poco dopo le giornate di giugno, il partito antirepubblicano riacquistava la propria indipendenza, la dittatura militare e lo stato d’assedio di Parigi non gli permisero di spiegare le antenne se non molto timidamente e con precauzione.