Tornerà sempre impossibile risalire fino alle ultime cause economiche quando si prendano a giudicare avvenimenti e serie d’avvenimenti contemporanei. Oggi ancora, mentre pubblicazioni speciali offrono un materiale così ricco, non sarebbe consentito, nemmanco in Inghilterra, di seguire giorno per giorno il cammino dell’industria e del commercio nel mercato mondiale ed i cangiamenti introdotti nei metodi di produzione, in guisa da poter tirare, per ogni momento determinato, la risultante definitiva di questi fattori multiformi, complessi, e in continua mutazione, dei quali poi, inoltre, i più importanti esercitano, generalmente durante lungo tempo, una azione latente, prima che all’improvviso erompano alla superficie. La visione netta della storia economica di un dato periodo non è mai contemporanea; essa non può formarsi che successivamente, quando sia già radunato e studiato il materiale. La statistica è qui l’ausiliare necessario, ed essa non ci vien dietro che zoppicando. Per il periodo storico in corso sarà quindi, anche troppo spesso, inevitabile considerare cotesto fattore, sovra ogni altro decisivo, come costante, considerare cioè la situazione economica, trovata agli inizî d’un dato periodo, come fissa ed immutabile pel periodo intero, o tutt’al più fermarsi a quelle mutazioni di essa, le quali, emergendo dall’evidenza degli avvenimenti che vanno svolgendosi, si presentino alla lor volta evidenti. Il metodo materialistico, pertanto, dovrà troppo frequentemente limitarsi a ravvisare nei conflitti politici lotte di interessi delle classi sociali e delle frazioni di classi, la cui esistenza, dipendente dall’evoluzione economica, è di già constatata ed a considerare i singoli partiti politici come l’espressione politica, più o meno adeguata, delle medesime classi o frazioni di classi.

S’intende da sè che tale inevitabile trascuranza delle mutazioni contemporanee nella situazione economica, della vera base cioè di tutti gli avvenimenti presi ad esaminare, deve di necessità essere una fonte di errori. Ma questo vale per tutti gli elementi di una esposizione sintetica della storia contemporanea; il che non trattiene però alcuno dallo scriverla.

Allorchè Marx intraprese il presente lavoro, l’accennata fonte d’errori era ancora più inevitabile. Era semplicemente impossibile seguire, durante il tempo della rivoluzione dei 1848-49, le correnti economiche contemporanee od anche solo abbracciarle con uno sguardo generale. Lo stesso dicasi pei primi mesi del suo esilio a Londra, nell’autunno e nell’inverno del 1849-50. Ora questo fu appunto il tempo in cui Marx incominciò il lavoro. E, malgrado tali circostanze sfavorevoli, la precisa comprensione, che egli aveva, sia della situazione della Francia prima della rivoluzione di febbraio, sia della sua storia politica dopo quella rivoluzione, gli permise di dare un’esposizione degli avvenimenti, che rivela l’intima loro connessione in un modo anche dipoi non raggiunto e che ha luminosamente sopportata la duplice prova, a cui egli stesso più tardi la sottopose.

La prima prova è dovuta alla circostanza che, a partire dalla primavera del 1850, Marx ebbe agio di nuovamente attendere agli studi economici degli ultimi dieci anni. In tale occasione, i fatti stessi gli fornirono la completa dimostrazione di ciò ch’egli, sino allora, aveva ricavato per induzione quasi aprioristica da materiali imperfetti: che, cioè, la crisi del commercio mondiale nel 1847 era stata la vera madre delle rivoluzioni di febbraio e di marzo, e che la prosperità industriale, ricomparsa successivamente dopo la metà del 1848 e giunta al suo apogeo nel 1849 e 1850, era la forza vitale della reazione europea, nuovamente rinvigorita. Ciò era decisivo. Mentre infatti nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio e marzo della Neue Rheinische Zeitung, rivista politico-economica, Amburgo, 1850) traspare ancora l’attesa d’una prossima risurrezione d’energia rivoluzionaria, l’illusione è rotta una volta per sempre dalla rassegna storica, scritta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo doppio (maggio-ottobre) pubblicato nell’autunno del 1850: «Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella però è altrettanto certa quanto questa.» Ma questo era altresì l’unico mutamento sostanziale che si dovette introdurre. Quanto al significato attribuito agli avvenimenti nei capitoli anteriori e al loro nesso causale ivi posto in sodo, nulla era assolutamente da mutare, come è provato dalla continuazione del racconto dal 10 marzo all’autunno del 1850, pubblicata nella medesima rassegna e ch’io perciò inserii, come quarto articolo, nella presente ristampa.

La seconda prova fu ancor più decisiva. Tosto dopo il colpo di Stato di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851, Marx rifece la storia di Francia dal febbraio 1848 fino a quell’avvenimento, che provvisoriamente chiude il periodo rivoluzionario (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 3.ª edizione tedesca, Amburgo, Meissner, 1885). In quell’opuscolo è nuovamente trattato, sebbene più succintamente, il periodo svolto nel nostro scritto. Si confronti la seconda esposizione, scritta sotto la luce di quel fatto decisivo avvenuto un anno più tardi, colla presente e si troverà che l’autore aveva ben poco da cangiare.

Ciò che al nostro scritto dà un’importanza affatto speciale, è il trovarvisi per la prima volta enunciata la formula, in cui consentono i partiti operai di tutti i paesi del mondo per esprimere sinteticamente la nuova forma economica da essi reclamata: l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte della società. Nel secondo capitolo, a proposito dei «diritto al lavoro», che viene definito «la goffa formula, in cui primitivamente si concentrano i reclami rivoluzionari del proletariato», è detto: «ma dietro ai diritto al lavoro sta la presa di possesso del capitale; dietro alla presa di possesso del capitale, l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe lavoratrice associata, e conseguentemente la abolizione del lavoro salariato, come pure dei capitale e del loro rapporto di scambio.» Qui adunque — per la prima volta — si rinviene formulata la proposizione, che distingue nettamente il moderno socialismo operaio così da tutte le varie tinte del socialismo feudale, borghese, piccolo-borghese, ecc., come pure dalla confusa comunanza di beni del comunismo operaio utopistico e primitivo. Se più tardi Marx estese la formula all’appropriazione altresì dei mezzi di scambio, tale amplificazione, che d’altronde si imponeva da sè dopo il Manifesto comunista, non esprimeva che un corollario della proposizione principale. Recentemente, in Inghilterra, alcuni saggi uomini vi appiccicarono eziandio l’assegnazione alla società dei «mezzi di distribuzione». Sarebbe difficile per questi signori il dire quali siano siffatti mezzi di distribuzione economici, diversi dai mezzi di produzione e di scambio, quand’anche vogliano alludere ai mezzi politici di distribuzione, come imposte, assistenza dei poveri, e compresa la tenuta di Sachsenwald ed altre dotazioni. Ma, in primo luogo, questi sono già anche ora mezzi di distribuzione in possesso della collettività, dello Stato o del Comune; ed, in secondo luogo, noi vogliamo appunto la loro abolizione.

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Allorchè scoppiò la rivoluzione di febbraio, tutti noi ci trovavamo, quanto ai nostri criterî sulle condizioni ed il corso dei moti rivoluzionari, sotto l’influenza dell’esperienza storica passata, ed in ispecialità di quella della Francia. Era quest’ultima appunto, che dal 1789 aveva dominato tutta la storia europea e da essa era nuovamente partito anche ora il segnale del rivolgimento generale. Cosicchè era naturale ed inevitabile che le nostre elucubrazioni sulla natura e sul corso della rivoluzione «sociale», proclamata in Parigi nel febbraio del 1848, della rivoluzione cioè del proletariato, fossero sensibilmente colorite dalle rimembranze dei modelli del 1789-1830. Poi, allorchè l’eco della sollevazione di Parigi si ripercosse nelle rivolte vittoriose di Vienna, di Milano e di Berlino; allorchè tutta l’Europa, fino alla frontiera russa, fu travolta nel movimento; allorchè indi, nel giugno, s’ingaggiò a Parigi la prima grande battaglia pel potere tra proletariato e borghesia; allorchè persino la vittoria della propria classe scosse talmente la borghesia di tutti i paesi, da indurla a rifugiarsi di bel nuovo nelle braccia della reazione monarchico-feudale, pur appena abbattuta, non poteva sussistere per noi, date le condizioni d’allora, alcun dubbio che la gran lotta decisiva fosse scoppiata e dovesse venir combattuta in un unico, lungo e fortunoso periodo rivoluzionario, ma potesse chiudersi solamente colla definitiva vittoria del proletariato.

Dopo le sconfitte del 1849, noi non partecipavamo affatto alle illusioni della democrazia volgare, aggruppata intorno ai governi provvisori in partibus dell’avvenire. Questa calcolava sovra un’immediata e decisiva vittoria del «popolo» sugli «oppressori»; noi sovra una lunga lotta, dopo eliminati gli «oppressori», fra gli elementi antagonistici, che si celavano appunto in questo «popolo». La democrazia volgare attendeva la novella esplosione dall’oggi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno del 1850 che almeno il primo atto del periodo rivoluzionario era chiuso e che nulla era da aspettare fino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per la qual cosa noi fummo posti al bando come traditori della rivoluzione da quegli stessi, che più tardi, quasi senza eccezione, fecero la loro pace con Bismarck — in quanto Bismarck trovò che ne valesse la pena.

Anche a noi però la storia diede torto, svelandoci l’illusione dei nostri criteri d’allora. Andò anzi più in là; non solo demolì il nostro passato errore, ma sconvolse interamente anche le condizioni entro le quali il proletariato è chiamato a combattere. Il metodo di combattimento del 1848 è in oggi antiquato sotto tutti gli aspetti ed è questo un punto che merita di venire più davvicino esaminato, poichè se ne presenta l’occasione.