Il suffragio universale esisteva in Francia già da lunga pezza, ma era caduto in discredito, per l’abuso che ne aveva fatto il regime bonapartista. Dopo la Comune non era apparso un partito operaio che se ne giovasse. In Ispagna il suffragio universale esisteva pure dal tempo della repubblica, ma l’astensione dal voto vi era stata sempre la regola di tutti i partiti serî di opposizione. Anche le esperienze del suffragio universale nella Svizzera erano tutto, fuorchè un incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionarî dei paesi latini avevano preso l’abitudine di considerare il diritto di voto quale una mistificazione, una trappola del governo. In Germania fu tutt’altro. Già il Manifesto comunista aveva proclamato essere la conquista del suffragio universale, ossia della democrazia, uno dei primi e più importanti compiti del proletariato militante, e Lassalle aveva nuovamente raccolto codesta rivendicazione. Ora, vistosi Bismarck costretto ad introdurlo, perchè trovava in esso l’unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi disegni, i nostri operai lo presero tosto sul serio ed inviarono Augusto Bebel nel primo Reichstag costituente. E da quel giorno utilizzarono il diritto di voto in un modo, che tornò loro di straordinario profitto e che servì di esempio agli operai di tutti i paesi. Il diritto di voto venne da essi, giusta le parole del programma marxista francese, transformé, de moyen de duperie qu’il a été jusqu’ici, en instrument d’émancipation, — trasformato da istrumento d’inganno, qual era stato sin qui, in istrumento d’emancipazione. E quand’anche il suffragio universale non avesse presentato altro vantaggio che la possibilità di contarci ogni tre anni; che di essere divenuto il miglior nostro mezzo di propaganda (poichè all’inaspettato e rapido salire del numero dei voti, periodicamente constatato, corrisponde in pari misura l’aumentare della fede nella vittoria da parte degli operai e lo sgomento nei nemici); che di averci dato una precisa idea della nostra forza come di quella di tutti i partiti avversarî, munendoci così del miglior regolatore della nostra azione, in modo da preservarci sia da pusillanimità, sia da temerità intempestive, — sarebbe già un grande vantaggio. Ma esso fece assai di più. Nella propaganda elettorale ci fornì un mezzo, non secondo ad alcun altro, di venire a contatto colle masse là, ove esse si trovano ancor lunge da noi, di costringere tutti i partiti a difendere le loro opinioni e le loro azioni di fronte ai nostri attacchi, davanti a tutto il popolo; ed insieme aprì ai nostri rappresentanti nel Reichstag una tribuna, donde è loro concesso di parlare contro i loro avversarî del parlamento ed alle masse di fuori con ben altra autorità e libertà di quelle consentite alla stampa e nelle riunioni. Di qual aiuto fu mai al Governo ed alla borghesia la loro legge contro i socialisti, se l’agitazione elettorale ed i discorsi socialisti nel Reichstag continuamente la battevano in breccia?

Ma i successi ottenuti dall’esercizio del suffragio universale dischiusero al proletariato un metodo affatto nuovo di lotta, che andò sviluppandosi sempre più rapidamente. Si trovò che le istituzioni dello Stato, nelle quali si organizza il dominio della borghesia, offrono altra presa ancora alla classe operaia per combattere le istituzioni stesse. Si partecipò alle elezioni di singoli Landtag, municipî, tribunali industriali; si contrastò alla borghesia ogni posto, alla cui conquista potesse concorrere sufficientemente numeroso il proletariato. E per tal modo avvenne che borghesia e governo giunsero a sgomentarsi assai più della azione legale che non dell’illegale del partito operaio, assai più dell’esito delle elezioni, che non di quello delle ribellioni.

Perocchè anche qui le condizioni della lotta avevano subito una sostanziale mutazione. La ribellione di vecchio stile, la battaglia delle barricate sulle strade, da cui, fino al 1848, dipendeva dappertutto la decisione definitiva della lotta, era singolarmente invecchiata.

Non facciamoci illusione: una vera vittoria dell’insurrezione sull’esercito nella battaglia delle strade, una vittoria come quella d’un esercito su un altro esercito, è uno dei casi meno frequenti. Gli insorti stessi del resto vi contarono sopra ben di rado. Per lo più essi miravano unicamente a paralizzare le truppe con influenze morali, con quelle influenze, cioè, che in un incontro di due eserciti belligeranti non entrano in gioco affatto, o in lievissima misura. Se la cosa riesce, le truppe rifiutano obbedienza, od i comandanti perdono la testa e l’insurrezione è vittoriosa. Se non riesce, la superiorità d’un armamento più perfetto, d’una migliore educazione militare, dell’impiego sistematico delle forze combattenti e della disciplina, tiene alta la prevalenza dell’esercito, anche se inferiore per numero. Il massimo successo, veramente tattico, a cui possa giungere un’insurrezione, sta nell’impianto e nella difesa razionali di ciascuna barricata. Verranno poi a mancare del tutto od in gran parte l’appoggio coordinato, la disposizione ed il movimento delle riserve, in breve la cooperazione e coesione di ogni singola parte, così indispensabili alla difesa, non pur d’un intera grande città, ma d’un semplice suo quartiere; per non parlar poi della concentrazione delle forze combattenti sovra un punto decisivo. In questo caso prepondera nel combattimento la forma della difesa passiva, riducendosi l’offensiva qua e là, e solamente in via d’eccezione, a qualche assalto d’avamposti od a qualche attacco di fianco, e limitandosi sempre unicamente all’occupazione di posizioni abbandonate dalle truppe nella loro ritirata. Si aggiunga che l’esercito ha a propria disposizione l’artiglieria e corpi di genio completamente equipaggiati ed esercitati; mezzi di guerra, di cui gli insorti, in quasi tutti i casi, difettano del tutto. Niuna meraviglia, perciò, se persino le lotte delle barricate, condotte col più grande eroismo — a Parigi nel giugno 1848, a Vienna nell’ottobre 1848, a Dresda nel maggio 1849 — si chiusero colla disfatta dell’insurrezione, quante volte i comandanti delle forze venute a combatterla si mantennero immuni da riguardi politici, agendo con criterî meramente militari e potendo contare sui loro soldati.

I numerosi successi degli insorti fino al 1848 sono dovuti a cause molto varie. Nel luglio 1830 e nel febbraio 1848 a Parigi, come pure nella maggior parte delle battaglie di strada spagnuole, tra gli insorti e l’esercito eravi una guardia civica, che o prendeva direttamente le parti dell’insurrezione, o col proprio contegno tiepido ed irresoluto comunicava pari indecisione anche alle truppe, fornendo, per di più, armi all’insurrezione. Là, ove codesta guardia civica si decideva senz’altro contro l’insurrezione, come a Parigi nel giugno 1848, la sconfitta di quest’ultima era certa. A Berlino nel 1848, la vittoria del popolo fu dovuta parte al ragguardevole aumento di nuove forze combattenti durante la notte ed il mattino del 19, parte all’esaurimento ed al cattivo vettovagliamento delle truppe, parte infine al rilassamento del comando. Ma in tutti i casi in cui si vinse fu perchè le truppe si rifiutarono di obbedire, o perchè entrò nei capi militari la indecisione, o perchè essi ebbero le mani legate.

Persino adunque nel periodo classico delle battaglie della strada, la barricata aveva un’azione assai più morale che altro. Era un mezzo per scuotere la resistenza dell’esercito e, quando si riesciva a tener duro fino a tal risultato, la vittoria non mancava; se no, era la sconfitta.

Le eventualità favorevoli si trovavano, del resto, già nel 1849, discretamente in ribasso. La borghesia si era gettata dappertutto dalla parte dei governi; erano la «coltura e la proprietà», che salutavano ed ospitavano l’esercito diretto contro le insurrezioni. La barricata aveva perduto il suo potere magico; il soldato non vedeva più dietro ad essa «il popolo», ma ribelli, mestatori, saccheggiatori, gente che voleva «spartire», la feccia della società; l’ufficiale aveva col tempo acquistato esperienza della tattica per le battaglie della strada, non marciava più spensierato ed alla scoperta contro l’improvvisata trincea, ma la girava attraversando giardini, cortili e case. E, con un po’ d’abilità, vi riesciva nove volte su dieci.

Ma da quel tempo ad oggi si verificarono moltissimi altri cangiamenti e tutti a vantaggio della milizia. Se le grandi città s’ampliarono notevolmente, questo avvenne in una maggior misura per gli eserciti. Non si sono quadruplicate dal 1848 ad oggi Parigi e Berlino, ma si sono più che quadruplicate le loro guarnigioni, le quali, per mezzo delle ferrovie, possono raddoppiarsi in meno di ventiquattr’ore, e in quarantott’ore possono diventare eserciti giganteschi. L’armamento di codesta enorme massa di soldati divenne senza confronto più micidiale. Nel 1848 il fucile non rigato, a percussione e caricato a bacchetta; oggi il fucile a retrocarica di piccolo calibro, che tira a distanza quadrupla, ed è dieci volte più preciso e dieci volte più rapido di quello. Allora le palle da cannone massiccie, ed i cartocci a mitraglia; oggi le granate a percussione, di cui una sola basterebbe a mandare in aria la miglior barricata. Allora l’ascia dei pionieri per abbattere i ripari; oggi la cartuccia di dinamite.

Dai lato degli insorti, al contrario, le condizioni divennero completamente peggiori. Una sollevazione, che attiri le simpatie di tutti gli strati della popolazione, è difficile che ritorni; nella lotta di classe non è probabile che tutti i ceti medî si raggruppino così esclusivamente intorno al proletariato da far quasi scomparire il partito reazionario schierato intorno alla borghesia. Il «popolo», conseguentemente, si mostrerà sempre diviso, e verrà quindi a mancare quella leva potente, che fu tanto efficace nel 1848. Si unissero pure ai rivoltosi dei soldati usciti di servizio, il loro armamento riesce cosa ancor più difficile. I fucili da caccia e di lusso degli armaiuoli — dato pure che la polizia non li abbia in precedenza resi inservibili coll’asportazione degli ordigni essenziali — non reggono assolutamente al confronto, anche nella lotta da vicino, coi fucili a retrocarica dell’esercito. Fino al 1848 con polvere e piombo ciascuno poteva procurarsi da sè la munizione necessaria; oggi la cartuccia d’ogni fucile è diversa ed ha dovunque sol questo di comune, che è un prodotto della grande industria e quindi impossibile ad improvvisarsi; onde i fucili divengono in grandissima parte inutili senza le munizioni loro specialmente adatte. Finalmente, i nuovi quartieri delle grandi città, costruiti dopo il 1848, che si stendono in vie lunghe, diritte e larghe, paion fatti apposta per dar agio di funzionare ai nuovi cannoni ed ai nuovi fucili. Folle il rivoluzionario che scegliesse di sua volontà, per una lotta di barricate, i nuovi quartieri operai al nord od all’est di Berlino!

Comprende ora il lettore per qual motivo le classi dominanti ci vogliono ad ogni costo trascinare colà, dove il fucile spara e fende la sciabola? E perchè ci si accusa oggi di vigliaccheria, quando non scendiamo senz’altro nelle strade, dove siamo in precedenza sicuri della sconfitta? E perchè con tanta insistenza si invoca da noi, che abbiamo una buona volta a prestarci a far la parte di carne da cannone?