Questi signori vanno sciupando i loro inviti e le loro provocazioni; no, non siamo così grulli. Potrebbero, con egual ragione, pretendere dal loro nemico nella prossima guerra, ch’ei si allinei secondo i precetti del vecchio Fritz, ovvero a colonne di intere divisioni ad uso Wagram e Waterloo, munito per di più di fucili a pietra. Se le condizioni si mutarono per le guerre popolari, non si mutarono meno per la lotta di classe. È passato il tempo dei colpi di mano, delle rivoluzioni condotte da piccole minoranze coscienti, alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta della completa trasformazione dell’organismo sociale, è necessario avere con sè le masse, già conscie di che si tratti e del perchè del loro concorso. Questo è ciò che la storia degli ultimi cinquant’anni ha insegnato. Ma perchè le masse comprendano ciò che devono fare, è necessario un lungo ed assiduo lavoro, quel lavoro appunto che noi andiamo compiendo con un successo che spinge gli avversarî alla disperazione.

Anche nei paesi latini si incomincia sempre più a consentire che l’antica tattica ha d’uopo d’una revisione. Dappertutto si copia l’esempio tedesco dell’esercizio del voto, della conquista delle posizioni che sono alla nostra portata. In Francia, dove pure il terreno è tuttora, dopo oltre cento anni, minato da rivoluzioni sopra rivoluzioni, dove non havvi partito, che non sia rotto alle cospirazioni, alle sollevazioni, ad ogni altra sorta d’azioni rivoluzionarie; in Francia, dove perciò l’esercito del governo è tutt’altro che sicuro, e dove sopratutto le condizioni per le vie di fatto insurrezionali si presentano assai più propizie che in Germania, anche in Francia i socialisti si convincono sempre più che non è loro possibile alcuna vittoria durevole, insino a che non abbiano preventivamente guadagnata la gran massa del popolo, che ivi è costituita dai contadini. Anche in Francia si venne a riconoscere che l’immediato compito del partito è il lavoro lento della propaganda e l’azione parlamentare. Ed i successi non si fecero attendere. Non solamente venne occupata un’intera serie di municipî; ma nella Camera siedono cinquanta socialisti, dai quali furon già abbattuti tre ministeri ed un presidente della repubblica. Anche nel Belgio gli operai conquistarono l’anno scorso il diritto di voto e vinsero in un quarto dei collegi elettorali. In Isvizzera, Italia, Danimarca, persino in Bulgaria e Rumania, i socialisti hanno rappresentanti nei parlamenti. In Austria i partiti sono unanimi nel riconoscere che l’accesso al Reichsrath non può più a lungo esserci conteso. Che vi entreremo è certo; si discute ancora solamente da qual porta. E persino in Russia, allorquando si radunerà il famoso Zemskij Sobor, l’assemblea nazionale, contro la quale il giovane Nicolò resiste così inutilmente, anche là possiamo contare con certezza che noi avremo la nostra rappresentanza.

S’intende da sè che i nostri compagni dell’estero non rinunciano al loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è anzi, sovratutto, l’unico vero «diritto storico», l’unico, su cui riposano, senza eccezione, tutti gli Stati moderni, compreso il Meklemburgo, la cui rivoluzione aristocratica fu compiuta nel 1755 con quella «convenzione ereditaria», che ancor oggi costituisce la gloriosa carta del feudalismo. Il diritto alla rivoluzione è così inconcusso nella coscienza universale, che persino il generale von Boguslawski ritrae unicamente da codesto diritto del popolo il diritto al colpo di Stato, da lui rivendicato al suo sovrano.

Checchè però accada negli altri paesi, la democrazia socialista tedesca si trova in una situazione speciale ed ha conseguentemente, almeno per ora, un compito speciale. I due milioni d’elettori, ch’essa manda alle urne, col seguito dei non elettori, giovani e donne, formano la massa più numerosa e compatta, il nucleo più decisivo dell’esercito proletario internazionale. Questa massa fornisce già ora oltre un quarto dei voti; e, come è mostrato dalle singole elezioni pel Reichstag, pei Landtag dei varî Stati, pei Consigli comunali e pei tribunali industriali, è in continuo aumento. E questo processo si svolge in modo spontaneo, costante, irresistibile ed insieme tranquillo, come un processo naturale. Tutti gli attacchi del governo si palesarono impotenti contro di esso. Già oggi possiamo contare su due milioni e mezzo d’elettori. Avanzando di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la maggioranza dei ceti sociali medî, dei piccoli borghesi ed altresì dei piccoli proprietarî delle campagne, raggiungendo nel paese il potere preponderante, di fronte al quale dovranno piegarsi, loro buono o malgrado, tutti gli altri poteri. Fare che codesto incremento cammini per la sua via senza interruzioni, insino a che per forza propria sopraffaccia il regime attuale, ecco il nostro compito precipuo. E v’ha un solo mezzo, con cui in Germania potrebbe momentaneamente arrestarsi e forse per alcun tempo sospingersi indietro questo continuo accrescimento delle forze militanti della democrazia socialista: un conflitto in grandi proporzioni coll’esercito, un salasso come quello di Parigi nel 1871. Quand’anche ciò avvenisse, noi riusciremmo, pur sempre, a lungo andare, i vincitori: poichè non basterebbero i fucili a retrocarica di tutta quanta l’Europa e dell’America presi insieme a spazzare dal mondo un partito, che si conta a milioni. Ma l’evoluzione normale sarebbe inceppata, il momento decisivo sarebbe ritardato e ci costerebbe più gravi sagrificî.

L’ironia della storia mondiale capovolge ogni cosa. Noi, i «rivoluzionarî», i «sovversivi», noi caviamo ben maggior profitto dai mezzi legali che dagli illegali e dalle vie di fatto. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano il loro abisso in quello stesso ordinamento legale, che si son dati. Ridotti alla disperazione, gridano con Odilon Barrot: la légalité nous tue, la legalità è la nostra morte; la legalità, che invece a noi tende i muscoli e ravviva il sangue, quasi promettitrice di vita eterna. E se noi non commetteremo l’insigne follía di lasciarci trascinare in una guerra nelle strade per dar loro piacere, non rimarrà ad essi da ultimo che spezzare colle proprie mani questa legalità loro così fatale.

Frattanto vanno facendo nuove leggi antisovversive. Di nuovo tutto è capovolto. Codesti odierni fanatici dell’antisovversione, non sono essi i sovvertitori di ieri? Fummo forse noi che evocammo la guerra civile nel 1860? Fummo noi a cacciare il re d’Annover, il principe d’Assia, il duca di Nassau dai loro aviti e legittimi dominî, annettendoceli? E codesti sovvertitori della Confederazione germanica e di tre corone per la grazia di Dio osano ora lagnarsi della sovversione? Quis tulerit Gracchos de seditione querentes? Chi può tollerare che gli adoratori di Bismarck scherniscano la sovversione?

Pongano in opera del resto, i loro progetti anti-sovversivi, li peggiorino anche, riducano di gomma elastica il Codice penale, e non otterranno che una prova di più della loro impotenza. Per mettere sul serio alle strette la democrazia socialista, dovranno rivolgersi a ben altri espedienti. Colla sovversione democratico-socialista, alla quale appunto oggi torna così bene di osservare le leggi, essi non possono misurarsi se non colla sovversione del partito dell’ordine, a cui la vita è resa impossibile s’ei non viola le leggi. Il sig. Rossler, il burocratico prussiano, ed il generale prussiano von Boguslawski indicarono loro l’unica via, su cui forse potranno ancora misurarsi cogli operai, che non si lasciano assolutamente adescare alla lotta di strada. Violazione della costituzione, dittatura, ritorno all’assolutismo, regis voluntas suprema lex! Coraggio, adunque, signori; non giovano le chiacchiere; qui bisogna far sul serio!

Ma non vogliate dimenticare che l’impero tedesco, come anche tutti i piccoli Stati ed in generale tutti gli Stati moderni, è un prodotto del contratto; del contratto in primo luogo dei principi tra loro, poi dei principi col popolo. Se una delle parti lo rompe, esso cade nella sua totalità e l’altro contraente non vi è più vincolato.

Sono oramai quasi 1600 anni, e l’impero romano aveva egualmente, ospite incomodo, un pericoloso partito sovversivo, il quale minava la religione e tutti i fondamenti dello Stato; negava per l’appunto che la volontà dell’imperatore fosse la suprema legge; era senza patria, internazionale; si diffondeva per tutte le provincie, dalla Gallia all’Asia, ed anche oltre le frontiere dell’impero. Aveva macchinato lungo tempo sotterra, in segreto, pur sentendosi da un pezzo abbastanza forte per affrontare la luce. Codesto partito sovversivo, noto col nome di cristiano, era altresì fortemente rappresentato nell’esercito; intere legioni erano cristiane. Allorchè erano comandati a far atto d’omaggio alle cerimonie religiose della Chiesa nazionale pagana, i soldati sovvertitori spingevano la temerità sino a piantare speciali distintivi di protesta, delle croci, sui loro elmi. Anche le usuali vessazioni di caserma da parte dei superiori rimanevano senza frutto. L’imperatore Diocleziano non potè più a lungo tollerare in pace che l’ordine, l’obbedienza e la disciplina venissero poste in non cale nel suo esercito. E fece un atto d’energia, poichè non era ancor troppo tardi. Emanò una legge contro i socialisti, intendevo dire contro i cristiani. Furono vietate le riunioni dei sovvertitori, i loro locali di adunanze chiusi od addirittura demoliti, i simboli cristiani, croci, ecc., proibiti, come in Sassonia i fazzoletti rossi. I cristiani vennero dichiarati incapaci a coprire impieghi dello Stato; non potevano nemmanco diventare vicecaporali. E siccome a quel tempo non si avevano a disposizione giudici così bene addomesticati alla «considerazione delle persone» come li presuppone il progetto anti-sovversivo del signor von Köller, si vietò senz’altro ai cristiani di andare ai tribunali a pretendere il loro diritto. Anche codesta legge eccezionale rimase senza effetto. I cristiani la strappavano dalle muraglie per ludibrio; essi anzi avrebbero, in Nicomedia, appiccato il fuoco al palazzo, ove se ne stava l’imperatore. Questi allora si vendicò colla grande persecuzione dei cristiani dell’anno 303 della nostra êra. La quale fu l’ultima di tal genere. Ma fu così efficace, che diciassette anni dipoi l’esercito era composto in gran maggioranza di cristiani ed il successivo autocrate dell’universo impero romano, Costantino, detto dai preti «il grande», proclamò il cristianesimo religione dello Stato.

Londra, 6 marzo 1895.