Si rammenterà che Luigi Napoleone significava pei contadini: non più tasse! Eran sei giorni dacchè sedeva sullo scanno presidenziale e nel settimo, nel 27 settembre, il suo ministero propose il mantenimento dell’imposta sul sale, di cui il governo provvisorio aveva decretato l’abolizione. L’imposta sul sale divide coll’imposta sul vino il privilegio di essere il capro espiatorio del vecchio sistema finanziario francese, particolarmente agli occhi della popolazione delle campagne. All’eletto dei contadini il ministero Barrot non poteva porre sulle labbra epigramma più mordace pei suoi elettori di queste parole: ristabilimento dell’imposta sul sale! Coll’imposta sul sale, Bonaparte perdette il proprio sale rivoluzionario; — il Napoleone dell’insurrezione dei contadini evaporò quale uno scenario di nebbia non lasciando dietro a sè altro che la grande incognita dell’intrigo realista. E non era stato senz’intenzione che il ministero Barrot di un atto di mistificazione così grossolano e così privo di tatto aveva fatto il primo atto di governo del presidente.
La Costituente, dal canto suo, afferrò avidamente la doppia occasione di abbattere il ministero e di mettersi innanzi, contro l’eletto dei contadini, quale tutrice degli interessi dei contadini. Respinse la proposta del ministro delle finanze, ridusse l’imposta sul sale ad un terzo del suo primitivo ammontare, aumentando così di circa 60 milioni un deficit dello Stato di 560 milioni, ed attese tranquillamente che il ministero, dopo questo voto di sfiducia, si ritirasse. Così poca era la sua intuizione del nuovo mondo, che la circondava, e del mutamento della propria posizione. Dietro al ministero stava il presidente e dietro al presidente stavano sei milioni, che avevano deposto nell’urna elettorale altrettanti voti di sfiducia contro la Costituente. La Costituente rimandò indietro alla nazione il suo voto di sfiducia. Ridicolo baratto! Essa dimenticava che i suoi voti avevano perduto il corso forzoso. Il rigetto dell’imposta sul sale non ebbe altro effetto che di spingere a maturanza la risoluzione di Bonaparte e del suo ministero di «farla finita» colla Assemblea costituente. Incominciava quel lungo duello, che riempie l’intera seconda metà della vita della Costituente. Il 29 gennaio, il 21 marzo, il 3 maggio sono le journeés, le grandi giornate di questa crisi; sono altrettanti precursori del 13 giugno.
I francesi, come ad esempio Luigi Blanc, ravvisarono nel 29 gennaio l’apparire d’una contraddizione costituzionale, della contraddizione tra un’Assemblea nazionale sovrana, indissolubile, escita dal suffragio universale ed un presidente, responsabile verso lei secondo la lettera, ma secondo la realtà egualmente sanzionato dal suffragio e concentrante nella propria persona tutti i voti divisi e sminuzzati nei singoli membri dell’Assemblea nazionale, e oltre a ciò, tuttavia, nel pieno possesso dell’intero potere esecutivo, sopra il quale l’Assemblea incombe unicamente come potere morale. È questa un’interpretazione, che scambia la forma letterale della lotta nella tribuna, nella stampa, nei clubs col suo reale contenuto. Luigi Bonaparte contro l’Assemblea nazionale costituente non era già un potere costituzionale contro l’altro, non era già il potere esecutivo contro il legislativo, — era la stessa repubblica borghese costituita contro gli stromenti della sua costituzione, contro gli intrighi ambiziosi e le rivendicazioni ideologiche della frazione borghese rivoluzionaria, la quale l’aveva fondata ed ora, sorpresa, trovava che la sua repubblica costituita rassomigliava ad una monarchia ristorata e voleva colla forza tener fermo il periodo costituente, tenerlo fermo nelle sue condizioni, nelle sue illusioni, nel suo linguaggio, nelle sue persone, impedendo alla repubblica borghese omai matura di affacciarsi nella sua forma completa e specifica. Come l’Assemblea nazionale costituente aveva assunto le parti di Cavaignac ricadutole addosso, così Bonaparte assunse quelle dell’Assemblea nazionale legislativa, da lui non per anco dispersa, cioè dell’Assemblea nazionale della repubblica borghese costituita.
L’elezione di Bonaparte potè spiegare i suoi effetti solo in quanto al posto d’un unico nome mise innanzi i suoi significati molteplici, solo in quanto si ripetè nell’elezione della nuova Assemblea nazionale. Il mandato della vecchia era stato cassato dal 10 dicembre. Chi adunque entrò in iscena nel 29 gennaio, non furono già il presidente e l’Assemblea nazionale di una medesima repubblica, ma furono l’Assemblea nazionale della repubblica futura ed il presidente della repubblica attuale, due forze che incarnavano periodi affatto diversi nel corso della vita della repubblica; furono la piccola frazione repubblicana della borghesia, che sola poteva proclamare la repubblica, strapparla al proletariato rivoluzionario con una lotta nelle strade e col dominio del terrore e tratteggiare nella Costituzione i propri principî ideali e, dall’altra parte, tutta la massa realista della borghesia, che sola poteva dominare in questa repubblica borghese costituita, sopprimere nella Costituzione gli ingredienti ideologici e dar vita, con una propria legislazione ed una propria amministrazione, alle condizioni indispensabili per l’assoggettamento del proletariato.
Durante tutto il mese di gennaio eransi raccolti gli elementi, che fecero scoppiare l’uragano del 29 gennaio. La Costituente aveva voluto, col suo voto di sfiducia, forzare il ministero Barrot a dimettersi. Il ministero Barrot, all’incontro, propose alla Costituente di dare a sè stessa un voto di sfiducia, e di deliberare il proprio suicidio, decretando il proprio scioglimento. Rateau, uno dei deputati più oscuri, fu quegli che avanzò, dietro comando del ministero, tale proposta alla Costituente, a quella medesima Costituente, che già nell’agosto aveva risoluto di non sciogliersi insino a che non avesse emanato un’intera serie di leggi organiche, che dovessero completare la Costituzione. Il ministeriale Fould le dichiarò che il suo scioglimento era necessario appunto «pel ristabilimento del credito scosso». Ed, infatti, non iscuoteva essa il credito, prolungando il provvisorio e ponendo nuovamente in questione con Barrot Bonaparte e con Bonaparte la repubblica costituita? L’olimpico Barrot, divenuto un Orlando furioso dinanzi alla prospettiva di vedersi sfuggire di nuovo, dopo appena due settimane di godimento, la presidenza dei ministri, che gli era riescito finalmente di afferrare e che i repubblicani gli avevano prorogato già una volta per un decennio, ossia per dieci mesi, Barrot agì nel modo più tirannico contro questa miserabile Assemblea. Il termine più mite da lui usato era che «con essa non era possibile alcun avvenire». E davvero essa non rappresentava oramai che il passato. «Ell’era incapace», soggiungeva ironicamente, «di circondare la repubblica delle istituzioni necessarie al suo consolidamento.» Ed infatti, tolto di mezzo l’antagonismo esclusivo contro il proletariato, veniva in pari tempo ad infrangersi la sua energia borghese, e coll’antagonismo contro i realisti veniva a rivivere la sua energia repubblicana. Per tal modo ell’era doppiamente incapace a consolidare la repubblica borghese, che più non intuiva, mercè convenienti istituzioni.
Insieme alla proposta di Rateau, il ministero complottò l’inondazione per tutto il paese di petizioni, e giornalmente, da ogni angolo della Francia, piovvero sulla testa della Costituente palle di billets doux, in cui, più o meno categoricamente, le si chiedeva di sciogliersi e di far testamento. La Costituente, a sua volta, provocò delle contropetizioni, colle quali si faceva intimare di rimanere in vita. La lotta elettorale fra Bonaparte e Cavaignac si riproduceva in lotta di petizioni pro e contro lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Le petizioni dovevano essere il commento supplementare del 10 dicembre. Durante tutto il gennaio continuò quest’agitazione.
Nel conflitto tra la Costituente ed il presidente, la prima non poteva riferire la propria origine all’elezione universale, dacchè si faceva appello appunto contro essa al suffragio universale. Nè poteva cercare appoggio in un potere regolare, dacchè trattavasi di lotta contro il potere legale. Nè poteva abbattere il ministero con voti di sfiducia, come aveva nuovamente tentato nel 6 e 26 gennaio, dacchè il ministero non esigeva la sua fiducia. Un’unica possibilità le rimaneva, quella dell’insurrezione. Le forze combattenti dell’insurrezione erano la parte repubblicana della guardia nazionale, la guardia mobile ed i centri del proletariato rivoluzionario, i clubs. Le guardie mobili, questi eroi delle giornate di giugno, formavano nel dicembre la forza combattente organizzata delle frazioni borghesi repubblicane, allo stesso modo che, prima del giugno, gli ateliers nazionali avevano formato la forza combattente organizzata del proletariato rivoluzionario. Come la Commissione esecutiva della Costituente aveva diretto il suo attacco brutale sugli ateliers nazionali, allorquando volle farla finita colle pretese, divenute intollerabili, del proletariato; così il ministero di Bonaparte diresse l’attacco sulla guardia mobile, allorquando volle farla finita colle pretese, divenute intollerabili, delle frazioni borghesi repubblicane. Esso ordinò lo scioglimento della guardia mobile. Una metà ne fu congedata e gettata sul lastrico; l’altra ricevette un’organizzazione monarchica in sostituzione della democratica ed ebbe ribassato il soldo al livello del soldo comune delle truppe di linea. La guardia mobile venne a trovarsi nella situazione degli insorti di giugno, e quotidianamente comparivano stampate nei giornali pubbliche confessioni, in cui essa riconosceva la propria colpa di giugno e ne implorava dal proletariato l’assoluzione.
Ed i clubs? Non appena dall’Assemblea nazionale venne posto in questione Barrot, ed in Barrot il presidente, e nel presidente la repubblica borghese costituita, e nella repubblica borghese costituita la repubblica in generale, strinsero di necessità le loro file intorno ad essa tutti gli elementi costituenti della repubblica di febbraio, tutti i partiti da cui volevasi sovvertire la repubblica esistente e foggiarla, mediante un violento processo d’involuzione, a repubblica dei loro interessi e dei loro principî di classe. L’accaduto diveniva non accaduto, le cristallizzazioni del movimento rivoluzionario ritornavano allo stato fluido, la repubblica, per la quale erasi combattuto, era di bel nuovo l’indeterminata repubblica delle giornate di febbraio, dalla cui determinazione ogni partito rifuggiva. I partiti ripresero per un momento le loro antiche posizioni del febbraio, senza tuttavia partecipare alle illusioni del febbraio. I repubblicani tricolori del National si appoggiarono nuovamente sui repubblicani democratici della Réforme, spingendoli come avanguardia nelle prime file del campo di battaglia parlamentare. I repubblicani democratici si appoggiarono nuovamente ai repubblicani socialisti — nel 27 gennaio un pubblico manifesto annunciò la loro riconciliazione ed alleanza — e si prepararono nei clubs il terreno insurrezionale. A ragione la stampa ministeriale trattava i repubblicani tricolori del National da insorti del giugno risuscitati. Per sostenersi al vertice della repubblica borghese, essi posero in questione la stessa repubblica borghese. Nel 26 gennaio il ministro Faucher propose una legge sul diritto d’associazione, il cui primo paragrafo suonava: «I clubs sono vietati.» Egli presentò la mozione che questo progetto di legge venisse immediatamente portato a discussione, stante la sua urgenza. La Costituente rigettò la proposta dell’urgenza e il 27 gennaio Ledru-Rollin depose una proposta di messa in istato d’accusa del ministero per violazione della Costituzione, sottoscritta da 230 firme. La messa in istato d’accusa del ministero nel momento, in cui un simile atto non era che un’inabile rivelazione dell’impotenza del giudice, cioè della maggioranza della Camera, oppure una protesta impotente dell’accusatore contro la maggioranza medesima, — questo fu il gran colpo rivoluzionario, giocato d’allora in poi dalla postuma Montagna ad ogni punto culminante della crisi. Povera Montagna, schiacciata dal peso del proprio nome!
Blanqui, Barbès, Raspail, ecc., avevano cercato, il 15 maggio, di disperdere l’Assemblea nazionale, penetrando, alla testa del proletariato parigino, nella sala delle sue sedute. Barrot preparava alla stessa Assemblea un 15 maggio morale, mentre voleva dettarle l’autoscioglimento e chiuderne la sala delle sedute. Era la stessa Assemblea, che aveva affidato a Barrot l’inchiesta contro gli accusati di maggio e che ora, nel momento che egli le appariva di fronte quale un Blanqui realista e che essa di fronte a lui cercava i propri alleati nei clubs, presso i proletarî rivoluzionarî, nel partito di Blanqui, in questo stesso momento era torturata dall’implacabile Barrot colla proposta di sottrarre i prigionieri di maggio al giudizio dei giurati e di assegnarli al giudizio supremo, inventato dal partito del National, alla haute cour. È cosa stupefacente come l’angoscia irritata d’un portafoglio ministeriale riescisse a cavar fuori dalla testa d’un Barrot frizzi degni d’un Beaumarchais! L’Assemblea nazionale, dopo aver tentennato a lungo, accolse la sua proposta. Di fronte agli attentatori di maggio, essa rientrava nel suo carattere normale.
Come la Costituente era spinta contro il presidente ed i ministri all’insurrezione, così il presidente ed il ministero erano spinti contro la Costituente al colpo di Stato, non possedendo essi alcun mezzo legale per scioglierla. Ma la Costituente era la madre della Costituzione e la Costituzione la madre del presidente. Col colpo di Stato, il presidente lacerava la Costituzione e ne cancellava il titolo giuridico repubblicano. Per tal modo egli era forzato a tirar fuori il titolo giuridico imperialista; senonchè il titolo giuridico imperialista veniva a risvegliare l’orleanista; ambidue poi impallidivano dinanzi al titolo giuridico legittimista. La caduta della repubblica borghese non poteva che far scattare in alto il suo estremo polo contrario, la monarchia legittimista, in un momento in cui il partito orleanista era ancora nulla più che il vinto del febbraio e Bonaparte nulla più che il vincitore del 10 dicembre, in un momento in cui ambidue non potevano ancora opporre all’usurpazione repubblicana altro che il loro titolo monarchico egualmente usurpato. I legittimisti erano coscienti dell’opportunità del momento e cospiravano alla luce del sole. Nel generale Changarnier potevano sperare di aver trovato il loro Monk. L’avvento della «monarchia bianca» venne annunciato nei loro clubs con eguale pubblicità, come in quelli proletarî l’avvento della «repubblica rossa».