Per tal modo, accadde, com’ebbe a dire la Neue Rheinische Zeitung, che l’uomo più limitato della Francia acquistasse il significato più complesso. Appunto non essendo nulla, egli poteva significar tutto, fuorchè sè medesimo. Per quanto vario, del resto, suonasse il significato del nome di Napoleone presso le varie classi, ciascuna, scrivendolo sulle proprie schede, scriveva: abbasso il partito del National, abbasso Cavaignac, abbasso la Costituente, abbasso la repubblica borghese. Lo dichiarò pubblicamente il ministro Dufaure nella Assemblea costituente: Il 10 dicembre è un secondo 24 febbraio.
Piccola borghesia e proletariato avevano votato in blocco per Napoleone allo scopo di votare contro Cavaignac e di sottrarre, mediante l’unione dei voti, alla Costituente la conclusione decisiva. Intanto la parte più progressiva d’ambedue le classi poneva i proprî candidati. Napoleone era il nome collettivo di tutti i partiti coalizzati contro la repubblica borghese. Ledru-Rollin e Raspail i nomi proprî, della piccola borghesia democratica il primo, del proletariato rivoluzionario l’altro. I voti per Raspail — lo avevano dichiarato altamente i proletarî ed i loro oratori socialisti — non dovevano essere più che una dimostrazione, che altrettante proteste contro qualsivoglia presidenza, ossia contro la Costituzione stessa, che altrettanti voti contro Ledru-Rollin, che il primo atto con cui il proletariato, quale partito politico autonomo, si emancipava dal partito democratico. Questo partito, all’incontro — la piccola borghesia democratica e la sua rappresentante parlamentare, la Montagna — aveva trattato la candidatura di Ledru-Rollin con tutta la serietà, con cui esso è solennemente abituato a mistificare sè stesso. Fu del resto l’ultimo suo tentativo d’esporsi quale partito autonomo contro il proletariato. Il 10 dicembre, non il solo partito borghese repubblicano, anche la piccola borghesia democratica e la sua Montagna erano state battute.
La Francia possedeva ora accanto ad una Montagna un Napoleone; prova questa che ambidue non erano se non le caricature inanimate delle grandi realtà, di cui portavano i nomi. Col cappello imperiale e l’aquila, Luigi Napoleone non parodiava meno miserabilmente l’antico Napoleone, di quello che la Montagna non parodiasse l’antica Montagna colle sue frasi tolte a prestito al 1793 e colle sue pose demagogiche. Il bigottismo tradizionale pel 1793 si sfatò così insieme al bigottismo tradizionale per Napoleone. L’opera della rivoluzione non poteva dirsi compiuta insino a che questa non avesse conquistato il suo nome proprio, il suo nome originale; il che non erale possibile prima che la moderna classe rivoluzionaria, il proletariato industriale, non si fosse avanzata, come dominatrice, al suo proscenio. È lecito dire che, anche per tale riguardo, il 10 dicembre abbindolò la Montagna, facendo sì che venisse fuorviata nella sua propria coscienza, giacchè esso, ridendo, spezzò la classica analogia coll’antica rivoluzione, mediante un impertinente frizzo contadinesco.
Il 20 dicembre Cavaignac depose il suo ufficio e l’Assemblea Costituente proclamò Luigi Napoleone presidente della repubblica. Il 19 dicembre, ultimo giorno del suo dominio assoluto, essa aveva rigettata la proposta d’amnistia degli insorti di giugno. Revocare il decreto del 27 giugno, con cui, passando oltre il giudizio dei tribunali, aveva condannato 15.000 insorti alla deportazione, non importava forse revocare la stessa battaglia di giugno?
Odilon Barrot, l’ultimo ministro di Luigi Filippo, fu il primo ministro di Luigi Napoleone. Luigi Napoleone, come non datò il giorno del suo regime dal 10 dicembre, ma da un Senatus-consulto del 1806, così trovò un presidente di ministri, che datò il suo ministero non dal 20 dicembre, ma da un regio decreto del 24 febbraio. In qualità di legittimo erede di Luigi Filippo, Luigi Napoleone rese più mite il cangiamento di regime, mantenendo l’antico ministero, che del resto non aveva avuto il tempo di sciuparsi, dacchè non aveva trovato il tempo per entrare in vita.
Quella scelta gli era stata consigliata dai capi delle frazioni borghesi realiste. Il condottiero dell’antica opposizione dinastica, il quale aveva inconsapevolmente procurato il passaggio ai repubblicani del National, era ancor più indicato a procurare, con piena consapevolezza, il passaggio dalla repubblica borghese alla monarchia.
Odilon Barrot era il capo dell’unico antico partito d’opposizione che, avendo lottato sempre inutilmente pel portafoglio ministeriale, non si fosse ancora logorato. Con rapida vicenda, la rivoluzione aveva lanciato tutti i vecchi partiti d’opposizione al culmine dello Stato, affinch’essi avessero, non solo nel fatto, ma nella stessa frase, a rinnegare e confutare le loro vecchie frasi, venendo alla fine, tutti insieme riuniti in uno schifoso ibrido corpo, lanciati dal popolo sullo scannatoio della storia. Ed a niuna apostasia venne risparmiato questo Barrot, quest’incarnazione del liberalismo borghese, che per diciott’anni aveva celato la meschina vacuità dello spirito sotto un corretto contegno del corpo. Se, in qualche momento, egli stesso era sgomentato dal contrasto troppo stridente fra le spine attuali e gli allori del passato, un semplice sguardo entro lo specchio gli rimandava l’effigie ministeriale e l’umana ammirazione di sè medesimo. Ciò che lo specchio gli riproduceva, era Guizot, da lui sempre invidiato e che gli aveva sempre fatto da maestro, era Guizot stesso, ma Guizot colla fronte olimpica di Odilon. Ciò ch’egli non vedeva, erano gli orecchi di Mida.
Il Barrot del 24 febbraio venne a manifestarsi solamente nel Barrot del 20 dicembre. Con lui, orleanista e volteriano, faceva il paio, quale ministro del culto, il legittimista e gesuita Falloux.
Pochi giorni più tardi, il ministero dell’interno venne affidato a Leone Faucher, il malthusiano. Il diritto, la religione, l’economia politica! Tutto questo capiva in sè il ministero Barrot e, per giunta, un accordo tra legittimisti ed orleanisti. Non mancava che il bonapartista. Bonaparte dissimulava tuttora la cupidigia di significare il Napoleone, poichè Soulouque non faceva ancora la parte del Toussaint l’Ouverture.
Il partito del National venne tosto sbalzato da tutti i più alti posti, in cui erasi nicchiato. Prefettura di polizia, direzione delle poste, procura generale, mairie di Parigi, tutto fu occupato da antiche creature della monarchia. Il legittimista Changarnier ottenne i supremi comandi riuniti della guardia nazionale del dipartimento della Senna, della guardia mobile e delle truppe di linea della prima divisione militare; l’orleanista Bugeaud venne nominato comandante in capo dell’esercito delle Alpi. Questo cangiamento di funzionarî continuò ininterrotto sotto il governo Barrot. Primo atto del suo ministero fu la ristorazione dell’antica amministrazione realista. In un attimo mutò la scena ufficiale, — quinte, costumi, linguaggio, attori, figuranti, comparse, suggeritori, posizione delle parti, motivi del dramma, contenuto dell’intreccio, situazione complessiva. Sola la preistorica Assemblea costituente trovavasi ancora al suo posto. Ma nell’ora in cui l’Assemblea nazionale aveva installato Bonaparte, e Bonaparte Barrot, e Barrot Changarnier, la Francia passava dal periodo della repubblica costituenda nel periodo della repubblica costituita. Ed in repubblica costituita che stava mai a fare un’Assemblea costituente? Creato il mondo, al creatore non era rimasto che rifugiarsi nel cielo. L’Assemblea costituente era risoluta a non seguirne l’esempio; l’Assemblea nazionale era l’ultimo asilo del partito dei repubblicani borghesi. Se le erano stati strappati tutti i congegni del potere esecutivo, non le restava forse la sua onnipotenza costituente? Far valere, in qualunque circostanza, la posizione sovrana ch’essa occupava, e giovarsene per riconquistare il perduto terreno, fu il suo primo pensiero. Sloggiato il ministero Barrot da un ministero del National, ed ecco il personale realista obbligato a sgomberare tosto dai palazzi dell’amministrazione ed il personale tricolore rientrarvi trionfante! L’Assemblea nazionale aveva deliberato la caduta del ministero ed il ministero stesso offerse l’occasione dell’attacco, quale la Costituente non avrebbe potuto trovare più adatta.