Nel principio d’ottobre, il Consesso legislativo si adunò nuovamente, — quantum mutatus ab illo! La fisionomia ne era affatto cangiata. L’inaspettato rigetto della revisione da parte dei Consigli dipartimentali l’aveva ricacciato entro i limiti della Costituzione e spinto al di là dei limiti della durata della propria vita. Gli orleanisti eransi fatti diffidenti in seguito ai pellegrinaggi dei legittimisti ad Ems, i legittimisti erano divenuti sospettosi a cagione delle trattative degli orleanisti con Londra, i giornali d’entrambe le frazioni avevano soffiato nel fuoco, pesando i titoli reciproci dei loro pretendenti. Orleanisti e legittimisti uniti erano imbronciati pegli intrighi dei bonapartisti, manifestantisi nei viaggi principeschi, nei tentativi, del presidente più o meno trasparenti di emanciparsi, nel linguaggio altezzoso delle gazzette bonapartiste; Luigi Bonaparte era imbronciato verso un’Assemblea nazionale, che trovava giusta solamente la cospirazione legittimista-orleanista, verso un ministero, da cui era tradito in permanenza a pro di quest’Assemblea nazionale. Il ministero, infine, era scisso nel suo stesso seno riguardo alla politica romana ed all’imposta sul reddito progettata dal ministro Passy e diffamata dai conservatori come socialista.

Una delle prime proposte del ministero Barrot alla Legislativa riconvocata fu la domanda d’un credito di 300 mila franchi per pagamento dell’assegno vedovile della duchessa d’Orléans. L’Assemblea nazionale l’approvò, aggiungendo nel libro del debito della nazione francese una somma di sette milioni di franchi. Mentre così Luigi Filippo continuava, con successo, a far la parte del pauvre honteux, del povero vergognoso, nè il ministero s’avventurava a proporre l’aumento dell’assegno a Bonaparte, nè l’Assemblea sembrava proclive ad assentirlo. E Luigi Bonaparte oscillava, come eragli sempre accaduto, nel dilemma: Aut Cæsar aut Clichy!

Una seconda domanda di credito del ministro, di nove milioni di franchi per le spese della spedizione romana, aumentò la tensione tra Bonaparte da un lato ed i ministri e l’Assemblea nazionale dall’altro. Luigi Bonaparte aveva fatto inserire nel Moniteur una lettera al suo ufficiale d’ordinanza Edgar Ney, nella quale impegnava il governo papale a guarentigie costituzionali. Dal canto suo il papa aveva emanato un motu proprio, in cui respingeva qualsiasi limitazione del dominio restaurato. La lettera di Bonaparte veniva a sollevare con voluta indiscrezione la tenda del suo gabinetto, esponendo lui agli sguardi della galleria come un genio benevolo, ma incompreso e legato in casa propria Non era la prima volta ch’ei civettava coi «furtivi colpi d’ala di un’anima libera». Thiers, relatore della Commissione, ignorava completamente il colpo d’ala di Bonaparte e s’accontentava di tradurre in francese l’allocuzione papale. Non il ministero, ma Vittor Hugo fu colui che cercò di salvare il presidente con un ordine del giorno, in cui l’Assemblea nazionale doveva esprimere il proprio assentimento alla lettera di Napoleone. Allons donc! allons donc!; fu questa l’interiezione irriverentemente frivola, con cui la maggioranza seppellì la proposta di Hugo. La politica del presidente? La lettera del presidente? Il presidente stesso? Allons donc!, allons donc! Chi diavolo piglia mai monsieur Bonaparte au sérieux? Credete voi, monsieur Vittor Hugo, che noi crediamo che voi crediate al presidente? Allons donc!, allons donc!

Finalmente la rottura fra Bonaparte e l’Assemblea nazionale venne affrettata dalla discussione sul richiamo degli Orléans e dei Borboni. In mancanza del ministero, il cugino del presidente, il figlio dell’ex re di Westfalia, aveva presentato questa proposta, che a null’altro mirava se non ad abbassare i pretendenti legittimisti ed orleanisti all’egual livello o, meglio ancora, al disotto del pretendente bonapartista, che almeno stava di fatto al sommo dello Stato.

Napoleone Bonaparte ebbe sufficiente irriverenza da conglobare in un solo e medesimo progetto il richiamo delle famiglie reali espulse e l’amnistia degli insorti di giugno. L’indignazione della maggioranza lo costrinse a fare immediata ammenda di una miscela così sacrilega della santità e dell’infamia, delle razze reali e della genia proletaria, delle stelle fisse della società e dei suoi fuochi fatui; e l’obbligò ad assegnare a ciascuna delle due proposte il rango conveniente. Essa respinse con energia il richiamo della famiglia reale, e Berryer, il Demostene dei legittimisti, non lasciò sussistere dubbio sul significato di tal voto. La degradazione borghese dei pretendenti; è questo, a cui si mira! Si vuol spogliarli dell’aureola, dell’unica maestà, che sia loro rimasta, della maestà dell’esilio! Che cosa si penserebbe, esclamava Berryer, di quello tra i pretendenti che, dimentico della sua illustre origine, venisse qui a vivere da semplice cittadino! Non poteva dirsi in modo più chiaro a Luigi Bonaparte che la sua presenza non costituiva una vittoria per lui, avendone bisogno qui in Francia i realisti coalizzati come di «uomo neutrale» sullo scanno presidenziale, mentre i pretendenti serî della corona dovevano restar sottratti agli sguardi profani dalla nebbia dell’esilio.

Il 1.º novembre, Luigi Bonaparte rispose all’Assemblea con un messaggio, che notificava, in parole discretamente aspre, il congedo del ministero Barrot e la formazione d’un nuovo ministero. Il ministero Barrot-Falloux era stato il ministero della coalizione realista; il ministero d’Hautpoul fu il ministero di Bonaparte, l’organo del presidente contro l’Assemblea legislativa, il «ministero dei commessi».

Bonaparte non era più l’uomo semplicemente «neutrale» del 10 dicembre 1848. Il possesso del potere esecutivo gli aveva aggruppato intorno una serie di interessi; la lotta coll’anarchia aveva forzato il partito dell’ordine perfino ad aumentare l’influenza di lui, e se egli, Bonaparte, non era più popolare, il partito dell’ordine era impopolare. Quanto agli orleanisti e ai legittimisti, non poteva egli sperare di spingerli, grazie alla loro rivalità e in forza della necessità d’una ristorazione monarchica purchessia, al riconoscimento del pretendente «neutrale»?

Dal 1.º novembre 1849 data il terzo periodo di vita della repubblica costituzionale, periodo che si chiude col 10 marzo 1850. Di qui non comincia solamente il gioco regolare delle istituzioni costituzionali, tanto ammirato da Guizot, la bega tra il potere esecutivo ed il legislativo. Contro le velleità di ristorazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono lo status quo, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.

Come Kant fa della repubblica, quale unica forma razionale dello Stato, un postulato della ragion pratica, la cui attuazione non verrà mai raggiunta, ma al cui raggiungimento devesi permanentemente tendere come a fine, tenendolo fisso nella mente, così facevano della monarchia questi realisti.

Per tal guisa la repubblica costituzionale, escita dalle mani dei repubblicani borghesi vuota formula ideologica, divenne nelle mani dei realisti coalizzati una forma piena di contenuto e di vita. E Thiers diceva il vero ben più ch’ei non sospettasse, allorquando esclamava: «Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»