Tutte le passate rivoluzioni ebbero per effetto lo spodestamento d’una determinata dominazione di classe per mezzo d’un’altra; senonchè, sino ad oggi, tutte le classi dominanti non erano che piccole minoranze in relazione alla massa popolare dominata. Così, rovesciata una minoranza dominante, un’altra la sostituiva, impadronendosi del timone dello Stato e modellava le istituzioni di questo a seconda dei propri interessi. Era, costantemente, il gruppo della minoranza maturo al potere e chiamatovi dalle condizioni dell’evoluzione economica; ed appunto perciò, ed unicamente perciò, avveniva che la maggioranza sottomessa o parteggiasse nel rivolgimento a favore di quella, o per lo meno vi si acconciasse tranquillamente. Ma, ove si prescinda dal contenuto concreto di tutte codeste rivoluzioni prese singolarmente, la loro forma comune consisteva in ciò, che erano tutte rivoluzioni di minoranze. Anche allorquando la maggioranza vi prendeva parte, ciò accadeva — coscientemente o no — solamente a servigio d’una minoranza, la quale, approfittando di tal fatto, od anche approfittando dello stesso contegno passivo della maggioranza, riesciva a darsi l’aria di rappresentare tutto intero il popolo.
Dopo il primo grande successo, la minoranza vittoriosa di regola si scindeva; una metà si teneva soddisfatta dell’ottenuto, l’altra voleva andare ancor più innanzi ed elevava nuove pretese che erano, almeno in parte, anche nell’interesse reale od apparente della gran massa popolare. Codeste rivendicazioni più radicali ebbero anche, in taluni casi, effetto pratico, spesso però solo per il momento; chè il partito più moderato ripigliava il sopravvento e ciò ch’erasi appena guadagnato ritornava a perdersi od in tutto od in parte; i vinti gridavano allora al tradimento, od imputavano la sconfitta al caso. La realtà però consisteva per lo più in questo, che le conquiste della prima vittoria venivano assicurate solamente dalla seconda vittoria del partito più radicale; raggiunta la quale e soddisfatta con essa la necessità del momento, i radicali ed i loro successi si eclissavano di bel nuovo dalla scena.
Tutte le rivoluzioni dell’età moderna, a cominciare dalla grande rivoluzione inglese del secolo XVII, presentavano questi tratti, che sembravano inseparabili da ogni lotta rivoluzionaria. E sembravano altresì adattabili alle lotte del proletariato per la sua emancipazione; tanto più che precisamente nel 1848 ben pochi erano coloro che, almeno in certa misura, comprendessero qual era la direzione in cui questa emancipazione si potesse cercare. Persino le stesse masse proletarie della stessa Parigi, e anche dopo la vittoria, erano perfettamente all’oscuro circa la via da battere. Eppure quivi il movimento era istintivo, spontaneo, irresistibile. Non era appunto una situazione cotesta in cui una rivoluzione doveva riescire, condotta com’era bensì da una minoranza, ma, questa volta, non nell’interesse della minoranza, ma nel più genuino interesse della maggioranza? Se in tutti i periodi rivoluzionarî più lunghi, le grandi masse popolari si lasciavano con tanta facilità guadagnare semplicemente con speciosi miraggi dalle minoranze che le spingevano avanti, come spiegarsi ch’esse fossero meno accessibili ad idee, che non erano se non il preciso riflesso della loro situazione economica, se non la chiara, ragionata espressione dei loro bisogni, tuttora incompresi e solo vagamente da loro sentiti per la prima volta? In ogni modo cotesto spirito rivoluzionario delle masse aveva quasi sempre, e per lo più in brevissimo tempo, lasciato il posto allo spossamento e persino al rinculo nella via opposta, non appena, svanita l’illusione, era subentrato il disinganno. Ma qui non si trattava di miraggi, sibbene di soddisfazione degli interessi più speciali alla grande maggioranza; interessi dei quali certamente questa non aveva allora per nulla un criterio chiaro, ma che dovevano nettamente saltarle agli occhi nel corso dell’azione pratica. E se ora, com’è provato da Marx nel terzo articolo, nella primavera del 1850 lo sviluppo della repubblica borghese, sorta dalla rivoluzione «sociale» del 1848, concentrava il potere effettivo nelle mani della grande borghesia — d’opinioni per giunta monarchiche — e, viceversa, aveva raggruppato tutte le altre classi sociali, contadini come piccoli borghesi, intorno al proletariato, in guisa che durante e dopo la vittoria comune, non la grande borghesia, ma il proletariato, ammaestrato dall’esperienza, avrebbe dovuto divenire l’elemento decisivo — non si affacciava forse senz’altro la prospettiva che la rivoluzione della minoranza avesse a convertirsi in rivoluzione della maggioranza?
La storia diede torto a noi ed a tutti coloro che pensavano egualmente. Essa mostrò chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica nel continente era tuttora troppo immaturo per la soppressione della produzione capitalistica; e lo provò colla rivoluzione economica, che nel 1848 avvolse tutto il continente e naturalizzò davvero, per la prima volta, la grande industria in Francia, Austria, Ungheria, Polonia e da ultimo in Russia, facendo della Germania un paese industriale di primo ordine — e tutto ciò su base capitalistica e capace quindi nell’anno 1848 di ben maggiore espansione. Fu però precisamente cotesta rivoluzione industriale, che cominciò a spargere ovunque la luce sui rapporti delle classi, che eliminò una moltitudine di esistenze intermedie, provenienti dal periodo della manifattura e nell’Europa orientale anche dalle corporazioni di mestiere, che creò una vera borghesia ed un vero proletariato della grande industria, sospingendoli alla testa dell’evoluzione sociale. Ciò fu però causa che la lotta di coteste due grandi classi, svoltasi nel 1848, fuori dell’Inghilterra, solamente a Parigi, tutt’al più in qualche grande centro industriale, si estendesse per la prima volta su tutta l’Europa, raggiungendo un’intensità, quale nel 1848 non poteva ancor concepirsi. Allora, i numerosi ed oscuri evangelii di setta colle loro panacee; oggi l’unica teoria universalmente riconosciuta, di chiarezza diafana, formulante con precisione gli ultimi fini della lotta, la teoria di Marx. Allora le masse a seconda dei luoghi e degli Stati, distinte e diverse, legate solo dal sentimento dei comuni dolori, mancanti affatto di sviluppo, sbalestrate qua e là in lor propria balìa, tra l’entusiasmo e la disperazione; oggi l’unico grande esercito internazionale di socialisti, che si avanza irresistibilmente, e cresce ogni giorno di numero, di organizzazione, di disciplina, di sagacia, di certezza della vittoria. Se adunque questo possente esercito del proletariato non ha tuttora raggiunta la mèta, se, ben lungi dall’ottenere la vittoria da una sola grande battaglia, deve in una lotta rude e tenace avanzarsi adagio di posizione in posizione, ciò dimostra, una volta per sempre, l’impossibilità nel 1848 di far dipendere la trasformazione sociale da un semplice colpo di sorpresa.
Una borghesia, divisa in due frazioni dinastico-monarchiche, la quale però reclamava, avanti ogni cosa, quiete e sicurezza pei suoi affari pecuniarî; e, di fronte ad essa, un proletariato vinto sì, ma pur sempre minaccioso, intorno a cui andavano ognor più aggruppandosi piccoli borghesi e contadini, — pericolo permanente d’uno scoppio violento, senza la prospettiva per di più di una soluzione definitiva — tale era la situazione quasi predisposta pel colpo di Stato del pretendente pseudo-democratico, del terzo Luigi Bonaparte. Coll’aiuto dell’esercito, costui pose fine, nel 2 dicembre 1851, a questa situazione così tesa, ed assicurò all’Europa la tranquillità interna, per beatificarla, in compenso, con una nuova èra di guerre. Il periodo delle rivoluzioni dal basso era provvisoriamente chiuso; seguì un periodo di rivoluzioni dall’alto.
Il colpo di reazione imperialista del 1851 fornì una novella prova dell’immaturità delle aspirazioni proletarie in quell’epoca. Ma da esso appunto stavano per sorgere le condizioni, che dovevano portar quelle a maturanza. La quiete interna assicurò un pieno sviluppo al nuovo slancio dell’industria; la necessità di dare occupazione all’esercito e di respingere le correnti rivoluzionarie dal di fuori diede vita alle guerre, colle quali Bonaparte, sotto il pretesto di far prevalere il «principio di nazionalità», arraffava annessioni per la Francia. Il suo imitatore, Bismarck, adottò egual politica per la Prussia, facendo il suo colpo di Stato, la sua rivoluzione dall’alto, nel 1866, contro la Confederazione germanica e l’Austria, non meno che contro la Camera prussiana, con cui trovavasi in conflitto. Ma l’Europa era troppo piccola per due Bonaparte e così volle l’ironia della storia che Bismarck abbattesse Bonaparte e che re Guglielmo di Prussia ristabilisse non solo l’impero piccolo-tedesco, ma anche la repubblica francese. Il risultato generale fu però che l’indipendenza e l’unità interna delle grandi nazioni in Europa, ad eccezione della Polonia, divennero un fatto. Certo entro limiti relativamente modesti, ma sempre, ad ogni modo, fino al punto di togliere ormai allo sviluppo della classe lavoratrice il principale imbarazzo: quello che veniva dalle complicazioni nazionali. I becchini della rivoluzione del 1848 erano divenuti i suoi esecutori testamentari. E accanto ad essi sorgeva digià minaccioso l’erede del 1848, il proletariato, nell’Internazionale.
Dopo la guerra del 1870-71, Bonaparte scompare dalla scena ed a Bismarck, compiuta la sua missione, non rimane che ritornarsene semplice Junker. La chiusura del periodo, tuttavia, è rappresentata dalla Comune di Parigi. Un tentativo malevolo di Thiers di privare dei fucili la guardia nazionale di Parigi provocò una rivolta vittoriosa. Ancora una volta fu dimostrato che a Parigi non è più possibile rivoluzione, che non sia proletaria. Il potere cadde in grembo alla classe operaia, dopo la vittoria, affatto spontaneamente, senza la menoma opposizione. E fu dimostrata di bel nuovo, vent’anni dopo l’epoca illustrata nel presente scritto, l’impossibilità, pur allora, del dominio della classe operaia. Da una parte la Francia lasciò Parigi nell’impiccio, stando a vederla sanguinare sotto le bombe di Mac-Mahon; dall’altra la Comune si consumò nella lotta infeconda dei due partiti che la scindevano, e cioè dei Blanquisti (maggioranza) e dei Proudhonisti (minoranza), ignari ambidue del da farsi. E, come nel 1848 il colpo di mano, così rimase infeconda nel 1871 la gratuita vittoria.
Colla Comune parigina si credeva definitivamente sepolto il proletariato combattente. Ma, tutt’all’opposto, è dalla Comune e dalla guerra franco-germanica che data il suo slancio più poderoso. La completa rivoluzione dell’arte guerresca, avvenuta coll’arruolamento di tutta la popolazione atta alle armi in eserciti, numerosi oramai di milioni d’uomini, e con le armi da fuoco, i proiettili e le materie esplosive di efficacia straordinaria, sollecitò in primo luogo la fine del periodo delle guerre bonapartiste, assicurando l’evoluzione pacifica dell’industria, mentre rende impossibile ogni altra guerra, che non sia una guerra mondiale d’inaudito orrore e di conseguenze assolutamente incalcolabili. In secondo luogo, grazie alle spese militari elevantisi in progressione geometrica, spinse le imposte ad un’altezza spaventosa e, come conseguenza, le classi popolari più povere nelle braccia del socialismo. L’annessione dell’Alsazia-Lorena, la più immediata causa della folle gara negli armamenti, poteva istigare sciovinisticamente la borghesia francese e la tedesca l’una contro l’altra; per gli operai dei due paesi essa divenne invece un nuovo legame della loro unione. E l’anniversario della Comune di Parigi fu il primo giorno di festa generale per tutto il proletariato.
La guerra del 1870-71 e la disfatta della Comune avevano, giusta la predizione di Marx, spostato, pel momento, il centro di gravità del movimento operaio europeo dalla Francia in Germania. Alla Francia occorrevano, come si comprende di leggieri, anni ed anni per rifarsi del salasso del maggio 1871. In Germania, all’incontro, dove l’industria, appunto allora sbocciata come in una serra calda sotto la benedizione dei miliardi francesi, si sviluppava sempre più intensivamente, la democrazia socialista crebbe con maggiore intensità e resistenza. Grazie all’intelligenza, con cui gli operai tedeschi seppero usare del suffragio universale introdotto nel 1866, si manifestò a tutto il mondo in cifre inoppugnabili il portentoso incremento del partito: 1871: 102.000, 1874: 352.000, 1877: 493 000 voti democratico-socialisti. Venne poscia la superiore sanzione di cotesti progressi, sotto forma della legge contro i socialisti; il partito fu momentaneamente disperso, il numero dei voti cadde nel 1881 a 312 000. Ma la decisa rivincita non tardò, ed ecco, sotto la pressione della legge eccezionale, senza stampa, senza organizzazione pubblica, senza diritto di associazione e di riunione, ecco incominciare davvero l’enorme scala ascendente: 1884: 550.000, 1887: 763.000, 1890: 1.427.000 voti. Allora il pugno del governo fu preso da paralisi. La legge contro i socialisti scomparve, il numero dei voti socialisti si elevò a 1.787.000, ad oltre un quarto, cioè, dei voti complessivi. Il governo e le classi dirigenti avevano esaurito tutti i loro mezzi, senza vantaggio, senza scopo, senza successo. Le prove palpabili della loro impotenza, che i funzionari, dal guardiano notturno al cancelliere dell’impero, avevano dovuto subirsi, e ciò da parte degli spregiati operai! — codeste prove si traducevano in cifre di milioni. Lo Stato si trovava alla fine della sua musica, gli operai appena alle prime battute della loro.
Ma, gli operai tedeschi avevano reso alla loro causa ancora un secondo gran servizio. Il primo l’avevano dato collo stesso fatto di esistere qual partito socialista, il più forte, il più disciplinato, il più rapido nell’espansione. Essi avevano poscia munito i compagni di ogni paese, d’una nuova arma, delle più affilate, indicando loro in qual modo si maneggia il suffragio universale.