Il 29 maggio si radunò l’Assemblea legislativa; l’11 giugno si rinnovò la collisione dell’8 maggio. Ledru-Rollin depose, in nome della Montagna, un atto d’accusa contro il presidente ed il ministero per violazione della Costituzione e pel bombardamento di Roma. Il 12 giugno l’Assemblea legislativa rigettò l’atto d’accusa, come l’aveva rigettato l’11 maggio l’Assemblea costituente, ma il proletariato spinse questa volta la Montagna sulla strada, ossia, non ad un combattimento di strada, ma solo ad una processione. Basta dire che la Montagna stava alla testa di questo movimento, per sapere che il movimento fu vinto e che il giugno 1849 riescì una caricatura altrettanto ridicola quanto indecente del giugno 1848. La gran ritirata del 13 giugno non fu oscurata se non dall’ancor più grande rapporto fatto sul combattimento da Changarnier, da questo grand’uomo improvvisato dal partito dell’ordine. Ogni epoca sociale ha d’uopo di grandi uomini e, se non ne trova, li inventa, come dice Helvetius.
Nel 20 dicembre esisteva una metà sola della repubblica costituita, il presidente; il 29 maggio essa venne completata coll’altra metà, coll’Assemblea legislativa. Nel giugno 1848 la repubblica borghese, che si costituiva, erasi inscritta nel registro-nascite della storia con una indescrivibile battaglia contro il proletariato; nel giugno 1849 vi s’inscrisse la repubblica borghese costituita con un’innominabile commedia fatta alla piccola borghesia. Il giugno 1849 fu la Nemesi del 1848. Nel 1849 non furono vinti gli operai, ma furono abbattuti i piccoli borghesi, posti tra quelli e la rivoluzione. Il giugno 1849 non fu la tragedia sanguinosa fra il lavoro salariato ed il capitale, ma fu la miserabile farsa, a base d’imprigionamenti, fra debitore e creditore. Il partito dell’ordine aveva vinto; era onnipotente, e doveva ora mostrare ciò ch’esso era.
III. Dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850. (Dal fascicolo III).
Il 20 dicembre la testa di Giano della repubblica costituzionale non aveva ancora mostrato che una sola faccia, la faccia esecutiva, coi tratti scialbi ed insipidi di Luigi Bonaparte; il 29 maggio mostrò la seconda faccia, la legislativa, cosparsa delle stimmate lasciatevi dalle orgie della ristorazione e della monarchia di luglio. Coll’Assemblea nazionale legislativa compievasi il fenomeno della repubblica costituzionale, cioè della forma repubblicana dello Stato, nella quale è costituito il dominio della classe borghese, il dominio comune, quindi, d’ambedue le grandi frazioni realiste componenti la borghesia francese, dei legittimisti ed orleanisti coalizzati, del «partito dell’ordine». Nel tempo stesso che la repubblica francese passava per tal modo in proprietà alla coalizione, ai partiti realisti, la coalizione europea delle potenze controrivoluzionarie intraprendeva una crociata generale contro le ultime posizioni di rifugio delle rivoluzioni di marzo. La Russia invase l’Ungheria, la Prussia marciò contro l’esercito costituzionale e Oudinot bombardò Roma. La crisi europea tendeva evidentemente verso un polo decisivo; gli occhi di tutta Europa si rivolgevano su Parigi e gli occhi di tutta Parigi sull’Assemblea legislativa.
Alla tribuna di questa salì alli 11 giugno Ledru-Rollin. Non tenne un discorso; formulò una requisitoria contro i ministri, nuda, senza fronzoli, oggettiva, concisa, violenta.
L’attacco a Roma è un attacco alla Costituzione, l’attacco alla repubblica romana un attacco alla repubblica francese. L’articolo V della Costituzione suona: «La repubblica francese non adopera mai le proprie forze combattenti contro la libertà di qualsivoglia popolo» — ed il presidente adopera l’esercito francese contro la libertà romana. L’articolo IV della Costituzione vieta al potere esecutivo di dichiarare ovunque una guerra, senza l’assenso dell’Assemblea nazionale. La deliberazione della Costituente dell’8 maggio impone espressamente ai ministri di ricondurre al più presto la spedizione romana alla sua destinazione originaria, proibisce quindi loro non meno espressamente la guerra contro Roma, — ed Oudinot bombarda Roma. Così evocò Ledru-Rollin la Costituzione stessa quale testimone a carico contro Bonaparte ed i suoi ministri. Egli, il tribuno della Costituzione, lanciò alla maggioranza realista dell’Assemblea nazionale questa minacciosa dichiarazione: «I repubblicani sapranno provvedere al rispetto della Costituzione con tutti i mezzi, sia pure colla forza delle armi!» — «Colla forza delle armi!», replicò l’eco centuplicata della Montagna. La maggioranza rispose con un tumulto spaventoso, il presidente dell’Assemblea nazionale richiamò Ledru-Rollin all’ordine, Ledru Rollin ripetè la dichiarazione provocatrice e depose, da ultimo, sul tavolo presidenziale la proposta di mettere Bonaparte ed i suoi ministri in istato d’accusa. Con 361 contro 203 voti, l’Assemblea nazionale deliberò di passare, pel bombardamento di Roma, all’ordine del giorno puro e semplice.
Credeva Ledru-Rollin di poter battere l’Assemblea nazionale colla Costituzione, il presidente coll’Assemblea nazionale?
La Costituzione certamente vietava ogni attacco alla libertà di popoli stranieri, ma ciò che l’esercito francese attaccava a Roma era, secondo il ministero, non la «libertà», bensì il «dispotismo dell’anarchia». Non aveva ancora compreso la Montagna, a dispetto di tutte le esperienze nell’Assemblea costituente, che la interpretazione della Costituzione non ispettava a coloro che l’avevano fatta, ma solamente oramai a coloro che l’avevano accettata? Che il suo testo doveva venire inteso in un senso che la tenesse in vita e che il senso borghese era l’unico che potesse tenerla in vita? Che Bonaparte e la maggioranza realista dell’Assemblea nazionale erano gli interpreti naturali della Costituzione, come il prete è l’interprete naturale della Bibbia ed il giudice l’interprete naturale della legge? Poteva l’Assemblea nazionale, uscita appunto allora allora dal grembo delle elezioni generali, sentirsi vincolata dalla disposizione testamentaria della defunta Costituente, la cui volontà, mentr’era in vita, era stata spezzata da un Odilon Barrot? Mentre Ledru-Rollin si richiamava alla risoluzione della Costituente dell’8 maggio, aveva egli dimenticato che dalla medesima Costituente era stata rigettata, alli 11 maggio, la sua prima proposta di messa in istato d’accusa di Bonaparte e dei suoi ministri, erano stati assolti il presidente ed i ministri, era stato così sanzionato come «costituzionale» l’attacco su Roma; aveva egli dimenticato che il suo non era che un appello contro un giudizio già deciso e che, finalmente, egli appellava dalla Costituente repubblicana alla Legislativa realista? È la Costituzione stessa, che chiama l’insurrezione in aiuto, quando, in uno speciale articolo, invita ciascun cittadino a difenderla. Di quest’articolo facevasi forte Ledru-Rollin. Ma non sono forse, in pari tempo, organizzati a difesa della Costituzione i pubblici poteri e la violazione della Costituzione non incomincia essa solo dal momento, in cui l’uno dei pubblici poteri costituzionali si ribella contro l’altro? Ed il presidente della repubblica, i ministri della repubblica, l’Assemblea nazionale della repubblica si trovavano in completa armonia.
Ciò che tentava la Montagna nell’11 giugno era «un’insurrezione entro i confini della ragion pura», cioè un’insurrezione prettamente parlamentare. La maggioranza dell’Assemblea doveva, intimidita dalla prospettiva d’un’insurrezione armata delle masse popolari, infrangere in Bonaparte e nei ministri la sua propria potenza ed il significato della sua propria elezione. Non aveva la Costituente tentato egualmente di cassare l’elezione di Bonaparte, allorquando insisteva con tanta ostinazione pel congedo del ministero Barrot-Falloux?
Nè al tempo della Convenzione erano mancati i precedenti d’insurrezioni parlamentari, che avevano d’improvviso rovesciate dalle basi le proporzioni della maggioranza e della minoranza — e non doveva riescire alla giovane Montagna ciò ch’era riescito alla vecchia? — nè le contingenze del momento apparivano sfavorevoli ad un’impresa di tal fatta. La sovreccitazione popolare aveva raggiunto in Parigi un grado di tensione, che dava da pensare; l’esercito sembrava non ben disposto verso il governo, a giudicarne dai suoi voti nelle elezioni; la maggioranza legislativa stessa era ancor troppo giovane per aver potuto consolidarsi ed era, nello stesso tempo, composta di gente in età. Se alla Montagna fosse riescita un’insurrezione parlamentare, il timone dello Stato veniva, senz’altro, a caderle nelle mani. Dal canto suo, la piccola borghesia democratica, come sempre, nulla desiderava più ardentemente che di vedere combattuta la lotta al disopra delle sue teste, nelle nubi, fra gli spiriti solitarî del Parlamento. Infine ambedue, la piccola borghesia democratica e la Montagna sua rappresentante, avrebbero, con un’insurrezione parlamentare, raggiunto il loro grande fine, quello di spezzare la potenza della borghesia, senza scatenare il proletariato, oppure non lasciandolo affacciarsi nello sfondo; il proletariato sarebbe stato utilizzato, senza ch’esso divenisse pericoloso.