Unitamente alla potenza parlamentare, i piccoli borghesi vennero a perdere la potenza armata in seguito allo scioglimento dell’artiglieria parigina e delle legioni 8, 9 e 12 della guardia nazionale. Al contrario, la legione dell’alta finanza, che nel 13 giugno aveva dato l’assalto alle tipografie di Boulé e Roux, fracassando i torchi, devastando gli uffici dei giornali repubblicani, arrestando arbitrariamente redattori, compositori, tipografi, amministratori, fattorini, meritò una incoraggiante approvazione dall’alto della tribuna. Su tutta la superficie della Francia si ripetè lo scioglimento delle guardie nazionali sospette di repubblicanismo.

Nuova legge sulla stampa, nuova legge sulle associazioni, nuova legge sullo stato d’assedio, le carceri di Parigi riboccanti, i profughi politici perseguitati, tutti i giornali oltrepassanti i limiti del National sospesi, Lione ed i cinque dipartimenti circostanti abbandonati alle brutali vessazioni del dispotismo militare, i tribunali onnipresenti, l’esercito degli impiegati, epurato già tante volte, nuovamente epurato, — questi furono gl’ineluttabili e sempre incorrenti metodi della reazione vittoriosa, meritevoli di menzione dopo i massacri e le deportazioni del giugno, solo perciò che questa volta vennero diretti non unicamente contro Parigi, ma anche contro i dipartimenti, non unicamente contro il proletariato, ma sovratutto contro le classi medie.

Le leggi di repressione, mediante le quali la proclamazione dello stato d’assedio venne affidata al beneplacito del governo, la stampa ancor più strettamente imbavagliata ed il diritto d’associazione abolito, assorbirono interamente l’attività legislativa dell’Assemblea nazionale durante i mesi di giugno, luglio ed agosto.

La caratteristica tuttavia di quest’epoca sta non già nell’essersi la vittoria sfruttata in fatto, ma nell’essersi sfruttata in principio, non già nelle deliberazioni dell’Assemblea nazionale, ma nella motivazione di queste deliberazioni, non nella cosa, ma nella frase, anzi non nella frase, ma nell’accento e nei gesti, che danno vita alla frase. L’esprimersi sfacciato, impudente del sentimento realista, l’insulto sprezzantemente aristocratico contro la repubblica, il chiacchierìo civettuolo e frivolo intorno agli intenti d’una ristorazione, in una parola la diffamazione millantatrice contro la sosta repubblicana, danno a questo periodo un tono ed un colorito particolari. «Viva la Costituzione!» era stato il grido di guerra dei vinti del 13 giugno. I vincitori venivano adunque ad essere svincolati dall’ipocrisia del linguaggio costituzionale, ossia del linguaggio repubblicano. La controrivoluzione aveva sottomesso Ungheria, Italia, Germania, ed essi credevano la ristorazione già alle porte di Francia. Ne derivò una vera concorrenza tra i capo-ridda delle frazioni dell’ordine nel documentare per mezzo del Moniteur il loro realismo e nel confessarsi dei loro eventuali peccati di liberalismo commessi sotto la monarchia, nel farne ammenda e nell’implorarne il perdono davanti a Dio ed agli uomini. Non iscorreva giorno, senza che la rivoluzione di febbraio venisse alla tribuna dell’Assemblea nazionale dichiarata una calamità pubblica, senza che un qualsiasi nobiluccio legittimista, piantatore provinciale di cavoli, constatasse di non aver mai riconosciuto la repubblica, senza che uno dei vili disertori e traditori della monarchia di luglio narrasse i postumi atti eroici, che unicamente la filantropia di Luigi Filippo od altri contrattempi gli avevano impedito di compiere. Ciò che doveva ammirarsi nelle giornate di febbraio non era già la magnanimità del popolo vittorioso, bensì l’abnegazione e la moderazione dei realisti, che gli avevano permesso di vincere. Un rappresentante del popolo propose che parte dei denari destinati a soccorrere i feriti di febbraio venisse erogata alle guardie municipali, che sole in quella giornata avevano bene meritato della patria. Un altro voleva si decretasse al duca d’Orleans una statua equestre sulla piazza del Caroussel. Thiers diceva della Costituzione ch’era un pezzo di carta sporca. Comparvero per turno, alla tribuna, orleanisti a riprovare la loro cospirazione contro la monarchia legittima, legittimisti a rimproverare a sè stessi d’avere, insorgendo contro la monarchia illegittima, affrettato la caduta della monarchia in genere, Thiers che si pentiva dei suoi intrighi contro Molé, Molé dei suoi intrighi contro Guizot, Barrot dei suoi intrighi contro tutti e tre. Il grido: «Viva la repubblica democratico-sociale!» venne dichiarato incostituzionale, il grido: «Viva la repubblica!» processato come democratico-sociale. Nell’anniversario della battaglia di Waterloo, un rappresentante dichiarò: «Io temo meno l’invasione dei prussiani che non l’entrata dei profughi rivoluzionarî in Francia». Ai lamenti sul terrorismo, che dicevasi organizzato a Lione e nei dipartimenti attigui, Baraguay d’Hilliers rispose: «Io preferisco il terror bianco al terror rosso». (J’aime mieux la terreur blanche que la terreur rouge). E l’Assemblea batteva le mani, approvando con frenesia quante volte dalle labbra dei suoi oratori cadeva un epigramma contro la repubblica, contro la rivoluzione, contro la Costituzione, per la monarchia, per la Santa Alleanza. Ogni strappo alle più minute formalità repubblicane, ad esempio a quella d’apostrofare i rappresentanti con: citoyens, entusiasmava i cavalieri dell’ordine.

Le elezioni suppletorie di Parigi dell’8 giugno, compiute sotto l’influenza dello stato d’assedio e dell’astensione dall’urna di gran parte del proletariato, la presa di Roma fatta dall’esercito francese, l’ingresso in Roma delle Eminenze rosse, coll’inquisizione ed il terrorismo monacale alla coda, furono nuove vittorie da aggiungere alla vittoria del giugno ed aumentarono ancor più l’ubbriacatura del partito dell’ordine.

Finalmente alla metà d’agosto i realisti, parte nell’intento di assistere ai Consigli dipartimentali appunto allora convocati, parte spossati dall’orgia di tante tendenze durata più mesi, decretarono una proroga di due mesi dell’Assemblea nazionale. Una Commissione di venticinque rappresentanti, il fior fiore dei legittimisti ed orleanisti, un Molé, un Changarnier, furono da essi lasciati, con trasparente ironia, in qualità di sostituti dell’Assemblea nazionale e di custodi della repubblica. L’ironia era più profonda di quel che essi sospettassero. La storia, che li aveva condannati ad aiutare la demolizione della monarchia da essi amata, li destinava a conservare la repubblica, che odiavano.

Colla proroga dell’Assemblea legislativa si chiude il secondo periodo di vita della repubblica costituzionale, il suo periodo realista sguaiato.

Lo stato d’assedio di Parigi veniva nuovamente revocato; la stampa ripigliava la propria azione. Durante la sospensione dei fogli democratico-sociali, durante il periodo della legislazione repressiva e dei bagordi realisti, si repubblicanizzò il Siècle, l’antico rappresentante letterario dei piccoli borghesi monarchico-costituzionali, sì democratizzò la Presse, l’antica portavoce letteraria dei riformisti borghesi, si socializzò il National, l’antico organo classico dei repubblicani borghesi.

Le società segrete crebbero in estensione ed intensità, a misura che i clubs pubblici divenivano impossibili. Le associazioni d’operai industriali, tollerate come prette corporazioni commerciali, senza valore economico, divennero politicamente altrettanti mezzi d’allacciamento del proletariato. Il 13 giugno aveva tagliato ai diversi partiti semirivoluzionari le teste ufficiali; le masse superstiti seppero ritrovare la loro propria testa. I cavalieri dell’ordine avevano intimidito col predicare il terrore della repubblica rossa; i volgari eccessi, gli orrori iperborei della controrivoluzione vittoriosa in Ungheria, nel Baden, in Roma, servirono a far apparire la «repubblica rossa» candida come neve. E le malcontente classi intermedie della società francese incominciarono a preferire le promesse della repubblica rossa, col suo terrore problematico, al terrore della monarchia rossa, che chiudeva positivamente l’adito a qualunque speranza. Non v’era socialista, che in Francia facesse maggior propaganda rivoluzionaria di Haynau. À chaque capacité selon ses œuvres!

Frattanto Luigi Bonaparte profittava delle ferie dell’Assemblea nazionale per far viaggi principeschi nelle provincie, i legittimisti di sangue caldo pellegrinavano alla volta d’Ems presso il nipote di San Luigi, e la massa dei rappresentanti del popolo amici dell’ordine intrigava nei Consigli dipartimentali, che allora allora eransi adunati. Si trattava di far loro pronunciare ciò che la maggioranza dell’Assemblea nazionale ancora non aveva osato pronunciare, la proposta d’urgenza di un’immediata revisione della Costituzione. Giusta il suo testo, la Costituzione avrebbe potuto rivedersi appena nel 1852, da un’assemblea nazionale convocata specialmente a tal fine. Ma una volta la maggioranza dei Consigli dipartimentali si fosse pronunciata in quel senso, non avrebbe dovuto l’Assemblea nazionale sagrificare al voto della Francia la verginità della Costituzione? L’Assemblea nazionale ripromettevasi da queste assemblee provinciali ciò che le monache della Henriade di Voltaire si ripromettevano dai Panduri. Ma le Putifarri dell’Assemblea nazionale avevano a che fare, salve alcune eccezioni, con altrettanti Giuseppe delle provincie. L’enorme maggioranza non volle saperne dell’importuna sollecitazione. La revisione della Costituzione venne spacciata da quegli stessi stromenti, che dovevano darle vita, dai voti dei Consigli dipartimentali. La voce della Francia, e cioè della Francia borghese, aveva parlato ed aveva parlato contro la revisione.