Nell’occasione dei concordats à l’amiable, i repubblicani tricolori avevano di fatto sacrificato la piccola borghesia. Questo fatto isolato venne da essi elevato a principio, mediante l’interdizione legale dell’imposta progressiva. Essi posero la riforma borghese allo stesso livello della rivoluzione proletaria. Ma quale fu la classe, che poi rimase a sostenere la loro repubblica? La grande borghesia. E la massa di questa era antirepubblicana. Se essa sfruttava i repubblicani del National per dar nuova solidità ai vecchi rapporti della vita economica, non dimenticava però di sfruttare per altra via i rapporti sociali nuovamente consolidati, a fine di ristabilire le forme politiche corrispondenti ad essi. Già sul principio d’ottobre, Cavaignac si vede costretto a far ministri della repubblica Dufaure e Vivien, già ministri di Luigi Filippo, per quanto i puritani acefali del suo stesso partito fremessero e strepitassero.
Nel mentre rigettava qualsiasi compromesso colla piccola borghesia, nè riesciva ad incatenare alla nuova forma dello Stato alcun nuovo elemento della società, la Costituzione tricolore s’affrettò, all’incontro, a restituire l’intangibilità tradizionale ad un corpo, in cui l’antico Stato trovava i suoi difensori più accaniti e fanatici. Elevò, cioè, l’inamovibilità dei giudici, che il governo provvisorio aveva posto in forse, a legge costituente. Il re unico, ch’essa aveva rimosso, risuscitava in questi inamovibili inquisitori della legalità.
La stampa francese analizzò da molti lati le contraddizioni della Costituzione del signor Marrast; ad esempio la coesistenza di due sovrani, l’Assemblea nazionale ed il presidente, ecc., ecc.
La contraddizione, che involge tutta quanta questa Costituzione, sta però in ciò, che le classi, la cui schiavitù sociale essa deve eternare, proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe da lei, mediante il suffragio universale, nel possesso del potere politico, mentre alla classe, il cui antico potere essa sanziona, alla borghesia, esso sottrae le guarentigie politiche di questo potere. Essa ne costringe il dominio politico entro condizioni democratiche, le quali facilitano, ad ogni momento, la vittoria alle classi ostili e pongono in questione le basi stesse della società borghese. Dalle une essa esige che non avanzino dall’emancipazione politica alla sociale, dalle altre che non retrocedano dalla ristorazione sociale alla politica.
Poca pena si davano di tali contraddizioni i repubblicani borghesi. A misura che avevano cessato d’essere indispensabili — ed indispensabili erano stati solamente quali paladini della vecchia società contro il proletariato rivoluzionario — poche settimane dopo la loro vittoria, essi erano precipitati dalla posizione di partito a quella di consorteria. E la Costituzione veniva da essi trattata come un grande intrigo. Ciò che doveva costituirsi con essa era, avanti ogni cosa, il dominio della consorteria. Il presidente doveva essere un Cavaignac prolungato, l’Assemblea legislativa una Costituente prolungata. Il potere politico delle masse popolari essi speravano di degradarlo a un potere d’apparenza, facendolo però giocare in modo da riescire a tenere in permanenza sospeso sulla maggioranza della borghesia il dilemma delle giornate di giugno: Regno del National, oppure regno dell’anarchia.
L’edificio della Costituzione, inaugurato il 4 settembre, fu terminato il 23 ottobre. Il 2 settembre la Costituente aveva deliberato di non sciogliersi, insino a che non venissero emanate le leggi organiche a complemento della Costituzione. Cionullameno essa si decise ora a chiamare in vita la sua creatura più legittima, il presidente, e questo il 10 dicembre, molto prima cioè che il ciclo della propria azione fosse chiuso. Tanto essa era certa di salutare nel bamboccio della Costituzione il figlio di sua madre! Per precauzione, si era trovato l’espediente che, ove nessuno dei candidati raggiungesse due milioni di voti, l’elezione avesse a passare dalla nazione alla Costituente.
Vane misure! Il primo giorno dell’avvenimento della Costituzione fu l’ultimo giorno del dominio della Costituente. Nel fondo dell’urna elettorale giaceva la sua sentenza di morte. Essa cercava il «figlio di sua madre»; fu il «nipote di suo zio» che trovò. Saulle Cavaignac battè un milione di voti, ma Davide Napoleone ne battè sei. Saulle Cavaignac era sei volte battuto.
Il 10 dicembre 1848 fu il giorno dell’insurrezione dei contadini. È solo da questo giorno, che datò il febbraio pei contadini francesi. Il simbolo, che esprimeva la loro entrata nel movimento rivoluzionario, goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa patetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata di storia mondiale, geroglifico inesplicabile per l’intelletto dei civilizzati, — questo simbolo portava incontestabilmente la fisionomia della classe, che entro la civiltà rappresenta la barbarie. La repubblica erasi annunciata ad essa coll’esattore delle imposte; essa si annunciò alla repubblica coll’imperatore. Napoleone era l’unico uomo, che avesse esaurientemente rappresentato gli interessi e la fantasia della classe dei contadini, sorta primivamente nel 1789. Mentre scriveva il nome di lui sul frontespizio della repubblica, essa dichiarava all’estero la guerra, all’interno la constatazione del proprio interesse di classe. Napoleone non era affatto, pei contadini, una persona, ma un programma. Colle bandiere, a suon di musica, essi eransi recati alle sezioni elettorali, al grido: plus d’impôts, à bas les riches, à bas la république, vive l’Empereur! Non più imposte, abbasso i ricchi, abbasso la repubblica, viva l’imperatore! Dietro l’imperatore nascondevasi la guerra dei contadini. La repubblica contro la quale avevano votato non era che la repubblica dei ricchi.
Il 10 dicembre fu il colpo di Stato dei contadini, che rovesciò il governo vigente. E da questo giorno, in cui essi avevano tolto e dato alla Francia un governo, i loro occhi stettero fissati su Parigi. Eroi attivi, per un momento, del dramma rivoluzionario, non si poteva più ridurli alla parte inattiva ed indifferente del coro.
Le restanti classi contribuirono a render compiuta la vittoria elettorale dei contadini. L’elezione di Napoleone era pel proletariato la destituzione di Cavaignac, la rovina della Costituente, l’abdicazione del repubblicanismo borghese, la cassazione della vittoria di giugno. Per la piccola borghesia, Napoleone era il dominio del debitore sul creditore. Per la maggioranza della grande borghesia, l’elezione di Napoleone era l’aperta rottura colla frazione, di cui essa aveva dovuto, per un istante, servirsi contro la rivoluzione, ma che le era divenuta intollerabile non appena ell’aveva cercato di dare alla situazione del momento la solidità d’una situazione costituzionale. Napoleone al posto di Cavaignac era, per essa, la monarchia al posto della repubblica, l’inizio della ristorazione realista, degli Orléans timidamente annunciati, il giglio nascosto fra le viole. L’esercito, infine, aveva votato per Napoleone contro la guardia mobile, contro l’idillio della pace, a favore della guerra.