Con una sommossa felicemente schiacciata, il ministero sarebbe sfuggito a tutte le difficoltà. «La legalità ci uccide!» esclamava Odilon Barrot. Una sommossa avrebbe permesso di sciogliere la Costituente sotto il pretesto del salut public e di violare la stessa Costituzione. La brutale apparizione di Odilon Barrot nell’Assemblea nazionale, la proposta di scioglimento dei clubs, la rumorosa deposizione di 50 prefetti tricolori e la loro sostituzione con de’ realisti, lo scioglimento della guardia mobile, i maltrattamenti dei suoi capi da parte di Changarnier, la reinstallazione di Lherminier, il professore impossibile già sotto Guizot, la tolleranza delle millanterie legittimiste, — erano altrettante provocazioni alla sommossa. Ma la sommossa rimase muta. Essa attendeva il segnale dalla Costituente e non dal ministero.
Giunse finalmente il 29 gennaio, il giorno, in cui dovevasi decidere sulla proposta di Mathieu (de la Drôme) pel rigetto incondizionato della proposta di Rateau. Legittimisti, orleanisti, bonapartisti, guardia mobile, Montagna, clubs, tutti cospiravano in quel giorno, ciascuno non meno contro il supposto nemico che contro il supposto alleato. Bonaparte, dall’alto del cavallo, passò in rivista parte delle truppe sulla piazza della Concordia, Changarnier si metteva in scena, sfoggiando una manovra strategica; la Costituente trovò l’edificio delle sue sedute occupato militarmente. Essa, il centro, in cui s’incrociavano tutte le speranze, i timori, le attese, le agitazioni, i dissidî, le cospirazioni, essa, l’Assemblea dal cuor di leone, non ebbe un istante di esitazione, trovandosi, allora più che mai, vicina a riconfondersi collo spirito dell’universo. Era simile a quel combattente, che non solo aveva paura di adoperare le proprie armi, ma si sentiva altresì obbligato a conservare intatte le armi del nemico. Con disprezzo della morte, firmò la propria sentenza di morte e votò contro il rigetto incondizionato della proposta di Rateau. Stretta d’assedio essa stessa, pose così un termine a quell’attività costituente che aveva avuto per cornice necessaria lo stato d’assedio di Parigi. Essa si vendicò in modo degno di sè, stabilendo, nel giorno successivo, un’inchiesta sullo spavento, che il ministero le aveva cacciato in corpo nel 29 gennaio. La Montagna dimostrò la sua mancanza d’energia rivoluzionaria e d’intelligenza politica col lasciarsi sfruttare dal partito del National, quasi da banditore della pugna, in questa grande commedia d’intrigo. Il partito del National aveva fatto l’ultimo tentativo per continuare a tenere il monopolio del dominio posseduto durante il periodo di formazione della repubblica borghese. Ed era naufragato.
Se nella crisi di gennaio si trattava dell’esistenza della Costituente, nella crisi del 21 marzo si trattò dell’esistenza della Costituzione; là delle persone del partito nazionale, qua del suo ideale. Non era mestieri d’alcuna dichiarazione che i repubblicani honnêtes sacrificavano più a buon mercato l’elevato sentimento della loro ideologia che non il godimento mondano del potere governativo.
Il 21 marzo stava all’ordine del giorno dell’Assemblea nazionale il progetto di legge di Faucher contro il diritto d’associazione: la soppressione dei clubs. L’articolo 8 della Costituzione guarentiva a tutti i francesi il diritto d’associarsi. Il divieto dei clubs era adunque una violazione non equivoca della Costituzione e la Costituente medesima era chiamata a canonizzare la profanazione dei suoi santi. Senonchè i clubs erano i punti di riunione, le sedi di cospirazione del proletariato rivoluzionario. La stessa Assemblea nazionale aveva proibito la coalizione degli operai contro i loro borghesi. E che altro erano i clubs se non una coalizione del complesso della classe dei lavoratori contro il complesso della classe borghese, che la formazione d’uno Stato di lavoratori contro lo Stato borghese? Non erano essi altrettante Assemblee costituenti del proletariato ed altrettante divisioni dell’esercito della rivolta, pronte al combattimento? Ciò che la Costituzione doveva anzitutto costituire era il dominio della borghesia. Evidentemente, adunque, sotto il diritto d’associazione la Costituzione poteva considerare quelle sole associazioni, che si trovavano in consonanza col dominio della borghesia, ossia coll’ordinamento borghese. Se essa, per uno scrupolo teorico, usava espressioni generiche, non eran qui governo ed Assemblea nazionale per interpretarla ed applicarla nel caso speciale? E se nell’epoca primitiva della repubblica i clubs erano in fatto vietati dallo stato d’assedio, non dovevano essi, nella repubblica regolare, nella repubblica costituita, essere vietati dalla legge? A questa prosaica interpretazione della Costituzione, i repubblicani tricolori nulla avevano da obbiettare, fuorchè la frase eccessiva della Costituzione. Parte d’essi, Pagnerre, Duclerc, ecc., votò pel ministero, procurandogli così la maggioranza. L’altra parte, coll’arcangelo Cavaignac ed il padre della chiesa Marrast alla testa, dopochè l’articolo pel divieto dei clubs era passato, si ritirò, unitamente a Ledru-Rollin ed alla Montagna, in una sala particolare d’ufficio, e «tennero consiglio». La Assemblea nazionale era paralizzata: non aveva più il numero legale. In buon punto si rammentò dal signor Crémieux, nella sala dell’ufficio, che di qui il cammino conduceva direttamente sulla strada e che non s’era più nel febbraio 1848, ma si contava marzo 1849. Improvvisamente illuminato, il partito del National ritornò nella sala delle sedute dell’Assemblea nazionale e dietro ad esso la Montagna ancora una volta abbindolata, poichè, nel suo costante tormento d’appetiti rivoluzionarî, si attaccava con pari costanza ad opportunità costituzionali e si sentiva sempre ancor meglio a suo posto dietro ai repubblicani borghesi che non davanti al proletariato rivoluzionario. Così la commedia era recitata. E la Costituente stessa aveva decretato, che la violazione della lettera della Costituzione fosse l’unica attuazione conforme al suo spirito.
Un solo punto rimaneva ancora da regolare: il contegno della repubblica costituita verso la rivoluzione europea: la sua politica estera. Un’insolita animazione regnava l’8 maggio 1849 nell’Assemblea costituente, la cui vita doveva cessare tra pochi giorni. L’attacco di Roma da parte dell’esercito francese, la sconfitta di questo da parte dei romani, l’infamia politica ed il biasimo militare del fatto, l’assassinio della repubblica romana per opera della repubblica francese, la prima campagna italiana del secondo Bonaparte, ecco quanto stava all’ordine del giorno. La Montagna era nuovamente escita fuori colla sua gran giocata: Ledru-Rollin aveva deposto sul tavolo presidenziale l’inevitabile atto d’accusa contro il ministero ed anche, questa volta, contro Bonaparte.
Il motivo dell’8 maggio si ripetè più tardi come motivo del 13 giugno. Ma spieghiamoci sulla spedizione romana.
Già, a mezzo novembre 1848, era stata spedita da Cavaignac a Civitavecchia una flotta di guerra, a fine di proteggere il papa, prenderlo a bordo e sbarcarlo in Francia. Il papa doveva benedire la repubblica honnête ed assicurare l’elezione di Cavaignac a presidente. Col papa, Cavaignac voleva pigliare all’amo i preti, coi preti i contadini e coi contadini la presidenza. Pel suo fine prossimo di réclame elettorale, la spedizione di Cavaignac era nello stesso tempo una protesta ed una minaccia contro la rivoluzione romana. V’era in essa in germe l’intervento della Francia a favore del papa.
Tale intervento a pro del papa insieme all’Austria e a Napoli contro la repubblica romana venne deliberato nella prima seduta del Consiglio dei ministri di Bonaparte, il 23 dicembre. Falloux nel ministero significava il papa in Roma e nella Roma del papa. Bonaparte non aveva più bisogno del papa per diventare il presidente dei contadini, ma aveva bisogno dei conservatori del papa per conservare i contadini del presidente. Era alla dabbenaggine di questi ch’egli doveva la sua presidenza. Colla fede se ne sarebbe andata anche la loro dabbenaggine e la loro fede se ne andava col papa E gli orleanisti ed i legittimisti coalizzati, che dominavano in nome di Bonaparte! Prima di restaurare il re, era d’uopo restaurare il potere che consacra i re. Prescindendo dal loro realismo — senza l’antica Roma, soggetta al suo dominio temporale, non più papa; senza il papa, non più cattolicismo; senza il cattolicismo, non più religione francese; e senza religione, che sarebbe avvenuto della vecchia società francese? La ipoteca, posseduta dal contadino sui beni celesti, guarentisce l’ipoteca posseduta dal borghese sui beni del contadino. La rivoluzione romana era, per conseguenza, un attentato contro la proprietà, contro l’ordinamento borghese, temibile quanto la rivoluzione di giugno. Il ripristino del dominio borghese in Francia sollecitava la ristorazione del dominio papale in Roma. Insomma, nei rivoluzionarî romani si colpivano gli alleati dei rivoluzionarî francesi; l’alleanza delle classi controrivoluzionarie nella repubblica francese costituita venne a completarsi necessariamente nell’alleanza della repubblica francese colla Santa Alleanza, con Napoli ed Austria. La deliberazione del Consiglio dei ministri del 23 dicembre non era un mistero per la Costituente. Già l’8 gennaio Ledru-Rollin aveva interpellato sovra essa il ministero; il ministero aveva negato, l’Assemblea era passata all’ordine del giorno. Era fiducia nelle parole del ministero? Noi sappiamo ch’essa s’era data lo spasso, durante tutto il mese di gennaio, di votargli la sfiducia. Ma se ad esso era propria la parte del mentire, la parte di lei era di simular fede alle sue menzogne, salvando con ciò i déhors repubblicani.
Frattanto il Piemonte era battuto, Carlo Alberto aveva abdicato, l’esercito austriaco bussava alle porte di Francia. Ledru-Rollin interpellò violentemente. Il ministero dimostrò che nell’Italia settentrionale esso non aveva fatto che proseguire la politica di Cavaignac e che Cavaignac non aveva fatto che proseguire la politica del governo provvisorio, cioè di Ledru-Rollin. Questa volta esso raccolse dall’Assemblea nazionale nientemeno che un voto di fiducia e venne autorizzato ad occupare temporaneamente un’opportuna posizione nell’alta Italia a fine di preparare con ciò un agguato alle pacifiche trattative coll’Austria sull’integrità del territorio sardo e sulla questione romana. È noto che il destino d’Italia viene deciso sui campi di battaglia dell’alta Italia. Alla caduta della Lombardia e del Piemonte sarebbe adunque seguita la caduta di Roma, ovvero la Francia sarebbe stata obbligata a dichiarare la guerra all’Austria e, per conseguenza, alla controrivoluzione europea. Pigliò l’Assemblea d’un tratto il ministero Barrot per l’antico Comitato di salute pubblica? O sè stessa per la Convenzione? A che adunque l’occupazione militare di una posizione nell’alta Italia? Sotto questo velo trasparente si celava la spedizione contro Roma.
Il 14 aprile 14.000 uomini salpavano, sotto Oudinot, alla volta di Civitavecchia; il 16 aprile l’Assemblea nazionale accordò al ministero un credito di franchi 1.200.000 per mantenere durante tre mesi una flotta, che intervenisse nel Mediterraneo. Per tal modo essa diede al ministero tutti i mezzi per intervenire contro Roma, mentre aveva un contegno come di chi gli accordasse l’intervento contro l’Austria. Essa non vedeva ciò che il ministero faceva; udiva solamente ciò ch’ei diceva. Tanta fede mai non si sarebbe trovata in Israello; la Costituente era caduta in tale situazione, da non permettersi di sapere quanto la repubblica costituita dovesse fare.