Dopo il voto dell’Assemblea nazionale dell’11 giugno, ebbe luogo un convegno tra alcuni membri della Montagna ed i delegati delle Società operaie segrete. Questi ultimi incalzavano perchè si avesse a menar le mani già in quella sera stessa. La Montagna rigettò risolutamente la proposta. A nessun prezzo essa voleva lasciarsi tôr di pugno la direzione; i suoi alleati le erano sospetti non meno degli avversarî, ed a ragione. Il ricordo del giugno 1848 aleggiava, più vivo che mai, nelle file del proletariato parigino. Tuttavia questo era incatenato all’alleanza colla Montagna, che rappresentava la maggior parte dei dipartimenti, spingeva la propria influenza fin nell’esercito, disponeva della parte democratica della guardia nazionale, aveva la potenza morale della bottega dietro di sè. Incominciare l’insurrezione in questo momento contro il volere di essa, significava pel proletariato, decimato per giunta dal colera, cacciato fuor di Parigi in massa ragguardevole dalla disoccupazione, ripetere senz’utilità le giornate del giugno 1848, mentre mancava la situazione di fatto, che aveva spinto alla lotta estrema. I delegati proletarî adottarono l’unica decisione che fosse ragionevole. Obbligarono la Montagna a compromettersi, cioè ad escir fuori dai confini della lotta parlamentare, nel caso in cui il suo atto d’accusa venisse respinto. Durante tutto il 13 giugno, il proletariato mantenne lo stesso posto di scettica osservazione e stette in aspettativa d’una mischia ingaggiata seriamente, irretrattabile, fra la guardia nazionale democratica e l’esercito, per indi precipitare sè stesso nella lotta e sospingere la rivoluzione al di là dello scopo piccolo borghese, che essa celava in sè. Per l’eventualità della vittoria, era già formata la Comune proletaria, che doveva affacciarsi accanto al Governo ufficiale. Gli operai parigini avevano imparato alla scuola sanguinosa del giugno 1848.
Il 12 giugno, fu lo stesso ministro Lacrosse, che presentò all’Assemblea legislativa la proposta di passar tosto alla discussione dell’atto d’accusa. Durante la notte, il governo aveva preso tutte le disposizioni per la difesa e per l’attacco; la maggioranza dell’Assemblea nazionale era risoluta a spingere la minoranza ribelle sulla strada; la minoranza stessa non poteva più ritirarsi; il dado era tratto; 377 voti contro 8 respinsero l’atto d’accusa; la Montagna, ch’erasi astenuta, si rovesciò rumoreggiando nelle sale di progaganda della «Democrazia pacifica», negli uffici giornalistici della Démocratie pacifique.
Il suo allontanamento dal palazzo parlamentare ne spezzò la forza, come l’allontanamento dalla terra aveva spezzata la forza d’Anteo, suo figlio gigante. Sansoni negli ambienti dell’Assemblea legislativa, coloro non erano più che «filistei» negli ambienti della «Democrazia pacifica». Si svolse una discussione lunga, rumorosa, disordinata. La Montagna era decisa a strappare il rispetto alla Costituzione con tutti i mezzi, «eccetto che colla forza delle armi». In tale decisione le venne l’appoggio d’un manifesto e d’una deputazione degli «amici della Costituzione». «Amici della Costituzione», così chiamavansi gli avanzi della consorteria del National, del partito repubblicano-borghese. Mentre dei suoi rappresentanti parlamentari ancor rimasti, sei avevano votato contro, gli altri tutti quanti a favore del rigetto dell’atto d’accusa, mentre Cavaignac metteva a disposizione del partito dell’ordine la sua spada, la maggioranza extra-parlamentare della consorteria aveva afferrato avidamente questo pretesto per cavarsi fuori dalla sua situazione di paria politico e per cacciarsi entro le file del partito democratico. Non apparivano essi i naturali scudieri di questo partito, che celavasi dietro il loro scudo, dietro il loro principio, dietro la Costituzione?
Fino all’alba, il «monte» ebbe le doglie del parto. Ciò ch’ei partorì fu «un proclama al popolo», che nel mattino del 13 giugno prese un posto più o meno vergognoso in due giornali socialisti. Vi si dichiaravano il presidente, i ministri, la maggioranza l’assemblea legislativa «fuori della costituzione» (hors la constitution) e vi si faceva appello alla guardia nazionale, all’esercito e, nella chiusa, anche al popolo, perchè «si sollevassero». «Viva la Costituzione!» era la parola d’ordine ivi impartita; parola d’ordine che altro non significava se non «abbasso la rivoluzione!»
Al proclama costituzionale della Montagna rispose, nel 13 giugno, una così detta «dimostrazione pacifica», cioè una processione dei piccoli borghesi attraverso le strade dal Château d’Eau pei boulevards; 30 mila uomini, in massima parte guardie nazionali, disarmati, frammischiati con membri delle società operaie segrete, riversantisi macchinalmente, glacialmente al grido: «Viva la Costituzione!», trattenuti dai rimorsi di coscienza dei membri stessi del corteo e ributtati ironicamente dall’eco del popolo ondeggiante sui marciapiedi. In quel canto a più voci mancava la voce di petto. Ed allorquando il corteo piegò dinanzi al palazzo delle sedute degli «amici della Costituzione», ed al frontone dell’edificio apparve un mercenario araldo della Costituzione, che col cappello da claqueur trinciava violentemente l’aria, facendo piombare da un enorme polmone a mo’ di gragnuola la parola stereotipata: «Viva la Costituzione!» addosso alle teste dei pellegrini, sembrò che anche questi per un istante si sentissero sopraffatti dalla comicità della situazione. È noto come il corteo, giunto allo sbocco della rue de la Paix, venne accolto nei boulevards in modo tutt’affatto antiparlamentare dai dragoni e cacciatori di Changarnier, e si sbandò in un batter di ciglio e gittando dietro a sè, con parsimonia, il grido «all’armi» solo, oramai, per compire l’appello all’armi parlamentare dell’11 giugno.
La maggioranza della Montagna, adunata nella rue du Hazard, si dileguò allorchè quel violento sbaraglio della processione pacifica, allorchè sorde dicerie di cittadini inermi uccisi sui boulevards, allorchè il crescente tumulto delle strade sembrarono annunciare lo avvicinarsi d’una sommossa. Ledru-Rollin, alla testa d’un’esigua schiera di deputati, salvò l’onore della Montagna. Sotto la protezione dell’artiglieria parigina, ch’erasi riunita nel Palais National, si recarono alla volta del Conservatoire des arts et métiers, ove dovevano entrare la quinta e la sesta legione della guardia nazionale. Ma i montagnardi attesero invano la quinta e sesta legione; queste previdenti guardie nazionali lasciarono nell’impiccio i loro rappresentanti, la stessa artiglieria parigina impedì al popolo di impiantar barricate, una confusione caotica rese impossibile qualsiasi risoluzione, le truppe s’avanzarono a baionetta abbassata, una parte dei rappresentanti fu fatta prigioniera, un’altra si salvò. Così terminò il 13 giugno.
Come il 23 giugno 1848 era stato l’insurrezione del proletariato rivoluzionario, così il 13 giugno 1849 fu l’insurrezione dei piccoli borghesi democratici; ciascuna di queste due insurrezioni fu l’espressione classicamente netta della classe, che le aveva sostenute.
Fu solamente a Lione che si venne ad un conflitto ostinato, sanguinoso. Qui, dove la borghesia industriale ed il proletariato industriale stanno in diretto antagonismo, dove il movimento operaio non è assorbito e determinato, come in Parigi, dal movimento generale, il 13 giugno perdette, ripercotendosi qui, il suo carattere originario. Altrove, nelle provincie, scoppiò senza incendio — fu un fulmine mancato.
Il 13 giugno chiude il primo periodo di vita della repubblica costituzionale, la quale il 29 maggio 1849, al riunirsi dell’Assemblea legislativa, aveva raggiunto una proprio esistenza normale. Tutta la durata di questo prologo è riempiuta dalla lotta rumorosa fra il partito dell’ordine e la Montagna, fra la borghesia e la piccola borghesia, invano drizzantesi quest’ultima contro il consolidamento della repubblica borghese, per la quale ella stessa aveva cospirato senza interruzione nel governo provvisorio e nella Commissione esecutiva e per la quale, durante le giornate di giugno, erasi battuta fanaticamente contro il proletariato. Il 13 giugno ne spezza l’opposizione, rendendo la dittatura legislativa dei realisti riuniti un fatto compiuto. Da quest’istante l’assemblea nazionale non è oramai che un Comitato di salute pubblica del partito dell’ordine.
Parigi aveva messo il presidente, i ministri e la maggioranza in «istato d’accusa»; questi misero Parigi in «istato d’assedio». La Montagna aveva dichiarata la maggioranza dell’assemblea legislativa «fuori dalla Costituzione»; la maggioranza consegnò alla haute cour, per violazione della Costituzione, la Montagna, proscrivendo tutto quanto essa aveva di ancor vitale. La si decimò in modo da ridurla a un torso senza testa e senza cuore. La minoranza era andata sino al tentativo di un’insurrezione parlamentare; la maggioranza elevò a legge il proprio dispotismo parlamentare. Decretò un nuovo regolamento interno, che abolisce la libertà della tribuna ed autorizza il presidente a punire, per violazione dell’ordine, i rappresentanti colla censura, con multe, con privazione dell’indennità, con temporanea espulsione, col carcere. Sul torso della Montagna essa sospendeva, in luogo della spada, lo staffile. Il resto dei deputati della Montagna avrebbe soddisfatto al proprio onore, uscendo in massa. Un simile atto avrebbe affrettato lo scioglimento del partito dell’ordine. Questo avrebbe dovuto sminuzzarsi nelle parti che lo componevano originariamente, quando anche l’apparenza di un’opposizione fosse mancata a tenerlo insieme.