Finalmente l’8 maggio si rappresentò l’ultima scena della commedia: la Costituente invitò il ministero a pronte misure, che riconducessero la spedizione italiana allo scopo tenutole nascosto. Bonaparte, nella sera stessa, fece inserire nel Moniteur una lettera, in cui prodigava ad Oudinot la massima riconoscenza. L’11 maggio l’Assemblea nazionale rigettò l’atto di accusa contro il medesimo Bonaparte ed il suo ministero. E la Montagna che, in luogo di lacerare questo tessuto d’inganni, pigliava in modo tragico la commedia parlamentare, per recitarvi essa stessa la parte di Fouquier Tinville, non tradiva essa, sotto la pelle leonina presa a prestito dalla Convenzione, il cuoio originario di vitello piccolo borghese!
L’ultima metà della vita della Costituente si riassume così: essa ammette, il 29 gennaio, che le frazioni borghesi realiste sono i superiori naturali della repubblica da essa costituita; il 21 marzo, che la violazione della Costituzione ne è la realizzazione; e l’11 maggio che l’alleanza passiva della repubblica francese coi popoli in lotta, ampollosamente annunciata, significa la sua alleanza attiva colla controrivoluzione europea.
Questa miserabile Assemblea abbandonò la scena, dopo essersi procurata, due giorni ancora prima, dell’anniversario della sua nascita, la soddisfazione di respingere la proposta d’amnistia degli insorti di giugno. Spezzata la sua potenza, dal popolo odiata mortalmente, respinta, malmenata, gettata sdegnosamente da parte dalla borghesia, di cui era la creatura, forzata a rinnegare nella seconda metà della propria esistenza la prima metà, spogliata delle sue illusioni repubblicane, nulla di grande avendo fondato nel passato, nulla sperando nell’avvenire, consumandosi a frusto a frusto e pur tuttavia vivendo, essa non riescì che a galvanizzare ancora il proprio cadavere, mentre insistentemente rivendicava a sè la vittoria del giugno e riviveva questo supplemento di vita, affermandosi col ripetere continuamente la condanna dei condannati. Vampiro, che visse del sangue degli insorti di giugno!
Essa lasciò dietro a sè il deficit dello Stato ingrossato dalle spese dell’insurrezione di giugno, dalla soppressione dell’imposta sul sale, dalle indennità che aveva assegnate ai possessori di piantagioni in seguito all’abolizione della schiavitù dei negri, dalle spese della spedizione romana, dalla soppressione dell’imposta sul vino, da lei deliberata mentre già trovavasi in agonia, come un vecchio maligno, lieto di addossare all’erede, che ride, un debito d’onore compromettente.
Dal principio di marzo era incominciata l’agitazione per le elezioni dell’Assemblea nazionale legislativa. Due gruppi principali stavano di fronte: il partito dell’«ordine» ed il partito democratico socialista o «partito rosso»; in mezzo ad essi, gli «amici della Costituzione», sotto il qual nome dai repubblicani tricolori del National si cercava di rappresentare un partito. Il partito dell’ordine s’era formato immediatamente dopo le giornate di giugno; fu solo da quando il 10 dicembre avevagli concesso di respingere da sè la consorteria del National, dei repubblicani borghesi, che si era rivelato il segreto della sua esistenza: la coalizione degli orleanisti e dei legittimisti in un unico partito. La classe borghese s’era scissa in due grandi frazioni, che alternativamente, — la grande proprietà fondiaria sotto la monarchia restaurata, l’aristocrazia finanziaria e la borghesia industriale sotto la monarchia di luglio, — avevano sostenuto il monopolio del dominio. Borbone era il nome regio per l’influenza preponderante degli interessi dell’una, Orleans il nome regio per l’influenza preponderante degli interessi dell’altra frazione; — il regno anonimo della repubblica era l’unico, in cui ambedue le frazioni potessero sostenere, in equilibrio di dominio, il comune interesse di classe, senza rinunciare alla rivalità reciproca. Se la repubblica borghese altro non poteva essere se non il dominio perfezionato e nettamente disegnato dell’assieme della classe borghese, poteva essa essere, adunque, altra cosa che il dominio degli orleanisti completati dai legittimisti e dei legittimisti completati dagli orleanisti, che la sintesi della ristorazione e della monarchia di luglio? I repubblicani borghesi del National non rappresentavano alcuna grande frazione della loro classe, che riposasse su basi economiche. Il loro significato, il loro titolo storico stavano unicamente nell’avere sotto la monarchia, contro le due frazioni borghesi che non concepivano se non il loro regime particolare, fatto valere il regime universale della classe borghese, il regno anonimo della repubblica, ch’essi andavano idealizzando, ornandolo d’antiquati arabeschi, ma nel quale, avanti ogni cosa, salutavano il dominio della loro consorteria. Se il partito del National s’illudeva nel proprio giudizio, allorchè contemplava al culmine della repubblica da esso fondata realisti coalizzati, non s’ingannavano meno anche costoro circa il fenomeno del loro dominio riunito. Essi non arrivavano a comprendere che, se ciascuna delle loro frazioni considerata isolatamente, in sè, era realista, il prodotto della loro combinazione chimica non poteva, di necessità, che essere repubblicano; che, insomma la monarchia bianca e l’azzurra dovevano neutralizzarsi nella repubblica tricolore. Dacchè l’antagonismo col proletariato rivoluzionario e colle classi di transizione, sospinte ognora più intorno a questo come a loro centro, costringeva le frazioni del partito dell’ordine a mettere in mostra la loro forza riunita ed a mantenere l’organizzazione di tale forza riunita, ciascuna di esse era obbligata a far valere, contro le velleità di ristorazione e di supremazia dell’altra, il dominio comune, la forma repubblicana, cioè del dominio borghese. Vediamo, così, questi realisti, credenti dapprima in una ristorazione immediata, conservatori rabbiosi più tardi della forma repubblicana, pur caricandola d’invettive atroci a fior di labbra, venire da ultimo a riconoscere solo possibile per essi l’accomodamento entro la repubblica, col rinvio della ristorazione a tempo indeterminato. Il godimento effettivo del dominio riunito aveva rafforzato ciascuna delle due frazioni e resala ancor più impotente e riluttante a sottomettersi all’altra, ch’è quanto dire a restaurare la monarchia.
Il partito dell’ordine proclamò direttamente nel suo programma elettorale il dominio della classe borghese, ossia il mantenimento delle condizioni di vita del costei dominio, cioè della proprietà, della famiglia, della religione, dell’ordine! Esso presentava il suo dominio di classe e le condizioni del suo dominio di classe naturalmente quale dominio della civiltà e quali condizioni necessarie alla produzione materiale, nonchè ai rapporti di scambi sociali, emananti da questa. Il partito dell’ordine disponeva di enormi mezzi pecuniarî, aveva organizzato succursali proprie in tutta la Francia, aveva ai suoi stipendi tutti quanti gli ideologi della vecchia società, si giovava dell’influenza del potere del Governo vigente, possedeva un esercito di vassalli gratuiti nell’intera massa dei piccoli borghesi e contadini che, tuttora lontani dal movimento rivoluzionario, trovavano nei grandi dignitarî della proprietà i naturali rappresentanti della loro piccola proprietà e delle piccole preoccupazioni di questa; esso, rappresentato in tutto il paese da un numero infinito di piccoli re, poteva punire il rigetto dei suoi candidati come un’insurrezione, congedare gli operai ribelli, i famigli di fattoria, i domestici, i commessi, gli impiegati ferroviarî, gli scrivani, tutti i funzionarî alla sua dipendenza borghese. Poteva, infine, tener viva qua e là l’illusione, che la Costituente repubblicana avesse impedito al Bonaparte del 10 dicembre la rivelazione delle costui forze miracolose. Nel partito dell’ordine non abbiamo compreso i bonapartisti. Questi non erano una frazione seria della classe borghese, sibbene una accolta d’invalidi vecchi e superstiziosi e di cavalieri di ventura, giovani e miscredenti. — Nelle elezioni vinse il partito dell’ordine, che mandò nell’Assemblea legislativa la gran maggioranza.
Contro la classe borghese controrivoluzionaria coalizzata era naturale che le parti già rivoluzionarie della piccola borghesia e della classe dei contadini si alleassero col gran dignitario degli interessi rivoluzionarî, col proletariato rivoluzionario. Noi vedemmo come le disfatte parlamentari avessero spinto i capi democratici della piccola borghesia nel parlamento, ossia la Montagna, verso i capi socialisti del proletariato e come la vera piccola borghesia fuori del parlamento era stata spinta dai concordats à l’amiable, dalla brutale realizzazione degli interessi borghesi, dalla bancarotta, verso i veri proletarî. Il 27 gennaio, Montagna e socialisti avevano celebrato la loro riconciliazione; nel gran banchetto del febbraio 1849 riconfermarono il loro trattato d’alleanza. Il partito sociale ed il democratico, quello dei lavoratori e quello dei piccoli borghesi, eransi uniti in partito sociale-democratico, ossia in partito «rosso».
Paralizzata per un istante dall’agonia susseguita alle giornate di giugno, la repubblica francese era passata, dopo la soppressione dello stato d’assedio, attraverso una serie continuata d’agitazioni febbrili. Dapprima la lotta per la presidenza, poi la lotta del presidente colla Costituente, la lotta pei clubs, il processo di Bourges, che di fronte alle piccole figure del presidente, dei realisti coalizzati, dei repubblicani honnêtes, della Montagna democratica, dei socialisti dottrinarî del proletariato, fece apparire i veri rivoluzionarî di questo come mostri d’altri tempi, quali solo un diluvio può lasciare indietro sulla superficie sociale o quali unicamente possono precedere un diluvio sociale, — l’agitazione elettorale, il supplizio degli assassini di Bréa, i continuati processi di stampa, i violenti interventi polizieschi del governo nei banchetti, le arroganti provocazioni realiste, l’esposizione alla berlina dell’effigie di Luigi Blanc e di Caussidière, il conflitto ininterrotto fra la repubblica costituita e la Costituente, — per cui, ad ogni momento, il vincitore era mutato in vinto, il vinto in vincitore, ed in un attimo si rovesciavano la posizione dei partiti e delle classi, le loro divisioni ed alleanze, — il rapido cammino della controrivoluzione europea, la gloriosa lotta ungherese, le levate di scudi in Germania, la spedizione romana, l’ignominiosa disfatta dell’esercito francese davanti a Roma, — in questo turbine di movimento, in questa tormenta d’inquietudine storica, in questo drammatico flusso e riflusso di passioni, speranze, disillusioni rivoluzionarie, i periodi d’evoluzione dovevano contarsi dalle diverse classi della società francese non più a mezzi secoli come prima, ma a settimane. Una parte notevole dei contadini e delle provincie era rivoluzionata. Non solo avevano perduto le illusioni circa il Napoleone, ma il partito rosso offriva loro al posto del nome la sostanza, al posto della speciosa esenzione dalle imposte la rifusione dei miliardi pagati ai legittimisti, il regolamento dell’ipoteca e l’abolizione dell’usura.
L’esercito stesso era preso dal contagio della febbre rivoluzionaria. Votando per Bonaparte aveva creduto votare per la vittoria ed ei gli aveva dato la disfatta. Aveva creduto votare pel «piccolo caporale», dietro al quale si cela il gran generale rivoluzionario, ed ei restituivagli i grandi generali, dietro ai quali si nasconde il caporale adatto a portar le uose. Niun dubbio che il partito rosso, ossia il partito democratico coalizzato, dovesse celebrare, se non la vittoria, almeno grandi trionfi; che Parigi, che l’esercito, che gran parte delle provincie avrebbero votato per esso. Il capo della Montagna, Ledru-Rollin, venne eletto da tre dipartimenti; una vittoria, che non fu riportata da alcun capo del partito dell’ordine, da alcun nome del partito propriamente proletario. Tale elezione ci svela l’enigma del partito democratico-socialista. Se la Montagna, questa avanguardia parlamentare della piccola borghesia democratica, era forzata da una parte ad allearsi coi dottrinarî socialisti del proletariato — ed il proletariato, forzato a rifarsi con vittorie intellettuali della spaventosa disfatta materiale del giugno e dall’evoluzione delle rimanenti classi, mantenuto tuttora nell’incapacità d’afferrare la dittatura rivoluzionaria, doveva gettarsi in braccio ai dottrinarî della sua emancipazione, ai fondatori di sette socialiste, — dall’altra parte i contadini rivoluzionarî, l’esercito, le provincie si ponevano dietro la Montagna, che divenne così la condottiera nel campo dell’esercito rivoluzionario, avendo eliminato, in seguito all’intesa coi socialisti, ogni antagonismo nel partito rivoluzionario. Nell’ultima metà della vita della Costituente, essa ne aveva assunto il pathos repubblicano, facendo dimenticare i suoi peccati durante il governo provvisorio, durante la Commissione esecutiva, durante le giornate di giugno. A misura che il partito del National, in consonanza al suo mezzo carattere, lasciavasi comprimere dal ministero realista, il partito della Montagna, abbandonato in un canto durante l’onnipotenza del National, si rialzava e si faceva valere quale rappresentante parlamentare della rivoluzione. In fatto, il partito del National non aveva da schierare contro le altre frazioni realiste più che personalità ambiziose ed illusioni idealiste. Il partito della Montagna, all’incontro, rappresentava una massa oscillante tra la borghesia ed il proletariato, gli interessi materiali della quale reclamavano istituzioni democratiche. Di fronte perciò ai Cavaignac ed ai Marrast, Ledru-Rollin e la Montagna si trovavano nella verità della rivoluzione ed attingevano dalla coscienza di tale situazione tanto maggior animo, quanto più la manifestazione dell’energia rivoluzionaria era circoscritta ad incidenti parlamentari, a presentazioni di atti d’accusa, ad intimazioni, ad ingrossamenti di voce, a discorsi reboanti, ad esagerazioni, che non si spingevano ad di là della frase. I contadini si trovavano a un dipresso nella medesima situazione dei piccoli borghesi, avendo a un dipresso le medesime rivendicazioni sociali da porre innanzi. Tutti i ceti medî della società, una volta cacciati entro il movimento rivoluzionario, dovevano necessariamente trovare in Ledru-Rollin il loro eroe; Ledru-Rollin era il personaggio della piccola borghesia democratica. In opposizione al partito dell’ordine, dovevano, immediatamente di poi, essere sospinti in prima fila i riformatori di quest’ordine, metà conservatori, metà rivoluzionarî e in tutto utopisti.
Il partito del National, gli amici della Costituzione quand même, i repubblicains purs et simples furono completamente battuti nelle elezioni. Una leggera minoranza d’essi entrò nella Camera legislativa; i loro capi più noti scomparvero dalla scena; perfino Marrast, il redattore in capo e l’Orfeo della repubblica honnête.